lunedì , 20 novembre 2017
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“Accettazione”: rinuncia o risorsa?

snoopy_pastore (2)di GIOVANNA GUIDONI –  Non era il “mio” cane. Quello che volevo. Che avevo immaginato, cercato, disegnato nella mia testolina per più di trent’anni.
Lui no. Cioè, non proprio Lui. Quei quaranta chili di pelo anarchici e impudenti;  quei quaranta chili di morsi e insicurezza che bastano per dire: “il mio cane ce le ha tutte… riguardo alle problematiche canine si è presentato al mondo più equipaggiato del vaso di Pandora”.
Nel vaso era compresa anche l’incapacità di distinguere tra un pericolo immaginario e uno reale. L’incapacità di controllarsi e trattenersi. L’incapacità di mandare segnali di avvertimento e di minaccia prima di ‘partire’. Dottor Jekyll e Mister Hyde: tanto disponibile, coccoloso, adattabile con me quanto un’eventualità seria e fatale per tutti gli altri. Animali domestici e selvatici compresi: conosco pochi cani che abbiano la sua stessa abilità nello scovare una preda, isolarla dal gruppo, azzannarla mortalmente a conclusione di una performance di caccia.
Tutto, compresa la paura dei tuoni e degli spari, è cominciato due mesi dopo averlo adottato. In canile i comportamenti che manifestava facevano presupporre un’adozione semplice. Di quelle lisce e rilassate come bere un bicchier d’acqua.
Più volte, nei due anni che già ho trascorso insieme a Raja, mi sono domandata che cosa non abbia funzionato. Al di là della mole e di una certa inclinazione all’attaccamento, sotto molti punti di vista appariva come un cane “mansueto, rispettoso e bravo”.
C’è una cosa che riesce a darmi ai nervi ancora più di aver valutato male e aver preso il cane ‘sbagliato’. Le frasette che circolano su Facebook (e sui social network in genere) alla Paulo Coelho: “io credo ai segnali.
Quello che abbiamo bisogno di apprendere è sempre davanti ai nostri occhi; è sufficiente guardarsi intorno con deferenza e attenzione per scoprire dove Dio vuole condurci e quale sia il passo migliore da compiere nel minuto successivo”; “non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura”; “l’uomo è uno scolaro e il dolore è il suo maestro”; “l’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… è dentro di noi”; “per diventare libero fuori, dovrai prima imparare a esserlo dentro”; “quando sei al buio, accendi una candela”; eccetera. Che cosa hanno di male queste frasette? L’essere (a mio parere) vacue. Asserzioni (anche di grandi personaggi) originariamente provocate da riflessioni su situazioni storiche concrete che nel loro essere estrapolate dal contesto si riconvertono in formulari liquefatti, privi di pregnanza e buoni per tutte le stagioni. Per farla breve, provate a suggerire a un operaio appena licenziato dalla ThyssenKrupp di reagire alla contingenza “guardandosi dentro e cambiando prospettiva”… beh, le reazioni che avrà è del tutto inutile che io vada a descriverle.
Intendiamoci: non che io voglia paragonare le difficoltà che colpiscono una persona che adotta un cane problematico alle difficoltà a cui va incontro una persona vittima di un licenziamento o di una cassa integrazione. Sfiga ha voluto, però, che quando ho preso Raja io  – oltre a tutto – mi sia ritrovata senza lavoro, per non parlare delle crisi familiari e personali che mi hanno investito. “Anche Raja è troppo: questa proprio non ci voleva…”, e così mi sono rivolta a uno, due, dieci educatori pur di contrastare l’evenienza, cambiare la testa del cane, e risolvere il problema.
Vi svelerò un segreto: noi cambiamo.
I nostri amici cambiano. I figli – se ne abbiamo – cambiano. I maschi no. E i cani,  maschi o femmine che siano,  rispetto ai maschi bipedi cambiano ancora meno.
E quindi vengo al punto: “accettate i vostri cani con tutti i loro limiti e le loro cose positive… e da lì tutto cambierà”.
Tremendo, eh?
E per una che sopporta poco le frasette alla Coelho, tremendissimo.
Perché io sono pronta a combattere, intignarmi, impegnarmi e credere ad oltranza anche di fronte alle sconfitte… ma non mi invitate a percorrere un cammino di “evangelica” accettazione, perché questo no, questo proprio non lo reggo! Avrò  anche io i miei difetti… e tra i tanti questo è probabilmente il primo.
A propormi la fatidica e insolente frase è stato Riccardo Totino, un ri-educatore cinofilo che, oltre a quello indiscusso con i pelosi a quattro zampe, ha un discreto commercio anche con l’animo umano.
Nell’ascoltarla, rivolta a me, la buona creanza è stata l’unica molla a trattenermi. La frequentazione delle Orsoline – direi –la ragione principe per cui non ce l’ho mandato. Poi la pazienza. Il rigore con cui mi è stato dietro. La caparbietà nel non abbandonarmi al mio destino… e soprattutto nel non lasciare che vi annegasse anche Raja.
