venerdì , 24 novembre 2017
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Ma bisogna per forza essere behavioristi “o” cognitivisti?

pavlov_expdi VALERIA ROSSI – Aneddoto numero uno: parlavo, tempo fa, con un collega fieramente appartenente alla scuola CZ (cognitivo-zooantropologica). Ad un certo punto mi  scappò un sorrisetto ironico di fronte ad una sua affermazione sulla facoltà del cane di autodeterminarsi (non ricordo in quale contesto, ma si trattava di qualcosa decisamente al di sopra e al di fuori delle capacità di un cane). Immediatamente lui scattò indignato: “AH! Ma allora sei behaviorista!”. E da quel momento cominciò a trattarmi come una povera demente con la quale non valeva la pena di dialogare oltre.
Aneddoto numero due: una lettrice mi ha raccontato su FB di aver consultato un veterinario comportamentalista perché aveva un problema con il suo cane. Fece però l’errore di chiamarlo “comportamentista”, e quello andò su tutte le furie. “Comportamentalista, prego! – le ringhiò – O vuole per caso accusarmi di behaviorismo?”
Notare che la signora mi scriveva per chiedermi cosa cavolo fosse il behaviorismo e perché mai quel vet l’avesse presa per un’offesa mortale.

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John Watson

Di fronte a situazioni come queste, scusatemi tanto, a me scappa sempre da ridere: perché ci si scanna, ci si offende, addirittura ci si sente insultati per qualcosa che ha già poco senso quando si parla di psicologia umana (che è l’unica alla quale si riferiscono, in realtà, i termini di behaviorismo – o comportamentismo: sono sinonimi, da qui l’incazzatura del vet – e cognitivismo), visto che della mente umana si conosce ancora ben poco, anche se gli appartenenti alle diverse scuole di pensiero sono convinti di aver capito tutto (peccato che ne siano convinti gli appartenenti a scuole  diametralmente opposte).
Figuriamoci quanto può essere sensato scannarsi quando si parla di cani, esseri appartenenti ad una specie diversa e dotati di una mente della quale – ma confessiamolo, una buona volta! – non sappiamo praticamente nulla.
Prima di continuare, però, faccio un piccolo specchietto sui termini, per coloro che ancora non si fossero addentrati nei meandri della psicologia e dei relativi scanni: altrimenti non si capirebbe dove voglio andare a parare.

Behaviourismo o comportamentismo: dall’americano behavior (che in inglese si scrive behaviour), comportamento.
Concezione secondo cui la psicologia deve studiare solo il comportamento, in quanto direttamente osservabile e quindi passibile di studio scientifico valido, e non i processi psichici, la coscienza, ecc., che sono esperienze individuali e quindi non possono essere oggetto di scienza (fonte: Sapere.it).
La mente è considerata una “black box”, una scatola nera di cui non si possono conoscere i meccanismi interni, che comunque non interessano perché l’unica cosa che si può studiare sono le relazioni tra stimolo e risposta. Padre del behaviorismo è considerato John Watson (1878-1958)… che tra l’altro era americano: per questo io scrivo “behaviorismo” e non “behaviourismo” (che comunque si pronunciano nello stesso modo).
Cognitivismo: concezione che considera la mente come un elaboratore di informazioni provenienti dall’ambiente. Il principale oggetto di studi del cognitivismo è, quindi, proprio la mente come sistema complesso di regole, indipendente dai fattori biologici, sociali, culturali, emozionali ecc.
Il movimento cognitivista nasce nel 1967, quando viene pubblicato “Psicologia cognitivista” di U. Neisser (1928-2012): ma le critiche al comportamentismo erano già in atto almeno da una decina d’anni (fonte: Sapere.it)
Ulrich Neisser
Ulrich Neisser

