venerdì , 17 novembre 2017
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Ti presento… l’American Bully

pettorali_seqdi VALERIA ROSSI – Ve lo presento premettendo che questa razza non mi piace dal punto di vista estetico-morfologico, così come non mi piacciono i culturisti umani. Tra “bello muscoloso” ed “esasperatamente muscoloso” c’è una sfumatura neppure troppo sottile, che di fronte al primo mi fa pensare “wow!”  e nel secondo “bleah”.
E’ un problema mio, per carità: a qualcuno gli umani esagggerati sicuramente piacciono, altrimenti non esisterebbero neppure le gare di body building.
Aggiungo che questo non è certo l’unico cane a non appagare il mio senso estetico… e spero che nessuno lo trovi offensivo, visto che non tutti i gusti sono uguali.
Però… però, in questo caso (e non solo in questo, ma un po’ in tutte le razze “iper-extra-maxi-large”, anche se qui forse abbiamo i casi più eclatanti) ci sono alcuni problemini correlati – che esistono anche per gli iperpalestrati umani – di cui parleremo tra poco.
Per adesso limitiamoci a parlare della razza.

american-bulliesORIGINI E STORIA
Di storia ce n’è ben poca: l’American Bully è infatti una creazione recentissima, ovviamente americana, non riconosciuta dall’AKC ma riconosciuta da diverse altre associazioni, alcune delle quali nate “apposta per lui” come l’ABKC (American Bully Kennel Club) e l’ EBKC  (European Bully Kennel Club).
La razza nasce negli anni ’90, ufficialmente dall’incrocio
tra amstaff e staffy (ovvero american staffordshire terrier e staffordshire bull terrier); nessuno potrà mai convincermi che non sia stato ampiamente utilizzato anche il bulldog inglese… anche perché di incroci amstaff/staffy mi è capitato di vederne, e non somigliano granché ad un bully.
Lo scopo dei creatori di questa razza è stato quello di creare un cane che unisse resistenza, forza e gameness (termine intraducibile, ma che riunisce in sè un po’ tutte le doti richieste nei cani da combattimento: tenacia, coraggio, tempra eccetera) con un grande equilibrio psichico e con una bassissima aggressività.
Insomma, si è voluto dar vita ad un “palestrato da compagnia”, che però avesse anche doti da cane da difesa e che presentasse meno problemi fisici del bulldog.

Beautiful-Black-American-BullyUn progetto ambizioso, e abbastanza riuscito: i bully sono mediamente un po’ più longevi del bulldog e hanno meno problemi di respirazione, anche se non ne sono del tutto esenti. Ma soprattutto, sono mediamente allegri e paciocconi, amanti dei bambini ed equilibrati. Diventano aggressivi – e visti la stazza, quando aggrediscono non scherzano – solo se provocati, o se si sentono in dovere di difendere i loro umani.
L’unica domanda che a me sorge spontanea è la seguente: ma non bastava lo staffy? Anche lui è piccolo e tracagnotto, ma ha grande forza e resistenza; è dolcissimo con gli umani, ma se lo provochi lo trovi.
Perché, dunque, volerne creare uno ipervitaminizzato, strapalestrato e – almeno in alcuni casi – più simile ad uno scherzo di natura (peccato che la natura non c’entri nulla) che a un cane?
Perché creare un soggetto come quello nella foto a sinistra, che sembra la Bisturi gonfiata con la pompa della bicicletta?
La risposta, ovviamente, è commerciale: lo staffy non era abbastanza “bullo” per le richieste di un certo tipo di mercato, che ovviamente andava accontentato. No, perché in cinofilia (e fosse solo in cinofilia…) funziona così: se emerge la richiesta di  qualsiasi cosa, anche la più folle, non è che si chieda ai richiedenti se hanno mangiato pane e volpe a colazione, magari spiegandogli i motivi per cui mettere al mondo cani di quattro etti o nani da cinquanta chili può comportare seri problemi. Ma neanche per idea! Si comincia subito a pastrugnare con la genetica in modo da produrre cani da quattro etti o nani da cinquanta chili.

