mercoledì , 22 novembre 2017
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La selezione delle razze canine è “eugenetica”?

eugenetica-1di VALERIA ROSSI – Un bell’argomentino leggero leggero, quello che mi viene proposto da Valentina, amica di FB e allevatrice: selezionare (cani) significa fare dell’eugenetica?
La risposta è, ovviamente, “sì”: con la selezione delle razze pure si cerca, infatti, di far nascere soltanto cuccioli belli, sani e di buon carattere… e non c’è dubbio che questa sia eugenetica.
Peccato che questo termine abbia assunto una connotazione tragicamente negativa quando è stato applicato in campo umano (trovando la sua apoteosi negli orrori del regime nazista) e che quindi faccia immediatamente gridare allo scandalo anche quando – come nel caso dell’allevamento canino – i suoi scopi sono (o dovrebbero essere) assolutamente condivisibili.
L’eugenetica umana, infatti, fa inorridire perché la sua applicazione pratica è stata sempre vista più in negativo che in positivo: ci si è preoccupati più di non far riprodurre (addirittura eliminandoli dalla faccia della terra, come è accaduto appunto durante il nazismo) gli individui “sbagliati”, che di far riprodurre quelli “giusti”.
In realtà, per quanto mi riguarda, non vedrei malissimo neppure questa scelta: anzi, la approverei, qualora fosse libera e personale.
Non sono certamente favorevole all’eutanasia dei bambini con handicap (che, per inciso, è stata approvata quest’anno  in Belgio, per quanto si limiti a casi di estrema gravità): ma se fossi stata io ad avere gravissimi problemi fisici o psichici (ereditabili), sicuramente me ne sarei ben guardata dal riprodurmi. L’avrei vista come la scelta più rispettosa possibile nei confronti dell’ipotetico figlio (anzi, del “non” figlio che “non” avrei messo al mondo per evitargli sofferenze).

hitlerE’ ovvio, però, che inorridisco come chiunque di fronte al modo in cui è stata finora interpretata l’eugenetica in campo umano: non come una libera scelta, ma come un’imposizione (sterilizzazioni obbligate o addirittura sterminio di intere etnie giudicate “sbagliate”, come è accaduto sotto il regime nazista): per di più, un’imposizione che spesso si è basata su questioni politiche, religiose o economiche ben lontane dall’interesse verso il benessere umano.
E quando hanno avuto una pretesa di scientificità si sono basate su teorie strampalate come quelle di Lombroso, che pretendeva di individuare  le attitudini criminali attraverso gli aspetti somatici (oggi Lombroso è considerato matto da legare: ma nei primi anni del ‘900, soprattutto nel mondo anglosassone, vennero sterilizzate forzatamente migliaia di persone non soltanto, ma anche sulla base delle sue teorie).
Normalmente si pensa sempre e solo a Hitler, ma in realtà l’eugenetica “in negativo” (ovvero coercitiva) è stata praticata, nel tempo, un po’ in tutto il mondo: Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Svezia, Finlandia… e l’Italia mussoliniana l’ha scampata per un pelo, solo perché sede del Vaticano e quindi fulcro geografico di una teoria che può essere considerata, dopotutto, altrettanto strampalata.
La tesi cattolica sarebbe questa: l’essere umano “deve” essere imperfetto, perché deve espiare il peccato originale: l’unico a poter decidere se migliorare o meno la nostra specie è Dio. Su questa base c’è chi condanna addirittura l’analisi preliminare degli embrioni nella fecondazione assistita, o l’aborto terapeutico qualora si identifichi nell’embrione una gravissima patologia.
In questo io non posso che dissentire fortissimamente dai dettami della religione cattolica: trovo che mettere volontariamente al mondo individui sicuramente destinati a vivere una vita non dignitosa –  e magari anche piena di sofferenze – sia un vero e proprio insulto a qualsiasi possibile concetto di Dio “buono e misericordioso”.
Ma questa è ovviamente un’opinione personale.
Sta di fatto che, in campo umano, qualsiasi scelta eugenica dovrebbe – sempre a mio avviso – essere libera e personale: nessuno può sognarsi di imporla a qualcun altro, semplicemente perché nessun uomo è “superiore” a nessun altro per censo, per nascita, per religione, per cultura o per qualsiasi altro motivo che possa venirci in mente.