Ripeto e sottolineo: si parla di psicologia umana.
Per quanto riguarda l’etologia, l’unica contrapposizione è riferita agli istinti, che non vengono presi in considerazione dal comportamentismo perché non sono frutto di apprendimento. Al comportamentismo non interessa neppure il ruolo della selezione naturale nel determinare il valore adattativo e quindi il controllo genetico del comportamento (fonte: Sapere.it).
Stando così le cose, io non potrei essere behaviorista perché dò grande importanza sia ai comportamenti istintivi del cane (che ritengo genetici e fortemente influenzati dalla selezione sia naturale che umana). Ma dò importanza anche agli impulsi, o pulsioni, che invece mirano al soddisfacimento di bisogni primari (fame, sete, sonno, sesso) basandosi su schemi appresi: quindi non potrei neppure definirmi cognitivista.
Il fatto è che io mi ritengo una sana (sì, sana: e tra poco vi spiegherò il perché) via di mezzo, ovvero una cinofila che non si fissa su un’unica scuola di pensiero, ma che osserva e trae conclusioni che, di volta in volta, possono adattarsi all’una o all’altra scuola di pensiero.
E sapete una cosa? Non me ne frega un accidenti di niente se un giorno il cane mi sembra cognitivo e il giorno dopo capace solo di apprendere per prove ed errori.
A me frega soltanto di due cose:
a) che il cane impari a comportarsi in modo consono alle regole della nostra società (un po’ perché di questa società fa parte, che gli piaccia o meno… e un po’ perché se facesse diversamente verrebbe messo ai margini della società stessa);
b) che il cane sia felice, o almeno sereno, e che i comportamenti di cui sopra (che si tratti di camminare correttamente al guinzaglio, di fare un percorso di agility o una prova di IPO) gli diano la maggiore soddisfazione possibile.
Per ottenere questi risultati, è davvero utile sapere come funziona la sua mente? E’ davvero utile sapere se la sua mente è un computer o una black box?

Mechanical Thinking Process in HeadLa mia risposta è “NI”.
Sarebbe sicuramente utilissimo, se fosse davvero la mente del cane quella che studiamo: ma il fatto è che fino ad oggi si è sempre e solo studiata la mente umana (che è indiscutibilmente diversa da quella canina).
Per dirla tutta, io ho poca fiducia anche nella psicologia umana proprio perché tutti gli esperimenti che hanno portato alla nascita delle diverse scuole di psicologia umana sono stati condotti sugli animali.
Pavlov utilizzò i cani per studiare i riflessi condizionati, Skinner i topi per scoprire il condizionamento operante, Köhler  gli scimpanzé per elaborare la teoria dell’insight e così via.
La cosa buffa è che ormai c’è uno sproposito di scienziati che contesta la sperimentazione animale (leggi: vivisezione e dintorni) adducendo la motivazione che uomini e cani, cavie, topi sono organismi diversi che spesso reagiscono in modo opposto, per esempio, alla somministrazione di uno stesso medicinale: ma nessuno – almeno che io sappia – si è mai messo a discutere sul fatto che la psicologia umana sia stata studiata su animali diversi dall’uomo.
Certo, si potrebbe pensare che alla fin fine sia più normale considerare questi esperimenti probanti per i cani che per l’uomo… ma anche qui ci sarebbe da discutere, visto che l’esperimento di Pavlov sui riflessi condizionati, per esempio, ha dato risultati molto diversi quando è stato ripetuto su cani liberi e non legati ad un tavolo con una cannula piantata nell’esofago.
La sperimentazione in laboratorio ha di buono (si fa per dire, visto che è un “buono” puramente accademico) la possibilità di essere misurabile, quantificabile e quindi pubblicabile: però non è sempre così attendibile come cercano di farci credere. E tutte le scuole di pensiero psicologiche, che ci piaccia o meno, sono basate su esperimenti condotti in laboratorio: quindi sono tutte potenzialmente fallaci, e dovremmo prenderle per buone solo fino a prova contraria,  con ampio beneficio di inventario e non certo pensando che siano la Verità assoluta infusa dal cielo.

