mercoledì , 22 novembre 2017
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L’arousal… visto da me (più altre considerazioni varie)

arousal1di VALERIA ROSSI – Il termine “arousal” è entrato in cinofilia da pochi anni (prima si parlava di “temperamento”, di “reattività” o semplicemente di “livello di eccitazione”), ma è diventato ormai di uso comune tra gli addetti ai lavori.
I non-addetti, invece, a volte fanno ancora facce strane quando si usa questa parola e quindi, innanzitutto,  è forse il caso di spiegare di cosa si tratti.
In psicologia umana per “arousal” si possono intendere due cose diverse: o un “picco” di eccitazione, oppure proprio il livello di eccitazione, o per meglio dire il livello di attivazione emozionale.
In cinofilia viene utilizzato soltanto il secondo significato, quindi si parla di arousal alto, medio o basso, che andrebbero di pari passo con diversi stati emozionali che gradualmente vanno dall’apatia (arousal bassissimo) all’eccitazione sfrenata e incontrollata (arousal altissimo).
E’ opinione comune, nonché Verbo diffuso da tutti coloro che praticano o insegnano cinofilia, che l’arousal debba essere medio e che vada quindi stimolato nei soggetti apatici e abbassato in quelli molto eccitabili, attivi o addirittura iperattivi.
Ma come è nata questa convinzione?
E’ nata, tanto per cambiare, dagli studi effettuati sull’uomo, che dicono che nella nostra specie le migliori prestazioni (di ogni tipo: intellettive, lavorative eccetera) si ottengono quando ci si trova in omeostasi: altro termine relativamente nuovo per la cinofilia, che in pratica indica la capacità dell’organismo di riadattarsi – attraverso una serie estemamente complessa di meccanismi – ai diversi (e continui) stimoli provenienti dall’ambiente esterno, in modo da ottenere uno stato di “calma”, di “pace interiore” che poi in realtà deriva dalla costanza della composizione chimica e delle proprietà fisiche del sangue e degli altri liquidi biologici.
Cosa si è scoperto, in psicologia umana?
Che solo un arousal medio corrisponde ad un buon funzionamento cognitivo.
Detta così sembra una cosa mooolto importante, ma in realtà siamo abbastanza vicini alla scoperta della classica acqua calda.
Se qualcuno vi chiedesse, infatti:  “pensate di riuscire meglio nel vostro lavoro se siete assonnati o apatici, se siete in preda a un attacco di panico o se siete tranquilli e rilassati?”, penso che sareste tutti perfettamente in grado di dare una risposta sensata senza scomodare troppi termini scientifici.

