giovedì , 23 novembre 2017
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Il rientro a casa (e l’uscita da casa): come gestirli

saltaddosso1di VALERIA ROSSI – Sembra incredibile, dopo tutti gli articoli che ho scritto o pubblicato in tre anni… ma ci sono ancora argomenti che non ho toccato, o che ho soltanto sfiorato: e i lettori, puntualmente, mi “beccano” (cosa che tra l’altro non solo non mi dispiace, ma mi rende oltremodo felice, perché il mio problema maggiore è quello di svegliarmi al mattino e di pensare “Oggi cosa cavolo scrivo?”).
Tra questi argomenti mai sviscerati (credo di averne semplicemente accennato qua e là) c’è quello dell’uscita da casa e del “ricongiungimento” tra cane e umano dopo qualche ora di assenza: per esempio al ritorno dal lavoro, o da un week end passato fuori casa (caso che personalmente vivo quasi ogni settimana, essendo sempre in giro e non potendomi portare le canesse perché viaggio quasi sempre in treno o in aereo).
Insomma, non parliamo di assenze di settimane o mesi, ma semplicemente del normale “rientro a casa”.
Che si deve fare col cane?
Qualcuno risponderà: “Niente, perché? Che argomento sarebbe? Uno esce, ciao: poi rientra, il cane gli fa le feste e bon, finita lì”.
In realtà non è tutto così semplice, almeno per diversi cinofili che si preoccupano molto di come gestire uscite e rientri soprattutto per evitare l’insorgenza dell’ansia da separazione.
C’è chi consiglia di non filarsi proprio il cane, c’è chi invece sostiene che andrebbe festeggiato moltissimo perché così collega l’idea dell’uscita con quella di un “prossimo rientro” festoso e gratificante: insomma, come sempre accade in cinofilia, si sente tutto e il contrario di tutto.
La mia opinione qual è?
Be’… come al solito, io sono dell’idea che un sano buon senso e delle altrettanto sane “vie di mezzo” siano sempre la risposta migliore.
Ritengo anche che cambi molto da caso a caso, da cane a cane: quindi quello che dirò sarà molto generico e non è detto che vada bene per il vostro amico.
Però, in linea di massima…

feste1a) credo sia sempre consigliabile non eccedere nelle “feste da rientro”, ma soprattutto credo sia consigliabile non esagerare con le manifestazioni ansiose “da uscita”.
Ovvero, trovo pericolosissimo fare mezz’ora di discorsi al cane quando si esce di casa, magari con la faccina triste:  star lì dieci minuti a coccolarlo spiegandogli che “lo so, adesso resti solo, mi dispiace, ma la mamma deve per forza andare al lavoro. Mi fermerei anch’io volentieri qui con te,  solo che proprio non posso, giuro… però stasera torno e vedrai che giochiamo insieme e ci divertiamo tanto…”).
Sono convinta che molti casi di ansia da separazione originino proprio da comportamenti umani di questo tipo.
Sia ben chiaro: non è vietato dire al cane che usciamo. Lo faccio anch’io (la mia frase classica è “Ciao ragazze, fate le brave, ci vediamo dopo”).
Quello che non trovo corretto è fare ogni volta tutta una sceneggiata con spiegazioni dettagliate del perché, del percome, del quanto siamo tristi eccetera eccetera: sceneggiata nella quale il cane – ovviamente – non capisce una parola, ma percepisce forte e chiaro il nostro disagio.
Ancora peggio vanno le cose se variamo il nostro atteggiamento a seconda del tempo che presumiamo di passare lontani dal cane: tipo, dire “Ciao, vado” quando stiamo via un paio d’ore, e piazzar lì tutto il pappardellone di cui sopra se dobbiamo star via due o tre giorni.
Se vostro marito/compagno (che, se solo somiglia un po’ a quelli che ho avuto io, solitamente esce dicendo “sgrunt”) un bel giorno vi facesse tutta ‘sta pantomima prima di partire per un week end… non comincereste forse a chiedervi se ha davvero intenzione di tornare?
Be’, se lo chiede (a modo suo) anche il cane: specialmente se voi vi sentite davvero male all’idea di lasciarlo da solo per troppo tempo (anche se magari avete convocato un mega-team di amici, parenti, conoscenti e dog sitter che si occuperanno di lui).
I cani sono empatici, è un dato di fatto: quindi, se state male voi, stanno male anche loro.
Prendere con filosofia, noi per primi,  il fatto di doversene “stare altrove” – per qualche ora o per un paio di giorni – è sicuramente meglio che farne una tragedia: anche perché  le “tragedie”, se vengono espresse, spesso ottengono una risposta altrettanto “tragica” da parte del cane.
Lui vi mancherà? Certo che sì. I miei cani mi mancano terribilmente ad ogni week end che passo in giro per l’Italia, tanto che telefono almeno due volte al giorno al figlio per sapere come stanno. Però, ai cani, tutto questo non glielo dico e faccio il possibile per non farglielo neppure intuire;