DOASIDO_CLAUDIAFUGAZZA_978-84-940419-3-8Volete un esempio pratico? Io ho un libro del 1974, dal titolo “Come capire il cane e farsi capire da lui”, di Ferdinand Brunner (behaviorista per forza, visto che di  cognitivismo animale non si parlava neppure, a quei tempi), nel quale viene spiegato e dimostrato in modo assolutamente scientifico – ovvero attraverso esperimenti condotti in laboratorio – che il cane è incapace di apprendere per imitazione.
Oggi credo che tutti conoscano il “do as I do” di Claudia Fugazza, mentre Matteo Pittavino sta presentando da qualche giorno il suo “Progetto Mirror” basato proprio sull’apprendimento sociale (ovvero per imitazione).
E a proposito, presumo che abbiate sentito tutti parlare dei “neuroni specchio”, quelli che si attivano quando un animale vede compiere una determinata azione da un altro animale e che starebbero alla base non solo dell’imitazione, ma anche dell’empatia. Qualche tempo fa si sono sprecate le conferenze sul tema, in cinofilia, e sembrava che i neuroni specchio fossero la risposta a tutto (o quasi)… almeno finché qualche scienziato non ha fatto notare che il cane, i neuroni specchio, probabilmente non li ha. O se li ha, non si sa ancora di preciso dove siano e come funzionino.
Ce li hanno sicuramente le scimmie, ce li ha l’uomo e ce li hanno alcuni uccelli: ma il cane, non si sa.
Quindi, di cosa stiamo parlando?
Qualsiasi siano le nostre convinzioni e i nostri studi, stiamo sempre parlando di ciò che si ritiene valido oggi e che magari potrebbe essere completamente rivoluzionato domani.
Quindi è importante – anzi, importantissimo – conoscere, studiare, sapere: ma fissarsi su una sola teoria o scuola di pensiero, e addirittura offendersi se veniamo tacciati di aver pensato qualcosa che non le appartiene, è stupido.
E’, come dicevo poc’anzi, poco sano e porta più a fanatismi accademici che ad una vera comprensione del cane, che invece è l’unica cosa che dovrebbe interessarci davvero.
Quando io lavoro con i miei cani, o con i cani altrui, io “faccio” qualcosa, ma soprattutto “osservo” molto: e quello che vedo si sposa a volte con una teoria, a volte con quella diametralmente opposta, a volte con nessuna teoria finora formulata.
Se negassi di aver visto una cosa solo perché non si accorda con la mia scuola di pensiero, mi sentirei un’emerita pirla.
Preferisco dirmi: “Questa non l’ho capita”, e magari provare a ragionare su ciò che ho visto avvalendomi, sì, di tutte le attuali conoscenze, ma anche accettando il fatto che quel particolare comportamento, o manifestazione, o decisione del cane possa andare in una direzione diversa (e magari del tutto sconosciuta).

etologiaQuella che tendo a tenere in maggiore considerazione è sempre l’etologia, perché questa si basa sull’osservazione degli animali liberi e non sugli esperimenti di laboratorio: ma anche in etologia non è detto che ciò che si osserva una volta sia valido sempre… proprio perché gli animali sono cognitivi, ovvero capaci di acquisire informazioni, elaborarle e cercare di controllarle. Ma sono anche condizionabili, e anche istintivi; sono anche capaci del sopracitato “insight”, ovvero di arrivare a risolvere un problema mettendo insieme gli elementi che lo compongono con un’intuizione improvvisa, senza passare per le behavioristiche prove ed errori.
Domandona finale: è lecito essere capaci di accettare tutto questo?
O meglio ancora: è lecito accettare che della mente canina abbiamo ancora capito ben poco, e tener buono tutto ciò che abbiamo studiato restando però sempre pronti ad ammettere che a volte non funziona esattamente così?
Per me non è soltanto lecito, ma è (aridaje) molto più sano che fissarsi su una singola “etichetta”. Secondo me, per definirsi cinofili, è quasi obbligatorio levarsele di dosso, queste dannatissime etichette… e ovviamente è del tutto folle commettere l’erroraccio di segnare sulla lavagna e “buoni” e i “cattivi”  basandosi sulla loro scuola di pensiero.
Su Facebook leggo sempre più spesso commenti in cui si grida allo scandalo se qualcuno parla di condizionamento: “Ahhhh! Sei behaviorista, al rogo subito! Il condizionamento non esiste, non  si deve neppure più nominare!” (dopodiché la stessa persona va a fare la spesa al supermercato e si riempie beatamente il carrello di tutto ciò che è stato condizionato a comprare dalla pubblicità televisiva).