arousal7Restano, però, alcuni punti che mi lasciano leggermente perplessa (ed è per questo che, nel titolo, ho precisato che sto parlando dell’arousal “visto da me”): tanto per cominciare, c’è il fatto che i cani non sono umani e che quindi gli studi che si sono occupati e che si occupano della nostra psicologia potrebbero non essere proprio correttissimi quando si parla della loro.
In più c’è il fatto che le emozioni, i sentimenti, le reazioni e i comportamenti del cane li guardiamo sempre e solo con la nostra ottica e non con la loro.
E’ evidente che sarebbe impossibile fare diversamente: così come i cani non sono umani, anche noi non siamo cani… e per quanto ci sforziamo di capirli, di studiare, di imparare tutto il possibile, avremo sempre questo clamoroso handicap. Possiamo leggere e provare ad interpretare i loro comportamenti, ma non potremo mai fare lo stesso con i loro sentimenti.
In realtà non siamo in grado neppure di leggere i sentimenti di un’altra persona: possiamo leggerne le emozioni, perché quelle si trasformano in comportamenti visibili (come il pianto o il riso)… ma i sentimenti appartengono alla sfera più intima ed inviolabile di ciascuno di noi.
Figuriamoci quando si parla dei sentimenti di una specie completamente diversa dalla nostra.
Queste considerazioni le sto facendo, ovviamente, da molto tempo, quasi sempre tra me e me: oggi invece ho deciso di renderle pubbliche perché ieri, per pura combinazione, ho avuto al campo – uno dietro l’altro – due cani che mi sto sforzando di capire, riuscendoci solo in minima parte (e, lo confesso, tirando molto a indovinare).
Il primo è un adolescente di taglia ragguardevole, appartenente ad una razza assai temuta, che ha preso la poco piacevole abitudine di “scegliere”, durante la passeggiata, persone a caso verso le quali scagliarsi con presumibili intenti aggressivi. Dico “presumibili” perché, ovviamente, i suoi umani bloccano sul nascere i suoi tentativi di zompare addosso a queste persone e quindi non possono sapere se, all’atto pratico, il cane finirebbe per morderle  o se magari si limiterebbe ad annusarle (escludono che intenda far loro le feste o giocarci, perché il linguaggio del corpo è abbastanza minaccioso).
Ho chiesto agli umani di questo cane di partecipare ad una giornata di “vacanze al Debù” per vederlo in mezzo a una marea di cani e persone, occasione nella quale speravo di poter vedere una di queste manifestazioni comportamentali e quindi di capirci qualcosa (con me, al campo, il cane è allegro, giocherellone, collaborativo e buonissimo)… ma non c’è stato modo di vedere un bel niente. Nonostante la presenza di tanti stimoli, lui è stato sereno e rilassato per tutta la giornata.
Perché? Vattelapesca. Tirando, appunto, a indovinare ho dedotto che fosse l’ambiente a condizionarlo: quando viene al campo lui si diverte, quindi gli è bastato varcare il cancello per trovare la sua omeostasi.
Ma il suo livello di arousal era medio?
Direi proprio di no: era molto eccitato (piacevolmente eccitato, aggiungerei) da tutti i cani e le persone presenti… ed è stato amichevole con tutti.
Questo cane diventa non-amichevole, al contrario, quando sembrerebbe proprio avere un arousal assolutamente medio, ovvero durante una tranquilla passeggiata quasi esente da stimoli: essendo un cane ben socializzato, che sicuramente non prova alcun particolare turbamento nel camminare su una strada cittadina frequentata da millemila umani, se ne infischia bellamente di tutti e millemila… meno uno.
E quando individua quell'”uno” gli si avventa contro, ancora non sappiamo perché.
Sappiamo solo – o quantomeno possiamo dedurre dall’osservazione – che questo particolare cane si comporta in modo impeccabile quando è “su di giri” (quindi in presenza di molti stimoli, di lavoro intenso, di ambiente che promette gioco e divertimento eccetera), mentre manifesta comportamenti anomali quando il suo arousal è (almeno apparentemente) così medio che più medio non si può.

arousal3Caso numero due: cucciolona di cinque mesi circa, di taglia gigante, appartenente a razza già tendenzialmente “spenta” di suo.
Quand’è arrivata al campo, un mesetto fa, aveva qualche problema di socializzazione con cani e umani: adesso è socializzatissima con i cani (anche troppo: ormai va sparata anche verso quelli che le abbaiano contro!) e sta vistosamente migliorando anche con gli umani.
Quando c’è il minimo stimolo distraente, però, si scorda completamente il significato della parola “richiamo”.
Per questo, ieri, ho chiesto alla sua umana di comportarsi in modo più dinamico, allegro e coinvolgente possibile: da pacata signora che si è scelta un cane altrettanto pacato l’ho costretta  trasformarsi in una sorta di ragazzina zompettante e casinara.
La reazione della cucciola è stata di immediato “risveglio”… e di obbedienza quasi impeccabile al richiamo.
Quindi, in questo caso, alzandole l’arousal abbiamo ottenuto un vistoso miglioramento delle prestazioni che, in quella che sembrava una perfetta omeostasi (lei al campo è un vero cane zen: appare in pace con se stessa e col mondo), erano invece pessime.
Considerazione successiva: queste prestazioni (il richiamo, nella fattispecie) sono migliorate, sì… ma per quanto riguardava le nostre aspettative, non le sue!
Magari lei preferiva farsi gli affaracci suoi e non rispondere ad alcun richiamo.
Ma è accettabile, questo? Ovviamente no.
Un cane senza richiamo è un pericolo pubblico (specie quando è molto grande) e mette costantemente a repentaglio anche la propria vita, non avendo le cognizioni necessarie a distinguere i pericoli che si annidano nel nostro mondo, nel quale peraltro gli tocca vivere.
Quindi, a questa cagnina, cercheremo di tenere sempre un livello di eccitazione piuttosto elevato per ottenere che risponda al richiamo.
E lei sarà in omeostasi? Vattelapesca: i suoi sentimenti non possiamo conoscerli.
Però possiamo distinguere un cane vivo da uno che è finito sotto un TIR: questo sì.
E anche se il punto di vista è prettamente umano, credo che quello di preferire il cane vivo a quello morto sia un punto di vista universalmente condiviso.