caniumaniNel caso del cane, invece, esiste – ed è innegabile, almeno dal punto di vista dello sviluppo intellettivo e della cultura – una specie “superiore” all’altra.
Adesso qualche animalista fanatico mi dirà: “Sì, il cane”.
E a volte, confesso, lo penso anch’io… però, quando lo penso, non mi riferisco certamente a “tutta” l’umanità, ma soltanto a certi personaggi dai comportamenti che ritengo sub-umani.
Chi sostiene di essere totalmente antispecista e addirittura di preferire la specie cane alla specie uomo nel suo insieme sarebbe quantomeno tenuto a non riprodursi, per coerenza (e invece, esclusi i ragazzini “fanatici per motivi di età” e destinati probabilmente a cambiare idea, i più  accaniti fautori della superiorità del cane sull’uomo hanno quasi sempre torme di figli).
A parte questo: l’uomo governa questo pianeta, ergo si è dimostrato intellettivamente “superiore” alle altre specie. Che poi lo faccia male, a volte malissimo, è un discorso a parte.
Se consideriamo solo le due specie, nel modo più oggettivo possibile, credo che nessuno al mondo possa negare che noi la sappiamo un po’ più lunga dei cani.

bulldog_eugenQuesto ci mette in una posizione eticamente giusta per praticare l’eugenetica su di loro?
A mio avviso sì, sempre che si stia parlando davvero di “eu” genetica, ovvero di genetica “buona”, “positiva”: la quale dovrebbe consistere semplicemente nel selezionare individui il più possibile sani, tipici e di buon carattere, per il solo ed ovvio motivo che questi saranno anche gli individui più felici, più sereni, in grado di vivere una vita migliore. Ovviamente non ci autorizza a “creare mostri” (accusa molto diffusa quando si parla di razze particolarmente problematiche)… ma di questo parleremo tra poco.
Ora mi preme chiarire che controllare le linee di sangue, fare indagini preliminari sulle malattie ereditarie e togliere dalla riproduzione i soggetti a rischio è solamente un atto di massimo rispetto verso gli eventuali nascituri: tra l’altro gli animali, secondo la Chiesa, non hanno  l’anima e quindi non hanno neppure il dannato peccato originale da espiare.
Quindi neppure la Chiesa potrà mai sostenere che debbano soffrire per forza, come noi sfigatissimi discendenti di Adamo ed Eva (a proposito, i preti dovrebbero spiegarmi com’è che anche gli animali femmina “partoriscono con dolore”, maledizione lanciata da Dio quando ha sbattuto la prima coppia fuori dall’Eden: se Eva ha giocato ‘sto bello scherzetto a noi, loro cosa c’entrano? Mica hanno mangiato mele proibite!).

