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Eucanasia

eucanasia4di MARCO CARUCCI –  Allegria, stavolta parliamo di morte.
Mica di quella dei nostri cagnolini, giammai. Al solo pensarci, per la commozione, non riuscirei a scrivere una riga.
Parlo piuttosto della prospettiva di dovere tenere conto che, dei componenti il binomio cane-padrone, non è detto, come talvolta si dà per scontato, che sia sempre il quadrupede a raggiungere l’Ade per primo.
D’altro canto, inutile girarci intorno o far finta di niente per esorcizzare il problema: qui c’è poco da ridere, ogni vita, così come ha un inizio, ha una ineluttabile fine. Vale per il cane e vale per noi.
Adesso non è davvero il caso di fare scivolare lestamente le mani verso l’inguine in gesto di istintiva scaramanzia: si sta solo parlando, del tutto teoricamente, del certo epilogo di ogni essere vivente, pur se mi rendo conto che si tratta di un argomento “di nicchia” (forse, vista la materia, meglio sarebbe dire “di loculo”).
Lo spunto per considerazioni di così sfrenato buonumore mi è stato offerto da un articolo (Tpic, 8 luglio 2014) di Valeria Rossi intitolato “A che età prendere il cucciolo” e dedicato ai primi giorni di socializzazione familiare del piccoletto peloso: titolo che ho equivocato, ritenendo che la Nostra intendesse fornirci indicazioni sulla adeguata età dell’umano per munirsi di un cucciolo. Tanto più che un paragrafo (la prima, del tutto parziale, scorsa dell’articolo è stata assai affrettata) così principiava: “questo è il motivo per cui Samba l’ho presa a 60: …”.
Io – considerato che Valeria è del 1953 (non violo alcuna privacy, è notizia di dominio pubblico) – non avendo colto che si riferiva ai giorni di vita della rott, ero anche con benevolenza disposto a perdonarle il piccolo vezzo femminile di rubarsi un anno (dopotutto eravamo ancora largamente nei limiti della decenza, sai quante ne conosco che sarà una decina d’anni che spergiurano di avere compiuto i sessanta “il mese scorso”) ma solamente dopo il secondo caffè mattutino mi sono chiarito completamente le idee. Anche se, dal malinteso, mi è rimasto un rovello: cioè ritrovarmi a chiedermi se forse, per davvero, non si dovrebbe fare un serio esame di coscienza anagrafica prima di prendere un cane quando, almeno da un punto di vista meramente statistico, la teorica spettanza di vita del cane stesso sia ben maggiore di quella di chi si accinga ad adottarlo.
Messa così, potrei anche ritrovarmi un nugolo di anziani inferociti sotto casa, comprensibilmente pronti ad annullare, a bastonate e senza indugio, la mia, di spettanza di vita. In realtà si tratta solo di un maldestro tentativo di etica cinofila che si compendia in una domanda: vogliamo tanto bene ai cani da sapervi rinunciare quando siamo consci che rischiamo concretamente, sia pure del tutto involontariamente, di farli soffrire?

eucanasia2Ovvia ed immediata obiezione, tutt’altro che da trascurare, è quella del mancato rispetto, così ragionando, della sensibilità e delle esigenze affettive di tante persone, specie di età avanzata e/o di salute malferma, che trovano (come si può dubitarne?), nella compagnia del loro cagnolino, conforto e gioia quando non addirittura ragione di vita, cosicché il privarsi di tale compagnia li lascerebbe soli … come cani.
Un fatto certo è che non siamo in grado di dire, neppure per approssimazione, quanto, per un cane, sia triste il giorno della morte del padrone, né quanto tempo gli sia mediamente necessario per “elaborare il lutto”: in verità, nemmeno sappiamo se (akita di Richard Gere escluso) il cane “soffra” per la dipartita del suo padrone.
D’altro canto, e questo accresce ulteriormente il mistero, sono le stesse riflessioni (e restano le stesse domande senza risposte) che potremmo fare sostituendo il vocabolo ‘cane’ con la parola ‘moglie’ e ‘padrone’ con ‘marito’.
Lungi dal cercare alibi per quello che può sembrare, se non essere, un nostro egoismo, al contempo evitando una ingiustificata antropomorfizzazione dell’emotività canina, forse sarebbe sufficiente pensare sempre, anche in una proiezione futura, al fatto che nostro dovere è trovare il modo di fornire lealmente a questo fantastico amico una buona vita (almeno pari a quella che lui fa vivere a noi), beninteso una buona vita da cane: eucanasia, mi viene di definirla giocando tra fosche assonanze ed inesistenti etimologie (mai andato oltre la sufficienza stentata in greco, al liceo) ma penso che renda l’idea.
Poi, quando anche dovessimo scoprire, dall’Aldilà, con un qual certo disappunto, che il cane da noi tanto amato, rimasto nell’Aldiqua, non ci lesina critiche (magari discorrendo con il micio di casa: “guarda, il padrone, parlandone come da vivo, era veramente un gran pistola”), vabbè, in ciò il peloso non farebbe che segnare un punto in comune con il coniuge superstite.
Requiem.
Prometto di trattare un argomento più brillante e ridanciano, la prossima volta … se ci sarà, una prossima volta: la Parca è seduta lì, pronta a recidere il filo in qualsiasi momento.

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