domenica , 19 novembre 2017
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Come parlare di cani con mio figlio

di VALERIA ROSSI – Sì, lo so, ho già trattato più volte questo argomento: ma essendo mamma (anche se di Grande Orso vicino al quintale e non più di pupetto: ma pupetto è stato anche lui, anche se non sembra…), questo è un tema che sento molto.
In più, ogni volta che leggo di bambini morsi (più o meno severamente) da un cane, penso tristemente a quanti di questi episodi si sarebbero potuti evitare spiegando semplicemente ai bambini cos’è lecito fare e cosa no.
Torno quindi sull’argomento (forse anche ripetendo storie già narrate in passato: ma siccome non tutti hanno letto l’Opera Omnia di Valeria Rossi, per qualcuno saranno nuove..), provando ad elencare i pochi e semplici insegnamenti che possiamo dare ai nostri figli per ottenere, da un lato, la massima sicurezza possibile… e dall’altro, possibilmente, per renderli persone rispettose del “diverso da sè”, cosa che si potrà tranquillamente estendere anche a soggetti diversi dal cane (e in particolare agli “umani” diversi da noi, ma non per questo meno meritevoli della giusta considerazione).
Vediamo, dunque, cosa possiamo dire e fare alle varie età:

bambini1Da 0 a 12 mesi
E’ opinione comune che il bambino cominci a capire le parole umane a partire dall’anno di età: gli studi più recenti sostengono invece che già a sei mesi il neonato sia in grado di collegare termini precisi alle parti del corpo (manine, piedini…) e al cibo. Tutto questo, ovviamente, non ci permette certo di cominciare ad educare il piccolo in senso cinofilo: quindi al bambino piccolissimo non possiamo insegnare nulla.
Possiamo invece (anzi, dobbiamo) vigilare sulla sua incolumità, anche se abbiamo in casa un cane buonissimo-dolcissimo-patatosissimo: e vigiliamo anche sull’incolumità del cane stesso!
Insomma, teniamo sempre e comunque d’occhio le interazioni cane-pupo e non fidiamoci mai ciecamente di nessuno dei due.
Il cane potrebbe sempre interpretare male un movimento o un gesto; il bambino potrebbe compiere (involontariamente, a questa età) gesti fastidiosi o dolorosi per il cane. E anche se il cane non reagisce (il famoso cane che “si fa fare di tutto”), è una vera cattiveria nei suoi confronti permettere che venga infastidito o tormentato dal cucciolo umano. Tra le altre cose, questo potrebbe indurre il cane a pensare che i bambini siano degli emeriti stronzi: e se non reagisce alle provocazioni di quelli che fanno parte del suo branco, potrebbe sfogare la sua frustrazione sul primo bambino estraneo che incontra.
Ricordiamo che “socializzare il cane con i bambini” non significa “darlo in pasto” ai bambini.

bambini2Dai 12 ai 24 mesi
L’evoluzione del linguaggio nel bambino, tratto da Wikipedia: “A partire da 12 mesi il bambino comincia ad utilizzare parole. È in grado di riprodurre con precisione i fonemi. Comincia ad esprimersi con parole bisillabiche, parlando anche di situazioni non-contestuali. I gesti referenziali servono a rappresentare un oggetto attraverso un simbolo gestuale. A 12 mesi il bambino comincia ad esprimersi con olofrasi (composte da una sola parola), a 18 utilizza frasi telegrafiche. Tra i 16 e i 24 mesi comincia a distinguere tra nomi e verbi e arriva allo stadio delle 50 parole (le femmine sono più precoci) che gli consente di formare le prime frasi vere e proprie”.
Come possiamo inserire tutto questo nell’educazione cinofila del pupo?
Intanto utilizzando i marker… proprio come facciamo con i cuccioli! Possiamo reagire con un “sì, bravo!” alle interazioni corrette del bimbo con il cane… e premiarle (magari non con i wurstel, ma con l’approvazione sociale: sorrisi, carezze, coccole), e fermare con un “no!” quelle scorrette. Il bambino a 12 mesi sa benissimo cosa significano “sì, bravo” e “no”: a differenza del cucciolo, inoltre, il bambino comincia ad avere una certa cognizione della loro connotazione morale. Dire a un cucciolo “Non dare zampate al gatto, perché gli fai male” non ha senso: il cane non capisce. Il bambino invece sì… ma solo a partire dai due anni circa.
Prima di arrivare a questa età potremo semplicemente “condizionare” il piccolo a non fare gesti pericolosi per sè o per il cane.
E non scandalizzatevi, please, di fronte al termine “condizionamento”: tutti noi siamo stati abituati ad usare il vasino tramite il condizionamento operante (anche se quand’ero bambina io non si sapeva neppure cosa fosse!), e di condizionamenti nostro figlio ne subirà a decine di migliaia nel corso della sua vita.
Rassegnamoci… e prendiamo fin d’ora ciò che può derivarne di buono.