darwin_fotoIn ogni caso, io trovo che scegliere riproduttori il più possibile sani sia assolutamente un gesto d’amore: così come trovo assolutamente criminale lasciar riprodurre “ad capocchiam” i cani malati.
In molti casi, bisogna dirlo, è la natura stessa a fare eugenetica (solo che si chiama “selezione naturale”: o almeno così la chiamò Darwin): ma non sempre ci riesce.
Esempio aneddotico: la buonanima di mia suocera, semplice donnina di campagna senza alcuna nozione di cinofilia ma profondamente amante dei cani, aveva avuto una cucciolata dalla sua cagnetta di casa, che si era accoppiata col fratello (in campagna queste cose erano all’ordine del giorno). Si tenne due cuccioli: e giusto per capire quanto ci sia di vero nel “vigore ibrido”… questi due fratelli figli di fratelli, per quanto bastardini da millemila generazioni, ne mostrarono ben poco.
Lei era epilettica e lui storpio: camminava sui gomiti, avendo le articolazioni rigide e inamovibili. Da bravi cani di campagna, entrambi i cuccioli (che si chiamavano Buffy e Pucci) vivevano assolutamente liberi: e quando diventarono adulti, Buffy venne chiusa in garage quando era in calore (ma mica perché fosse epilettica: solo perché “due cani erano sufficienti”), mentre Pucci era libero di fare il cavolo che voleva. E quello che voleva era inseguire disperatamente qualsiasi cagnetta in calore che abitasse nel raggio di cinque chilometri: solo che la stessa idea ce l’avevano altre decine di cani campagnoli, lasciati altrettanto senza controllo. Così si poteva vedere la seguente scenetta: cagnetta in calore davanti, codazzo di corteggiatori dietro… e mezz’ora dopo l’ultimo, Pucci, con la lingua fuori, affannatissimo, col fumetto sulla testa che diceva “Ehi! Aspettatemi!”.
Ovviamente nessuno lo aspettò mai, e con la sua camminata sui gomiti Pucci non riuscì mai ad ingravidare nessuno, perché arrivava sempre troppo tardi: selezione naturale, appunto.
Ma se la Buffy, che era “solo” epilettica, fosse stata lasciata altrettanto libera, sicuramente si sarebbe accoppiata, dando vita a cucciolate che si portavano dentro un corredo genetico da incubo.

cane-aggressivoE’ sbagliato evitare che si verifichino accoppiamenti simili?
Ma certo che no! E chi la pensa diversamente, a mio avviso, ha qualcosa che non va nella testa.
Lo stesso discorso vale per il carattere. Accoppiare cani squilibrati, mordaci o fobici è pura follia, non soltanto per via del corredo genetico ma anche per via dell’imprinting materno: una cagna fobica rischia infatti di insegnare ai suoi figli ad aver paura dell’uomo, una cagna aggressiva insegnerà loro a morderlo… e così via.
Ovviamente il concetto di “non accoppiare” NON deve equivalere a quello di “sterminare”.
Soltanto gli esseri sub-umani possono pensarla così: i veri nuovi Hitlerini de noantri.
Il cane malato si deve curare con tutti i mezzi possibili e con tutto l’amore possibile, il cane che ha un brutto carattere si deve mettere in condizione di vivere il più possibile sereno e tranquillo (e di non far danni): ma nessuno va soppresso, perché il rispetto per la vita deve essere fondamentale in una società civile e tra persone civili.
Lo stesso vale, ovviamente, per i cuccioli “difettosi”: non si devono vendere, ma si deve provare ad affidarli (in regalo, ovvio) a famiglie disposte a prendersi cura di loro. E se questa famiglia non si trova, l’allevatore se li deve tenere. Punto.
Sua è stata la responsabilità di farli nascere, sua è quella di garantire loro la miglior vita possibile.
La soppressione è lecita solo in caso di patologie invalidanti e senza possibilità di cura: in questo caso la invocherei anche per gli umani, e figuriamoci per i cani. Ma se il cane ha soltanto un “difetto” fisico, o un brutto carattere, non si deve pensare neppure di striscio che eliminarlo significhi “fare il bene della razza”: è solo una comoda scorciatoia per levarsi un impiccio, altro che eugenetica.