Perché lo ripeto: Raja è un cane che presenta dei problemi. Al di là del periodo di m***a che stavo attraversando, Raja è un cane che i problemi li ha per davvero.
Ho conosciuto molti educatori. E da ognuno ho imparato qualche cosa di importante. Se è vero che tante voci in capitolo possono creare confusione tanto nel proprietario che nel cane, è altrettanto vero che ogni educatore ha una sua visione personale della situazione e a volte è proprio quell’angolazione diversa, quell’osservazione buttata lì per caso, che diventa un catalizzatore capace di dare una chiave di lettura nuova per andare avanti.
Bene: a Riccardo Totino devo molto. E lui lo sa. Perché non è stato solo un catalizzatore, ha avuto pure la costanza di non arrendersi e non farmi arrendere, mettendo tutta la sua competenza e la sua inventiva al servizio di un binomio faticoso, difficile, con dinamiche a dire poco contraddittorie.
“Accetta il tuo cane… nei suoi limiti e nei suoi aspetti positivi”.
No: a me questa cosa proprio non andava giù. Ma come? Mi rivolgo a te per essere aiutata e l’insegnamento che hai da darmi è quello di accettare le cose come stanno?
Vi svelerò un secondo segreto: riguardo molte situazioni l’accettazione può portare alla rinuncia. Quando si tratta di cani, l’accettazione è veramente il primo passo per conquistare un cambiamento.
Molti di noi, (alcuni di noi…) adottano un cane avendo già stampato in mente il tipo di cane che vorrebbero e il rapporto che vorrebbero instaurarci. Niente di male: siamo mammiferi, la nostra vita la organizziamo inseguendo progettualità e aspettative.
I guai cominciano quando attese e schizzi immaginosi vanno a mascherare la realtà. Perché se è vero come è vero che il cane perfetto non esiste (cfr in proposito tre generosi articoli di Valeria Rossi) è altrettanto vero che, nostro malgrado, ci capita di  rapportarci con il nostro cane confondendolo e confrontandolo con quel prototipo di cane di cui abbiamo letto aneddoti e racconti, quel cane ‘letterario’ che ci ha colpito nel profondo e che quando finalmente prendiamo un cane è proprio il cane che noi vorremmo avere. ‘il cane del mio vicino gli cammina al piede senza guinzaglio… perché il mio no?’. ‘il cane del mio dirimpettaio è amichevole con tutti… come mai il mio abbaia a chiunque lo avvicini?’. ‘avrei voluto un cane con cui fare passeggiate rilassanti… invece quando passeggio con il mio devo stare sempre sul chi va là’. Nell’esercizio di confrontare il nostro cane con il cane dei nostri desideri, ci dimentichiamo di avere un ‘nostro’ cane. Nell’impegno che spendiamo per farlo assomigliare al cane che abbiamo preso per modello, finiamo per annichilire il cane che abbiamo accanto e umiliare i suoi di desideri. È impossibile lavorare con un cane (o un bambino, o un qualsiasi essere vivente…) a prescindere dalle sue motivazioni. Ma se le motivazioni del nostro cane ci rifiutiamo di accoglierle (e vorremmo abolirle) perché le abbiamo individuate come la spinta che lo portano ad esprimere quei comportamenti per noi indesiderati, beh buon viaggio… per quanto controllo potrete esercitare sul vostro cane con collari, guinzagli, intimidazioni, eccetera… alla fine del viaggio, vi assicuro, vi ritroverete sempre al punto di partenza.
Vi sono state tre circostanze che hanno scavato, lavorato, mi hanno portata a modificare il modo di considerare il mio ‘bastardo’. E dal momento in cui ho cominciato a considerarlo in modo nuovo anche il suo modo di porsi ha cominciato ad essere diverso. Funziona così, e questo è il terzo segreto ma probabilmente molti di voi già lo sanno… se non riuscite a modificare il modo di vedere e di comportarsi di una persona o di un animale, spostatevi voi: per continuare a vedervi sarà costretto a indirizzare in una direzione diversa tanto la sua testa che il suo sguardo.
Elenco queste circostanze in ordine sparso: non ce ne è stata una che ha avuto la priorità sull’altra. Ma tutte e tre mi hanno posizionata in un altro luogo, e per raggiungermi anche il mio cane si è dovuto spostare in un luogo ‘altro’.
La prima è accaduta a un seminario. Il relatore (Davide Cardia) mi ha domandato da quanto tempo io avessi preso Raja. Erano due anni, ma io mi vergognavo un po’ a rispondere… dopo due anni di relazione mi sembrava ancora di essere ‘punto da capo’: un cane che mi seguiva poco e che non mi aveva ancora scelta come leader.
Beh, Davide ha accolto la mia vergogna con un sorriso: “non importa quanto tempo sia che tu e questo cane vi state accanto. Quello che io vedo adesso è un cane disponibile, malleabile, pronto ad imparare… Forse tu non sei riuscita ad insegnargli niente: ma standoti vicino questo ‘bastardaccio’ è potuto essere un cane capace di rispondere alle sollecitazioni e ben disposto”.