b) quando si rientra… si rientra, e basta. Salutarsi è lecito, fare scene esagerate un po’ meno.
Molti consigliano di “non filare di striscio” il cane: questo lo trovo decisamente eccessivo (se facessi così, i miei cani si chiederebbero come mai sia incavolata con loro).
Il mio suggerimento, di solito, è quello di rientrare senza fare troppa scena: posare la borsa e le chiavi, togliersi la giacca e le scarpe, fare insomma gli indifferenti per qualche minuto… dopodiché si potrà salutare il cane con moderazione (tipo “Ciao, bello, sono tornato”, pat pat, due carezzine e via).
In realtà questo è ciò che consiglio agli altri… ma i miei rientri vengono vengono salutati così:

portasambaa) mi prendo la porta in faccia quando ancora sto tentando di entrare in casa, perché Samba vuole saltarmi addosso e, giusto per riuscirci prima possibile, lo fa mentre passo dalla suddetta porta: il che comporta automaticamente che essa si richiuda, sbattendomi sul naso se non sto attenta (e anche se sto attentissima, ma ho le mani occupate dalle valigie);
b) entro ed effettivamente cerco di farmi due minuti di affaracci miei prima di salutare i cani: solo che farsi gli affari propri con un rottweiler che zompa tipo canguro cercando di lavarti la faccia non è la cosa più semplice di questo mondo.
Con la Bisturi va già meglio: perché lei aiuta, sì, Samba a spararmi addosso la  porta, ma poi non zompa direttamente addosso a me. No, lei salta sulla sedia che sta davanti alla mia scrivania – vabbe’, su quel che ne rimane dopo che Samba se n’è mangiata mezza – perché così sta più in alto e, dal suo punto di vista di canetappo, arriverebbe meglio a lavarmi la faccia.
La cosa ha effettivamente funzionato per un paio di volte (perché quando torno a casa io tenderei a fiondarmi subito sul pc), dopodiché io ho imparato a non avvicinarmi troppo presto alla scrivania, mentre lei non ha imparato che se io giro al largo non arriva più alla mia faccia: quindi continua a zompare sulla sedia, ma non arrivando a festeggiarmi come vorrebbe mi abbaia di tutto e di più (d’altronde è uno staffy, eh… Einstein era un’altra cosa).
Lasciando da parte i casi (anzi, i cani) miei, sono comunque d’accordo sul fatto che il rientro debba apparire come una cosa normale e non come un evento epocale: che poi si riescano a convincere anche i cani è un altro discorso.
Ovviamente è ancora più opportuno rendere “normali” e pacati i rientri quando il cane manifesta sintomi di ansia da separazione: con quelli che restano tranquillamente da soli e non hanno alcun problema di questo genere si può anche “sgarrare” un po’… e infatti, personalmente, sgarro. Non solo perchè i miei cani praticamente me lo impongono – vedi sopra – ma anche perché nessuna delle due si è mai fatta il minimo problema a restare da sola. Con il mio staffy precedente, che invece l’ansia da separazione ce l’aveva a palla (e con validi motivi, dato che il suo passato aveva visto diversi cambi di proprietario) sono stata molto più ligia alle regole del “buon rientro”.

La morale è sempre quella: no, non c’entrano le merendine, nel caso ricordaste il vecchio spot che cominciava proprio così. La morale è che bisogna fare buon uso del senso della misura, ricordando che anche i guru più guru del mondo, quando sono da soli con il proprio cane, col cavolo che mettono sempre pedissequamente in pratica le stesse cose che predicano.
Io almeno lo ammetto: qualcun altro, proprio no. Ma ho visto abbastanza casi da riempire un libro.
Poi ci sono anche qui diversi livelli: c’è chi predica gentilismo e razzola a calcioni e c’è chi si limita a predicare “meglio non fare troppe feste al cane quando si torna a casa”, ma poi qualche coccola di troppo se la lascia scappare.
Per quanto mi riguarda, una certezza ce l’ho: se si fa uso di un po’ di buon senso (oltre ad adattare i nostri comportamenti alle esigenze del singolo cane, e non a quelle di un ipotetico “cane” generico), grossi danni non se faranno mai.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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