dog_showE la bellezza?
La bellezza (estetica) l’ho lasciata per ultima, proprio perché è quella su cui maggiormente si discute e si dibatte: se infatti molte persone saranno probabilmente d’accordo con quanto ho sostenuto finora sulla selezione (ovvero sull’evitare di far riprodurre cani malati o schizzati), le cose cambiano radicalmente quando entra in ballo la bellezza.
Questa non può essere, a parere dei più, una giustificazione valida per l’eugenetica: e invece – è inutile far finta di non saperlo – è proprio la bellezza quella tenuta in maggiore considerazione dagli allevatori.
E’ proprio la bellezza (o presunta tale) quella che ha portato alla nascita di quelli che alcuni definiscono “mostri a quattro zampe” (bulldog, carlini e così via); è la bellezza (anzi, la sua mancanza) a causare la maggior parte delle soppressioni di cuccioli magari sanissimi, ma col mantello “sbagliato”.
E’ la bellezza a portare alla luce, anche in campo cinofilo, quello che in campo umano è stato rappresentato dal nazismo: il desiderio (lecito) di creare una “razza superiore” realizzato attraverso la pratica (assolutamente illecita ed eticamente inammissibile) di sterminare di chi non risponde ai crismi di questa “superiorità”.
Purtroppo oggi, in cinofilia, stanno succedendo cose  che con  l’eugenetica hanno ben poco a che vedere: neppure con quella hitleriana.
Succede che cani malati, ma belli, vengano usati in riproduzione, mentre cani sanissimi ma “brutti” (ovvero, non rispondenti allo Standard di razza) vengano soppressi.
Ma questa sarebbe eugenetica?  Quando mai.
Questo è puro e semplice marketing, è business, è cagnaresimo bello e buono. Si tiene in vita, si spinge e si promuove ciò che si vende, non ciò che è bello-buono-sano.
Questo non può avere nulla a che fare con l’eugenetica, anche perché di “eugenetica”  si è sempre e solo parlato per gli esseri umani (che, almeno da quando è finito lo schiavismo, non si comprano e non si vendono).
Che piaccia o faccia schifo il concetto, l’eugenetica mira al miglioramento della specie, non al guadagno economico.

microcaneL’allevamento cinofilo di stampo cagnaro (che purtroppo, e bisogna riconoscerlo, si sta diffondendo mooolto più dell’allevamento serio) mira e pensa esclusivamente ai soldi.
Non soltanto quando elimina cuccioli sanissimi ma difficilmente piazzabili, ma anche quando ha creato razze o soggetti incapaci di respirare, di correre o di riprodursi.
Ha tutto a che fare con il business: perché se il mercato vuole cani sempre più piccoli, con i musi sempre più schiacciati, con le zampe sempre più corte… gli allevatori,  esattamente come succede in tutte le aree di qualsiasi mercato al mondo, seguono la richiesta.
Sono “cagnari inside”? Forse sì, forse no: dipende.

boxer_evoluzAllevare chihuahua, microcani che però sono sempre stati così fin dai tempi più antichi (derivano dal Techichi, il cane dei Toltechi che visse in Messico dal X al XII secolo… ed era già microscopico) non significa pasticciare con la genetica, ma amare una razza di piccola taglia; allevare chihuahua cercando di miniaturizzarli ulteriormente significa proprio pasticciare con la genetica (ed è anche una follia).
Allevare boxer, che il muso corto ce l’hanno sempre avuto, non è peccato: avere accorciato in modo tanto drastico la canna nasale (nella foto a sinistra vedete a confronto Blanka V. Argentor, una delle progenitrici della razza, e un campione moderno) è sicuramente più discutibile.
Allevare “yorkshire teacup” e altre razze inventate di sana pianta è semplicemente una truffa bella e buona: ma questa difficilmente danneggia i cani (se non per il fatto che vengono accoppiati a casaccio e senza alcun controllo), visto che molti yorkie o maltesi comprati in negozio come “toy”, da adulti, si sono rivelati cani da sette-otto chili!