10403297_673263089432955_2737301428061871023_nViene soprattutto da chiedersi quale tipo di cultura stia dietro a certe scelte. Da bambini vi hanno forse detto che “se poco fa bene, tanto fa meglio”?
Ma crescendo dovreste esservi accorti che non è proprio sempre vero.
Un cioccolatino fa bene al sistema cardiovascolare ed ha perfino un’azione antidepressiva: ma se vi strafogate tre chili di Lindor magari finite all’ospedale. Anche un bicchiere di vino fa bene, ma se ne bevete una botte vi ritrovate sbronzi persi. E gli esempi potrebbero essere millemila, ma presumo che il concetto sia chiaro a tutti: ci sarà anche il detto “se poco fa bene, tanto fa meglio”, ma ne esiste un altro che sostiene che “il troppo stroppia”. Ecco, l’American bully a mio avviso non è “tanto”: è proprio troppo. Così come sono troppo gli iperpalestrati umani: che non mi fanno brillare gli occhi, mi accecano. Mi sovraccaricano il cervello.
Con i bully, poi, stanno riuscendo ad esagerare nell’esagerazione: infatti, se inizialmente ce n’erano solo due tipi (classic ed extreme), adesso son saltati fuori i Pocket (e ti pareva che non provassero ad unire la voglia di microcane con quella di macrocane), gli XL, gli XXL e gli XXXL (sì, come le magliette). Ho sentito parlare anche degli Exotic, ma ancora non ho capito esattamente cosa siano. A mio avviso stiamo davvero andando oltre qualsiasi logica cinofila e cinotecnica.

Profilo-American-BullyCARATTERE ED ATTITUDINI
Se a questo punto vi aspettate che parli male del bully anche sotto il profilo caratteriale, vi sbagliate. Questi cani sono di una simpatia travolgente.
Per quel pochissimo che ho potuto vedere dal vero (ne ho conosciuti soltanto due, anche perché in Italia sono ancora molto rari) hanno, pari pari, il carattere di uno staffy.
Certo, due soggetti sono pochi per poter giudicare: ma i siti degli allevatori, sia americani che italiani, descrivono questi cani nello stesso modo. Allegri, fiduciosi, mai aggressivi senza motivo, amanti dei bambini e perfino tolleranti verso gli altri cani (purché siano stati ben socializzati, ovvio!), cosa che in un terrier di tipo bull è piuttosto difficile da trovare.
Inutile aggiungere che però il carattere di un cane è dovuto per un 20-30% alla genetica, e per tutto il resto al modo in cui viene allevato e gestito: quindi, se un cane con questo aspetto finisse in mano al truzzotamarro di turno, non so quanto le caratteristiche di razza verrebbero rispettate.
E a questo punto mi domando anche: chi mai potrà essere attratto da cani con questo aspetto?
Le Sciuremarie che cercano il cane da compagnia per il nipotino, oppure i truzzotamarri?
Ai posteri l’ardua sentenza, anche se… mah. Forse non servirà neppure aspettare troppi posteri.
Mi auguro fortemente di no, ma temo che se mai la razza dovesse davvero diffondersi anche da noi, qualche soggetto sui giornali ci finirebbe: vabbe’ che intanto lo chiameranno “pit bull” e nessuno saprà mai che era un bully, però la sottocultura cinofila che contraddistingue ancora troppi italiani mi fa pensar male. E sia ben chiaro che i cani, in questo caso, non avrebbero nessunissima colpa!

