giovedì , 23 novembre 2017
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Uccide l’uomo che voleva accarezzare il suo cane

rendinadi VALERIA ROSSI – Ha ucciso a calci e pugni un clochard che voleva accarezzare il suo dogo. Rocco Rendina, ventidue anni, nullafacente, è appena uscito da un pub con sei amici e viene avvicinato da Ioan Popa, un poveraccio rumeno il cui zio alleva proprio dogo argentini. Rendina gli chiede di non toccarlo, l’altro insiste: gli piacciono i cani, ama la razza. L’italiano perde la testa e comincia il pestaggio, che finirà con la morte del clochard e l’allucinante, indegna, indecorosa omertà degli amici dell’assassino, che per tre mesi lo coprono cercando di depistare le indagini. Alla fine una ragazza del gruppo crolla e racconta la verità: anche l’assassino cede e confessa. Sì, lo so: si dovrebbe scrivere “presunto assassino”, anche quando c’è una confessione e ci sono testimonianze inequivocabili… ma trovo davvero ridicolo questo garantismo formale, quando poi, nei commenti agli articoli che parlano di questo orribile fatto di cronaca, si leggono cose ben peggiori di una semplice constatazione di “status”.
Tanto per cominciare, si scatena il razzismo contro i “terùn”: “Attenzione, qui di milanesi non ne vedo: precisiamo!”  (commento sul “Corriere”). Eh, sì, mi raccomando, precisiamo che “Rocco Rendina” è un nome di chiara origine meridionale, perché ovviamente questo cambia tutto! Se si fosse chiamato Brambilla non avrebbe mai fatto nulla di simile!
Sul “Fatto quotidiano” c’era, stamattina presto, una lunghissima serie di commenti pesantemente razzisti: pare che adesso siano spariti tutti o quasi (forse la redazione si è resa conto della deriva che stavano prendendo… ma i suoi lettori ci hanno sguazzato per ore. Evidentemente l’italiano medio non cambia a seconda del giornale che legge).
Seguono i commenti apparentemente antirazzisti, ma stavolta mirati al fatto che uno straniero sia stato barbaramente ammazzato da un gruppo di “bravi ragazzi” italiani: “Salvini cosa dice?” è il più gettonato. Siamo sempre all’intolleranza, stavolta verso un’idea politica. Intolleranza che in questo caso condivido in pieno, ma che non aiuta né a capire né a spiegare il fatto che si sta commentando. Perché un buon 80% dei commenti continua a porre l’accento sulla nazionalità della vittima o sulle origini del carnefice? Non basta dire che un uomo ne ha ammazzato un altro per il più futile dei motivi?

rendina2Infine – ed è il motivo principale per cui ne parlo qui – arrivano in massa i geni della cinofilia.
Cito a caso: “Il padrone dicono assomigli al cane e viceversa. L’assassino (di questo si tratta) possedeva un dogo argentino noto tra i cani più feroci – non è che il suddetto ‘dire’ sia un dato di fatto?” (commento sul “Fatto quotidiano”).
Uno che va in giro a 22 anni con un dogo argentino (e lo idolatra) fa subito sospettare che sia una persona “attirata da un approccio violento alla vita” diciamo così, per essere eufemistici… “; e ancora: “Il dogo argentino è un cane che può essere molto pericoloso. Spesso è il cane degli sbruffoni, meno spesso di persone normali” (entrambi sul “Corriere”).
Ci manca solo che qualcuno dica che è stata colpa del cane!
Se non ci credete (in effetti si stenta a credere alla totale imbecillità di queste persone) qui c’è il link all’articolo sul “Fatto” e qui c’è quello al “Corriere”.
Leggetevi pure tutti  i commenti e vomitate pure con calma.
Io ne riporto soltanto un altro, quello che fa strike:  “Rendina non mi pare un cognome milanese. Girare con un cane feroce al guinzaglio, poi, sembra più roba da camorristi o loro emuli”.
Bingo!
E con questo abbiamo risolto i problemi della società italiana (e forse mondiale): arrestiamo preventivamente tutti quelli che hanno un cognome meridionale e un cane di grossa taglia al guinzaglio, e saremo a posto. Finita la delinquenza, basta omicidi, mai più nessun pestaggio eccetera eccetera.
Sarcasmo a parte, è comunque molto, ma molto triste vedere come il razzismo porti soltanto ad altro razzismo (verso persone o cani, poco importa).
E’ evidente che il tentativo di accarezzare il cane è stato soltanto il pretesto per scatenare un odio legato all’intolleranza: non so neppure verso chi (verso lo straniero? Verso il rifiuto della società? Semplicemente verso il più debole?), ma che si trattasse di odio è lampante, perché non si arriva a uccidere a calci e pugni se non c’è dietro una bella carrettata di odio.
Rocco Rendina ha forse imparato sulla propria pelle il significato della discriminazione? Chissà.
Se c’è una cosa davvero probabile nell’abbinata “bulletto di vent’anni più cane di grossa taglia” è che alla base ci sia un’altra carrettata di insicurezza.
Questo giustifica un abominio come quello che si è perpetrato a Milano? Certo che no. Però potrebbe spiegarlo, almeno in parte.
L’unica cosa certa è che nelle guerre tra poveri perdono sempre tutti: perfino quello che non c’entrava niente, e cioè il povero cane sul quale si sta spargendo, in queste ore, perfino più veleno di quello che viene riversato sul suo criminale proprietario.
Ah… dimenticavo: l’articolo del “Fatto Quotidiano” è corredato dalla foto di un pit bull. La ciliegina sulla torta, almeno dal punto di vista cinofilo.

rendina3

Le altre foto sono tratte dall’articolo sul “Corriere”. Loro almeno hanno spulciato su FB e hanno trovato immagini di Rendina con il suo cane.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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