condizionamento_pallinaMa a parte questo, è davvero allucinante pensare che se utilizzo su un cane il condizionamento classico io diventi automaticamente un maltrattatore.  Cioè: se mostro al cane una pallina, e gliela tiro soltanto se si siede (metodo pavloviano al 100%), lo sto maltrattando?
Non facciamo ridere i polli, per favore. E non facciamo i talebani.
Non passiamo le ore a scannarci sui social network per stabilire se il cane ha fatto così o cosà per insight o per imitazione sociale.
Tutto questo serve solo a soddisfare il nostro ego, a far sapere agli altri (ma poi, agli altri “chi”??? Alle Sciuramarie che ci stanno chiedendo aiuto perché il loro cane insegue il gatto del vicino?) quanto siamo colti e quanto siamo fighi… salvo poi non sapere cosa rispondere a chi vuole soluzioni reali e pratiche. O rispondere cose folli come quella che ho sentito soltanto ieri: ad una sciura che aveva proprio il problema di un cane con altissimo predatorio è stato consigliato “di dargli più da mangiare, così non avrà più voglia di inseguire nessuno”.
Eh, sì: siamo a questi livelli.
Anzi, peggio: perché, oltre a sentir consigliare assurdità che non funzioneranno mai, leggo anche millemila critiche severissime alle soluzioni che invece hanno funzionato.
Ancora oggi, a distanza di mesi, trovo su FB gente che mi accusa di essere una maltrattatrice solo perché ho prima appoggiato e poi personalmente replicato (con successo) la soluzione trovata da un collega per tirar fuori dal box una cagna deprivata, che sarebbe rimasta in canile a vita.
Le è stato messo un guinzaglio da retriever (in altre parole, un collare a strangolo) ed è stata tirata – gentilmente, ma ovviamente con un po’ di forzatura – fuori dal box, nel mondo che rifiutava di conoscere.
Risultato? La cagna si è apera al mondo, è stata adottata e oggi vive una vita serena in famiglia… ma no, non va bene! Non si perdona quel collare a strangolo e si ripete, ogni santa volta, “c’erano altri sistemi, c’erano altri mezzi”.
Ma di sistemi e di mezzi ne erano stati provati  a bizzeffe, senza ottenere un bel nulla, prima di arrivare alla forzatura: quindi, ogni volta che leggo frasi di questo genere, io chiedo: “Ok, ditemi quali!”.
Risposte, zero.
C’era “altro”. Ma un “altro” teorico, non quantificabile, non praticabile.
E allora, a che serve?
Quella cagna doveva restare in canile finché non fosse arrivata una nuova soluzione che nessuno, però, è in grado di proporre?
La risposta fanatica è “sì”. La mia, perdonatemi, è  “proprio no”: e me ne sbatto altamente se la soluzione del collega si scontra con la teoria X o con la scuola Y.
Io sono behaviorista o cognitivista a seconda dei casi: dipende da quello che mi trovo di fronte e dal risultato che voglio ottenere. A me interessa che il cane faccia le cose giuste e che si diverta a farle, badando sempre a rispettarlo e a non fargli mai del male: il resto lo lascio agli accademici incalliti.
Parafrasando De Andrè, probabilmente “io son di un’altra razza”: sono cinofila.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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