arousal2In molti altri casi, però, non è così scontato che la visione umana dell’omeostasi canina sia condivisa.
Per esempio, mi è capitato casualmente di veder uscire da un’aula gli allievi di una nota scuola cinofila, tutti con i loro cani al guinzaglio… che ho immediatamente definito, dentro di me, “cani-zombie”.
A me apparivano mosci, spenti, disinteressati a qualsiasi stimolo circostante (per esempio, a cani e umani che seguivano la lezione mia in un’altra aula dello stesso complesso).
Evidentemente, però, la mia impressione non era affatto condivisa dai proprietari di quei cani, che avevano tutti un bel sorrisone stampato sulla faccia e che – anzi – hanno guardato con aria compassionevole i cani caciaroni, giocherelloni e zompettanti dei miei allievi.
Qui diventa davvero difficile dire quali umani avessero ragione e  quali avessero torto… o meglio, io non ho il minimo dubbio! Per me i miei erano “cani normali” e quegli altri erano dei poveri infelici… ma per loro, evidentemente, era l’esatto contrario.
E chi può sapere, invece, come la pensassero e cosa provassero tutti i cani presenti?
La risposta è:  NESSUNO.
L’unica, tragica verità è che nessun umano può dire di poter conoscere e capire davvero i sentimenti di un cane… quindi, in realtà, quello che facciamo è cercare di adattare i nostri cani a quella che è la nostra visione della vita, della serenità, dell’omeostasi e di tutto il cucuzzaro.
Col rischio di azzeccarci tanto come se provassimo ad intuire gli stati d’animo di Alien.
Insomma, a mio avviso stiamo utilizzando un po’ troppo la psicologia umana nel tentativo di comprendere e codificare qualcosa che umano non è.

arousal4Per noi l’arousal medio è lo stato ideale: ma siamo davvero sicuri che lo sia anche per il cane?
Il cane è davvero più felice quando è rilassato che quando è eccitato? Forse anche lui offre migliori performance (con qualche eccezione, come quella della cucciola di cui sopra)… quando però queste performance sono quelle che fanno comodo a noi (e non parlo di un “comodo” sportivo o utilitaristico: parlo anche di quel tipo di “comodo” che ci fa stare bene perché ci siamo convinti di aver dato il massimo al nostro amico e di averlo reso felice).
Ma se il cane vivesse ancora in natura, le performance richieste per il suo benessere sarebbero ben altre.
Non certo la pronta risposta a un richiamo, e neppure la capacità di starsene serenamente sdraiato al bar… ma, per esempio, la capacità di inseguire, cacciare, uccidere una preda.
E lo si può davvero fare mantenendosi in omeostasi? Ne dubito.
Lo stato di “cane zen” mi sembra abbastanza incompatibile con la caccia, così come lo sembrerebbe con la difesa del territorio, il corteggiamento, l’accoppiamento, la cura della prole (e qui umani e cani direi che convergono: chi è mai stato in perfetta omeostasi quando ha avuto dei figli piccoli?!?).
Insomma, le prestazioni del cane “naturale” (ammesso e non concesso che si possa utilizzare questa definizione, perché il cane naturale si chiama “lupo”: il cane non è più “naturale” da quel dì… in pratica da quando ha deciso di vivere con noi) non mi sembrano esattamente compatibili con un arousal medio.
Mi chiedo, quindi, se il cane non sia molto più in omeostasi quand’è eccitato, piuttosto che quando è tranquillo e rilassato.