La seconda circostanza è successa durante un temporale. Mia figlia aveva preso da poco una canetta, una cuccioletta tutto pepe, buffa, piccola e divertente. Se c’è una cosa che terrorizza Raja sono i tuoni e i temporali. Un mix di scariche elettriche e rumori capace di spaventarlo al punto di non uscire di casa per fare i bisogni anche per più di 24 ore. Bene, il temporale è scoppiato lontano da casa, in passeggiata. E Raja  – da che stava giocando – si è paralizzato e ha fatto dietrofront verso la macchina, coda tra le gambe, prendendo un gran fugone. Percorsi trenta metri, però, ci ha ripensato: si è voltato e ha visto la canetta che, totalmente indifferente alla pioggia e al temporale, continuava a rosicchiare una pigna in mezzo al prato.
È stato un attimo: Raja ha deciso ed è tornato indietro. Ha cominciato ha fare il buffone, smusare la canetta, invitarla al gioco per farsi rincorrere, tutto pur di convincere la canetta a seguirlo e mettersi “in salvo” (abbandonando la pigna che gli aveva conquistato).
Raja è rimasto sotto la pioggia per più di un quarto d’ora. Forse il quarto d’ora più lungo della sua vita… ma la sua vita senza aver riportato la canetta al sicuro in quel momento per lui non avrebbe avuto senso.
La conferma che per Raja la sicurezza del branco abbia la priorità anche sulla propria sicurezza l’ho avuta due giorni dopo: eravamo al limitare di un bosco, quattro maremmani si sono staccati dal loro gregge all’improvviso e ci si sono avventati contro. È stato un flash, non ho avuto il tempo di fermarlo. Raja si è precipitato a sua volta contro di loro mentre la canetta si nascondeva dietro le mie gambe. Come sia riuscito a persuaderli a tornare indietro senza ‘spargimenti di sangue’ non l’ho mai saputo. Quello che so è che nel comunicare con loro è stato molto convincente.
La terza occorrenza non è stato proprio un avvenimento… è stato Riccardo Totino che per un anno e mezzo ha continuato a ripetermi che Raja è un cane fico, e a ripetermelo e ripetermelo ancora contro la mia incredulità, neanche dire “Raja è un cane fico” fosse diventato un mantra.
Non so se c’è da credergli: sinceramente lo sto ancora valutando. So però che nel momento in cui ho dato questa possibilità a Raja, tutta la mia vita con lui ha preso un altro lato.
I vantaggi che ci sono nel ritenere – al di là di ogni ragionevole riscontro – il proprio cane un cane fico sono immensi.
Di colpo quelli che consideravo dei difetti sono diventate qualità. O meglio, nei confronti di quello che davo per scontato ho iniziato a provare e poi esprimere grande e sincero apprezzamento.
I cani sono animali socievoli. Lui no. E giorno dopo giorno ho cominciato ad apprezzare gli enormi sforzi che faceva per socializzare con persone estranee e venirmi incontro. Per non pinzare proprio tutti, ma tutti quelli che non andavano a suo genio. Per sopportare di essere condotto in luoghi che di suo avrebbe evitato. Per resistere a due colpi di fucile… magari anche tre tra un anno. Per rimanere fuori da un negozio e farlo riuscendo a non guaire e restando fermo.
Lo so… sto facendo un elenco di quello che molti cani già fanno normalmente. Ma lui no, lui è il “mio” cane, un cane speciale, e questo è il bello. Il mio cane è un cane che tra le motivazioni piazza la sicurezza sua e di chi gli sta accanto come priorità.
È vero, va in protezione e pinza per allontanamento… ma il mio cane ora è capace anche di starmi al piede e camminarmi accanto. E per me  – ne ho la certezza – si butterebbe dritto nel fuoco.
Beh, questo è il “mio cane”: se ci riuscite, trovatemene un altro!
Vi svelerò un segreto, il quarto.
Dal momento che ho iniziato ad apprezzare il mio cane, il mio cane è andato molto meglio. Perché al di là di indole, razza, ‘bastardaggine’… per il cane l’apprezzamento sociale è un must. E ogni volta che apprezzo anche il minimo comportamento positivo del mio cane, gli sforzi e la fatica che ora vedo e prima non vedevo, io lo rinforzo.
E rinforzo non solo quell’atteggiamento particolare che sta esprimendo, ma rinforzo anche la cosa più importante e che desideravo più di tutto ricevere da quel cane perfetto dei miei sogni: la capacità di darmi retta, avere fiducia in me, seguirmi nelle difficoltà, proporsi come un valido aiuto desideroso di compiacermi e starmi al fianco.
E a glossa di questa riflessione, non mi resta che svelare un altro segreto, il quinto e l’ultimo. SONO UN CANE: ABBAIO E MORDO.
Alla faccia del buonismo di Paulo Coelho e delle frasette sdolcinate sui pelosi che circolano su Facebook, se mi vuoi prendimi così. Ma solo se hai anche scelto di scoprire in me un tesoro.
E di avere me, Raja, un bastardaccio di canile, come compagno.

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