IL PROBLEMA DEL DOPING
E’ già un po’ di tempo che ho voglia di affrontare questo argomento, ma sto ancora raccogliendo (faticosamente) materiale e informazioni. Però, parlando di Bully, non si può non citare il fatto che si faccia troppo, troppissimo uso di sostanze anabolizzanti, performanti, in una parola dopanti.
Gli effetti negativi del doping spero che li conoscano tutti, negli umani come negli animali: non sto quindi a ripeterli qui.
Tra doping umano e doping canino, però, ci sono due differenze sostanziali: la prima è, ovviamente, che l’umano assume consapevolmente sostanze atte a migliorare la prestazione fisica (o l’aspetto fisico), quindi se alla fine ci lascia le penne sono cavoli suoi. Il cane no. Siamo noi a somministrargli porcherie che lui accetta fiducioso, senza minimamente immaginare che il suo umano tanto buono e tanto caro, che lo copre di coccole ed attenzioni, stia cercando contemporaneamente di ammazzarlo.
La seconda differenza sta nel fatto che nello sport umano esistono i controlli antidoping e che, se ti beccano, ti fanno un mazzo così (poi non sempre ti beccano, si sa. Oppure ti beccano dopo che hai vinto millemila gare: ma almeno, a quel punto ti tolgono i titoli): in cinofilia non c’è, al momento, alcun genere di controllo (se non nelle corse di levrieri, che però in Italia non esistono. E ovviamente i controlli non si fanno per tutelare la salute dei cani, ma solo per garantire che gli scommettitori umani non vengano fregati).

miagiamericanbullyextremeMa non solo: c’è anche un’ignoranza abissale in tema di sostanze più o meno lecite. Il che ci porta a vedere (anche in Italia) esposizioni canine riservate ai “bulli” (tutti, non solo i bully con la “y”) in cui si vendono allegramente e – ahimé –  del tutto lecitamente steroidi anabolizzanti (quasi sempre mascherati sotto l’etichetta di “integratori”, termine che suona del tutto innocuo), così come si incontra gente che ti dice lilla lilla e piatta piatta di somministrare al proprio cane “carne cruda, ossa e Stargate”, come se fosse una pastiglietta di vitamine.
Ma santapupazza, quello è testosterone puro! E se non conoscete tutti gli effetti collaterali di un sovradosaggio di testosterone, vi dico io quelli principali (perché ce ne sono molti altri): ipertrofia della prostata, con frequente comparsa di tumori maligni;  atrofia testicolare; ipertrofia cardiaca, con aumento esponenziale dell’incidenza di infarto miocardico acuto; nei bambini (e quindi nei cuccioli) precoce ossificazione della cartilagine di accrescimento, con riduzione della statura, che accompagnata all’ipertrofia muscolare dà proprio l’effetto “nano iperpalestrato” che è la caratteristica principale del Bully. Basta fare due più due per capire che in questa razza la pratica di utilizzare anabolizzanti è molto, ma molto diffusa. Ripeto: non lo è solo in questa razza, anzi… ma di questo parlerò più diffusamente quando avrò raccolto materiale sufficiente per un articolo che tratti solo del doping. In questa sede ne ho già parlato anche troppo, anche perché non vorrei che si pensasse che tutti gli allevatori e/o proprietari di Bully fossero dei dopatori coatti. Non è così, per carità! Però, proprio come accade per gli altri bulli senza “y”, spesso la smania di avere il cane “più estremo dell’estremo” fa venire brutte tentazioni: e quando già si parte del concetto di “estremo=bello”, è normale che la tentazione abbia facile presa.

1011054_675468029180644_2145536226_nCONCLUSIONI
A mio personalissimo avviso, dell’American Bully potevamo tranquillamente fare a meno. Visto che ormai c’è, però, lungi da me l’idea di condannarne l’esistenza o di chiederne la scomparsa.
L’unica cosa che vorrei è che ci si limitasse al “tozzo e muscoloso” senza spingersi fino al “mostruoso”.
Quello nella foto qui a sinistra è un Bully che trovo assolutamente accettabile: è “tanto”, ha il suo bel capoccione e il suo fisicaccio, ma se non altro “ha le gambe”, ha abbastanza muso, è un cane che sembra ancora un cane. Per me l'”estremo” è già questo e credo che anche per qualsiasi idea di cinotecnica non si possa andare oltre questo.
Ciò che va oltre, purtroppo (come il cane della foto in basso), è solo un tentativo di fare marketing a tutti i costi e di voler accontentare certi desideri malati di umani ancor più malati, andando a discapito della salute e della longevità del cane.
Insomma, American bully sì… purché con un minimo di senso della misura e soprattutto di rispetto per questi animali che hanno l’unica, terribile colpa di fidarsi di noi e di affidarsi totalmente a noi.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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