Portrait of a kitten lying on top of a puppy.Prima di giudicare chi alleva, però, ci sarebbe da chiedersi perché ci sia tutta questa richiesta di cani sempre più lontani dal concetto di cane “medio”, di “cane fatto a cane” come li chiamo io: e molte delle possibili risposte sono un pugno nello stomaco di chi è davvero cinofilo.
Personalmente mi sono sentita dire da diverse Sciuremarie in cerca di cani microscopici che li volevano così “perché almeno non c’era bisogno di portarli fuori a sporcare: potevano farla nella cassetta come i gatti”.
E alla mia – ovvia, credo – obiezione: “Ma allora perché non si prende un gatto?” l’immancabile replica è stata: “Ehhhh nooo! Il cane è tutta un’altra cosa!”
Posso (almeno in parte) essere d’accordo: ma se parliamo di cane, parliamo di un animale che deve assolutamente uscire, socializzare, collaborare con il suo umano e così via.
Se il cane lo tieni come un gatto, non avrai né l’uno né l’altro: avrai un povero disadattato che non può fare il gatto (perché non lo è), ma neppure il cane (perché non gli permetti di farlo).
Eppure nessun cagnaro si sogna di far presente questa semplice verità alla Sciuramaria di turno: le rifilano il chihuahua da mezzo chilo, o peggio ancora la illudono con i maltesi toy o gli shih-tzu “imperiali”. E quando non sono proprio truffatori (vedi cani da otto chili di cui sopra), cercano di produrre apposta cani di questo genere (spesso affetti da gravi patologie: altro che eugenetica!) per soddisfare questa richiesta.
Quanto all’allevatore serio, all’Allevatore con la A maiuscola, quello che produce normali chihuahua da un chilo e mezzo o yorkshire da tre chili e mezzo… si vede spesso e volentieri scavalcato dai cagnari, che vendono tutti i cuccioli in un nanosecondo mentre a lui, magari, restano in casa per mesi.
C’è davvero da stupirsi, se alla fine qualche Allevatore salta sull’altra sponda e diventa a sua volta cagnaro?
La verità è tutta qui: l’Allevatore fa davvero “eugenetica” intesa nel senso migliore del termine, e non certo in quello nazista.
Il cagnaro fa solo business… ma lo fa anche perché la cultura cinofila media sta sottozero e quindi il mercato desidera, cerca, brama spasmodicamente cani che non sono più cani.
Vale un po’ in tutte le razze, mica solo in giganti e mignon: il pastore tedesco, razza amatissima in tutto il mondo per la sua enorme ecletticità, è stato selezionato per decenni in base all’attitudine al lavoro.
Solo che, per avere una reale attitudine al lavoro, non poteva avere quegli angoli esasperati che lo rendono esteticamente “strafigo”: e allora la razza si è spaccata in due, cani da lavoro di qua (cagati pochissimo, e solo dagli addetti ai lavori) e cani da bellezza di là (che si vendono come il pane, perché sono belli ma soprattutto perché è lì che girano i soldi).

bellezz_lavor
Risultato: in molte linee “bellezzare”, non soltanto si è perso il carattere (tanto… a che serviva, se si doveva solo trottare a trecento all’ora sul ring?), ma anche la funzione: in Italia ancora no, grazie al cielo, ma in altri Paesi si vedono pastori tedeschi (vincenti!) che letteralmente non stanno più in piedi, se non incrociando penosamente i garretti.
Trottano sempre a trecento all’ora, ma da fermi si ammucchiano.
Ecco: questa roba qua, con l’eugenetica, non ha assolutamente nulla a che vedere.
Semmai sarebbe “dis-genetica”, se esistesse questa parola. Cattiva, cattivissima genetica: in altre parole, allevamento (scusate, ma quando ce vo’ ce vo’) alla cazzo di cane, nel senso più letterale del termine.
Ricordiamo anche che i cani “eugeneticamente belli” dovrebbero essere quelli che rispondono allo Standard: ma gli Standard mirano tutti – tutti, nessuno escluso – ad un cane funzionale (e quindi anche sano).
Purtroppo, in expo, gli stessi Standard a volte vengono bellamente ignorati, oppure ci si fissa su una sola caratteristica (per esempio il mantello: guarda caso, quella più appariscente) e si tralascia tutto il resto.
In questo caso, di chi è la colpa? Di chi alleva o di chi giudica?
Insomma:

NON è la cinofilia ad aver creato dei mostri: è il mercato.
NON è la cinofilia a fare eugenetica nel senso deteriore della parola: sono i cagnari.

platoneL’Allevatore con la A maiuscola fa, invece, eugenetica: ebbene sì.
Ma la fa nel senso più elevato, quello che avrebbe sempre dovuto avere fin dai tempi di Platone (perché è stato lui a parlarne per la prima volta!): ovvero, tendere a far nascere soggetti il più possibile sani, equilibrati e morfologicamente adatti alla propria funzione (e per un vero cinofilo, nonché per qualsiasi zootecnico, “bellezza”  significa esclusivamente questo).
Questo comporta anche che le  esagerazioni vadano fermate. Ed è indubbio che in alcune razze si dovranno fare dei passi indietro: ma molti Club di razza già si stanno muovendo in questo senso (per esempio, lo Standard del bulldog inglese è stato modificato e l’ipertipo non è più desiderato).
Ora bisogna vedere come si comporteranno i  Giudici… ma la tendenza a tornare verso cani più sani, sicuramente, già c’è. E anche questa si può considerare “eugenetica”.
Che poi il significato di questo termine sia stato clamorosamente sputtanato da Hitler & C., è un dato di fatto… ma la mia opinione, quella che è stata richiesta dall’amica allevatrice che si macera nei dubbi, è questa: se in campo umano non si può prescindere da una scelta libera e autodeterminata della riproduzione, in campo cinofilo – non essendo i cani in grado di scegliere, anche perché non hanno alcuna cognizione di cosa sia la genetica – dobbiamo essere noi a preoccuparci del loro benessere anche attraverso accoppiamenti selezionati ed accurati, che limitino il più possibile la nascita di cuccioli sfigati. E se per caso ci nascono, ancora una volta dovremo preoccuparci di dar loro una vita più dignitosa e più felice possibile.
Questa è l’unica visione possibile dell’eugenetica cinofila.
Chi ne ha una diversa… be’, a me non piace. E in alcuni casi lo condanno proprio.
Chi sopprime cuccioli sani sta, a mio avviso, sullo stesso identico piano di Hitler. Ma chi accoppia a casaccio, senza fare il minimo sforzo per migliorare la razza (il che significa “mettere al mondo cuccioli sani, tipici ed equilibrati” e non “cuccioli facilmente vendibili”)… per me è, dal punto di vista cinofilo e anche da quello etico, quasi altrettanto criminale.
E chi fa accoppiare meticci?
Questi meritano un discorso a parte, perché queste persone non ci guadagnano quasi mai un centesimo e sono, nella maggior parte dei casi, in buona fede. Pensano di “assecondare la natura” e si sentono degli eroi per questo… non sapendo, o non capendo, che la natura in realtà è molto selettiva.
Non ricordano neppure che il cane non è più un cane “naturale”: perché quello si chiama “lupo” e, tanto per cominciare, mette al mondo una sola cucciolata all’anno, solo se ci sono le condizioni ideali per allevarla. E i cuccioli deboli o malati li fa fuori senza pietà (la selezione naturale è decisamente più “hitleriana” di qualsiasi allevatore: anche dei peggiori cagnari).
Il cane  non è un animale “naturale”.
Non è che “non lo sia più”: non lo è proprio mai stato.
Il cane è “figlio” dell’uomo, è quello che è per via del suo rapporto con l’uomo… e quindi l’uomo ne è responsabile, che gli piaccia o meno.
Riempire i canili pensando di “lasciar fare alla “natura” è la cosa più ipocrita e più stupida che si possa fare… e infatti la si fa in continuazione, perché a volte l’uomo è davvero molto stupido.
Questo, però, non giustifica il fatto che debba essere anche così ignorante da confondere la “buona genetica” con il nazismo, nè le scelte stupide con la voglia di sentirsi ancora parte di una natura che, con noi e con i nostri cani, ha più ben poco a che vedere.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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