bambini3Dai 2 ai 4 anni
Il bambino è ora in grado di capire diverse parole e frasi, quindi si può cominciare a spiegargli anche i “motivi” per cui non deve fare certe cose, per esempio tirare la coda al cane di casa o fiondarsi addosso ai cani sconosciuti.
“Non fare così, gli fai male” è ormai un concetto comprensibile per il piccolo.
La cosa assolutamente fondamentale è non creare condizionamenti negativi, tipo “Non lo toccare che ti morde”, tanto diffusi quanto pericolosi perché possono creare bambini cinofobici… e tutti sappiamo (o almeno, dovremmo sapere!) che i bambini cinofobici sono quelli che rischiano più di ogni altro di essere morsi.
Meglio dire cose come: “aspetta ad accarezzarlo: prima chiediamo a questo signore se al suo cane piacciono i bambini”.
Nella mente del bambino, una cosa “che non piace” è una cosa dalla quale si sta lontani, o che si rifiuta di mangiare: non è una cosa che si aggredisce. Quindi il piccolo non penserà di poter essere morso, ma semplicemente che il cane può preferire stare lontano da lui: concetto che è perfettamente in grado di comprendere senza per questo provare timore o paura.
Con il bambino di questa età possiamo già introdurre le più semplici regole anti-incidente: quelle dei nostri nonni, per capirci (non toccare il cane di casa quando mangia o dorme, non entrare nel territorio di un cane estraneo).

bambini4Una cosa che non dovremmo proibire (dando per scontato che in casa ci siano cani perfettamente sani!) è che il bambino divida il cibo con il suo cane.
A questa età è normalissimo che il piccolo umano voglia condividere il cibo (così come è normale che invece i cuccioli non vogliano farlo): il mio, di figlio, faceva “un po’ a te a un po’ a me” anche con il biberon.
Nonostante tutte le remore di mia madre (che riuscii poi a convincere spiegandole che “così il bambino si faceva taaaanti begli anticorpi”) e le urla isteriche di mia zia (che non riuscii mai a convincere e che continuò a pensare che il bambino si sarebbe preso tutte le malattie del mondo),  io lo lasciai sempre fare, ottenendo due risultati:
a) mio figlio si fece effettivamente degli anticorpi grossi come cavalli (non so se per cause genetiche o se per merito dei cani, ma il dato di fatto resta): infatti smentì clamorosamente la zia non prendendosi assolutamente nulla, almeno fino a quando non cominciò a frequentare altri umanini… ma anche quando furono questi ad attaccargli le tipiche malattie infantili, se ne tirò sempre fuori in tempi da record. Il suo pediatra lo definì “il bambino più robusto che avesse mai conosciuto”… ed era un pediatra  anziano e di lunghissima esperienza;
b) tutti i miei cani – e specialmente i suoi cani personali – fecero l’associazione positiva “bambino=portatore di cibo” e accolsero sempre con grande entusiasmo non solo mio figlio, ma gli umanini in generale: perfino i pastori tedeschi, che in media non sono particolarmente entusiasti dei bambini (neppure i miei lo erano mai stati, finché il figlio non cominciò a dividere i biscotti con loro).
Ovviamente non intendo mettermi a discutere con chi preferisce fare scelte diverse e con chi ritiene che l’igiene possa essere messa a dura prova da pratiche di questo tipo: sono scelte, ognuno è liberissimo di fare le sue. Però posso dire che la mia ha funzionato benissimo.