arousal6Un’ultima considerazione, sempre a mio avviso, la meritano i concetti di “introversione” ed “estroversione”: infatti, sempre in umana (e in base agli studi condotti da Hans J. Eysenck) gli introversi sarebbero soggetti che hanno, proprio geneticamente, un livello di arousal troppo alto,  e che quindi cercano (inconsciamente) di abbassarselo da soli chiudendosi il più possibile in se stessi e quindi limitando gli stimoli.
Al contrario, gli estroversi sarebbero persone che cercano di innalzare il proprio bassissimo arousal innato.
Sempre ammesso e non concesso: a) che Eysenck abbia ragione; b) che la cosa valga davvero anche per i cani… quello che normalmente noi facciamo, lavorando con loro, è l’esatto contrario: cerchiamo di stimolare poco e di “chiudere” i cani estroversi, moderandone quindi l’arousal, e di innalzare quello degli introversi.
Il che sarebbe in palese contraddizione con quello che i cani cercherebbero di ottenere (e cioè la solita, benedetta omeostasi) con i loro comportamenti.

arousal5Conclusioni? Non ne ho, ovviamente.
Non è che stia accusando il mondo intero di non poter capire i sentimenti dei cani, per poi saltarmene fuori a dire che li ho capiti solo io.
Come credo stiano facendo moltissimi cinofili in tutto il mondo, io posso sforzarmi di capirci qualcosa (di solito più per risolvere problemi pratici e individuali, come nei due casi che ho citato, che non per tirarmela da sapientona galattica)… ma la pura verità è che, nove volte su dieci, tiro a indovinare.
E qualche volta, magari, ho l’intuizione giusta per pura botta di culo DOC.
Non intendo, dunque, sostenere che l’arousal ideale per un cane sia quello alto: posso solo dire che mi è venuto questo dubbio.
L’unica vera conclusione che posso trarre è che non si possa, almeno ad oggi, dare nulla per certo e nulla per scontato: tantomeno ciò che proviene da settori di studio che sono sempre stati mirati ad una specie (la nostra) completamente diversa da quella canina.
Per questo la mia scelta – ancora una volta personalissima – è quella di continuare a pormi domande e, nel frattempo, di dedicarmi a cercare di ottenere dai cani ciò che, facendo indubbiamente comodo a me, mi sembra anche andare in direzione del loro benessere.
Il che mi è abbastanza agevole quando si tratta di scegliere tra situazioni a rischio ed altre che mi garantiscono (almeno) di mantenere il cane in vita (o di evitare che sia un pericolo pubblico)… ma resta pienissimo di punti interrogativi quando si parla di effettivi stati d’animo.
Anche perché spesso parlo (tutti parliamo) sempre di serenità o addirittura di felicità del cane: ma anche questi, se ci pensiamo bene, termini umani riferiti ad emozioni umane.
Perfino quando cerchiamo di descrivere un sentimento siamo costretti ad usare l’umanese: non siamo in grado di dire “oggi il mio cane si sente woff woff”, oppure di chiedergli direttamente “Stai bau? Mi sembri un po’ sbuff arf arf!”.
Per questo credo che a tutti i cinofili del mondo (compresa la sottoscritta, sia chiaro) serva un bel bagno di umiltà.
Perché a volte mi capita di leggere, tra i soliti “scanni”  nei vari gruppi di FB, frasi come “Cretino! Ancora con questi metodi preistorici (l’ultima volta il metodo preistorico era il controcondizionamento)! Non hai ancora capito che devi lavorare sulle emozioni del cane?”
Ovviamente poi nessuno ti dice “come” lavorarci (l’altra frase classica, se glielo chiedi, è: “Adesso vado al campo, che è meglio“: ovvero, non so come risponderti e quindi fuggo via da FB)… perché il fatto è che non lo possiamo sapere.
Che delle emozioni del cane possiamo cogliere solo i lati che vengono espressi in modo eclatante, proprio tipo insegna al neon (mi piscio sotto, ti mordo, ti ringhio): ma le motivazioni, i sentimenti appunto che ci stanno dietro, non li conosciamo affatto e forse non li conosceremo mai. Per di più, anche quando proviamo ad affrontarli con le poche nozioni scientifiche che abbiamo, ci basiamo su una scienza che ha studiato tutt’altra specie.
Mi pare che ci sia poco da sbanfare… e ancora tanto, ma tanto da studiare. Per tutti noi.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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