bambini5Dai 4 ai 6 anni
Il bambino è ormai in grado di capire frasi e concetti anche complessi, sa strutturare le frasi, conosce gli interrogativi ed è capace di capire l’umorismo. Tutte queste abilità si affineranno sempre più man mano che cresce, ma già a partire dai quattro anni è possibile impartirgli una vera e propria educazione cinofila.
In particolare, potremo (e dovremmo) spiegargli:
a) come si deve comportare con i cani di casa (rafforzare il concetto di rispetto; iniziare ad introdurre quello di “diverso da sé”; cominciare a spiegargli le differenze tra le nostre due specie e fargli capire che alcuni gesti che per noi sono affettuosi – per esempio l’abbraccio – non sono altrettanto graditi al cane; spiegare meglio le “regole del nonno”, visto che adesso è in grado di capirne anche le motivazioni. A questa età si può spiegare al figlio che i cani hanno i denti, che l’unica cosa che possono usare per dire “lasciami in pace” è la bocca e che quindi non bisogna metterli in condizione di dirlo, perché i denti fanno male.
Non c’è bisogno di spaventare nessuno, ma soltanto di spiegare e far comprendere;
b) come ci si deve approcciare ad un cane estraneo (e questo vale anche per tutti i bambini che non hanno cani in casa): sempre e solo in presenza del suo umano, perché altrimenti i cani sconosciuti non si approcciano.
Gli insegneremo a chiedere prima di tutto all’umano se il suo cane ama i bambini ed è buono con loro, e a non offendersi (né tantomeno ad aver paura) in caso di risposta negativa.
Se invece la risposta è positiva, gli ricorderemo che ai cani NON piace essere abbracciati e baciati, né ricevere pacche sulla testa: non c’è bisogno di andarsi ad addentrare in discorsi di dominanza e sottomissione, basta dirgli che i cani non si scambiano i nostri stessi gesti di affetto.
Spieghiamogli che deve restare fermo (non abbassandosi: il bambino è già abbastanza basso di suo), tendendo la manina verso il basso e verso il muso del cane, per fargliela annusare. Sarà il cane a decidere se vuole fare amicizia oppure no.
Possiamo già  cominciare ad insegnare al piccolo come NON comportarsi di fronte a un cane estraneo (non correre, non strillare, non colpirlo neppure per gioco) e a distinguere tra segnali amichevoli, segnali di diffidenza/paura e segnali di aggressività vera e propria.

davide_cuccIl mio, di figlio, li conosceva così bene (anche prima dei quattro anni) che potevo portarmelo tranquillamente in expo e lasciarlo girare tra cani di qualsiasi genere. Non mi risulta che abbia corso alcun rischio, anzi a volte era lui che, indicandomi un cane, mi diceva: “telo lì non toccallo, pecché inghia”.
Solo una volta mi fece prendere un colpo, quando andò ad infilarsi nella gabbia di un rottweiler (l’avevo perso di vista per non più di un minuto, giuro): io li trovai che si dividevano felicemente i biscotti, ma mi vennero i sudorini freddi lungo la schiena quando il proprietario del cane si stupì nel vedere il bambino tutto intero e definì il suo rott come “solitamente piuttosto aggressivo”.
Certo, mio figlio è un caso piuttosto sui generis, essendo nato e cresciuto in un allevamento ed avendo imparato prima il canese che l’italiano: probabilmente per questo riuscì ad interpretare bene quel cane e a capire che poteva essergli amico.
Questo non toglie nulla al fatto che io abbia rischiato l’infarto… ma è indubbio che un bambino che conosca almeno l’ABC della comunicazione canina correrà sempre meno rischi di uno per cui i cani sono soltanto dei generici “bau bau” (o peggio ancora dei “babau”, nel senso di spauracchi di cui aver paura).
Infine: poiché stiamo parlando di bambini in età prescolare, o al primo approccio con la scolarità, ai discorsi sarebbe sempre bene affiancare dei disegni, delle favolette, delle storielle divertenti che lo aiutino a capire meglio i nostri insegnamenti.
In altri Paesi sono diffusissime le tavole “a misura di bambino” che aiutano gli adulti a mostrare, per esempio, i segnali più plateali che il cane può inviare con la mimica corporea: in Italia cominciano a vedersi solo adesso, così come è da pochi anni che si comincia (faticosamente) a portare un po’ di educazione cinofila nelle scuole dell’obbligo.
In attesa che qualcuno scopra l’importanza vitale che questi insegnamenti potrebbero avere, però, cominciamo a pensarci noi:   tenendo presente che un bambino informato e bene educato verso i cani non diventerà per forza un cinofilo, ma se non altro sarà al riparo dai rischi.
E scusate se è poco.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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