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Di cani e altri animali

di ANNALIA MATTEI – Di cani ne ho avuti un pò. Alcuni miei, altri in franchising.
Ho avuto, ed ho tutt’ora, animali con  il pelo, le piume e le squame. Per la verità mi mancano i serpenti, anche se dopo aver incontrato una ragazza che si portava il cucciolo di boa intorno al collo a mo’ di collana un pensierino ce l’avevo fatto: sono animali stupendi, ma proprio non riuscirei ad offrir loro topolini vivi e poi ‘na volta cresciuti, ‘n dove li metti? Intorno al collo? Mica sono un T-Rex!
Ognuno dei miei compagni di vita diversamente umani, qualsiasi livrea indossasse, ha oppure ha avuto una sua ben definita personalità, un suo particolare modo di riempirmi la vita di allegria e di guai.

Cagliostro
Cagliostro

Dai meravigliosi discus che seguivano ogni mia mossa al di là, per loro, del vetro dell’acquario fino a quel batuffolo di 40 gr (eh, sì, l’ho pesato) di penne e piume che era Cagliostro. Che era il mio merlotto nostrano.
Un collega di mio padre, forse per dimostrarmi la sua simpatia (gli andò male: mai gesto mi piacque di meno) mi portò un implume di merlo rubato dal nido. Così, visto che al mittente non l’avrei  mai ridato – nel nido non lo poteva riportare ed essendo, ohibò, un cacciatore l’avrebbe usato come richiamo vivo – ci ho diviso la vita per anni.
Credo sia stato l’unico merlo ad aver avuto le piume bianche  per la vecchiaia  in tutto l’orbe terracqueo. Ci hanno condiviso la vita pure due gatte. Che avvisavano – una miagolata tutta particolare che facevano solo in quel caso, quando andavano nel terrazzo della cucina, riadattato ad enorme voliera – così Cagliostro si poteva ritirare ai piani alti della sua abitazione.
In compenso lui in cucina entrava solo quando le gatte graziosamente si allontanavano. E dalla cucina, si guardava bene dall’uscire… perchè oltre quella porta, la caccia al merlo era aperta.
Per anni, tutte le sante mattine, neve, sole, gelo non importava, se non gli cambiavi l’acqua e doveva essere “fresca e pulita” (molto fresca e molto pulita),  si gonfiava tutto e con piglio marziale veniva a prendere a calcioni… relativamente alle zampette di un merlo… i vetri della porta finestra.
Messa l’acqua pulita, cosa che gli permetteva il bagnetto mattutino (se c’era sottozero, amen), non  disturbava più per tutto il giorno. A meno che non ti fossi dimenticata, oltre che di cambiar l’acqua, anche di mettergli la pappa nella ciotola. In tal caso si armava di pazienza, agguantava col becco la ciotola medesima, quattro volte lui, e ti portava a domicilio le prove del misfatto. Dopodichè saltava sul bordo, quasi ad evidenziare l’interno desolatamente vuoto e, tutto impettito, ti guardava da sotto in su con l’aria più offesa che potesse ostentare.
Così, tanto per chiarire che personalità ed intelligenza non sono date da genere, razza o dimensioni diversamente intese.

Carolina
Carolina

Per non parlare, quanto a personalità, delle mie gatte.
Anche adesso me ne girottrottolano intorno tre, e sono perfettamente distinguibili e non solo per pelame e proporzioni. C’è quella che “chiacchiera” a più non posso (qualcosa capisco: il difficile è rispondere. Ogni tanto Carolina mi guarda proprio come se stessi dicendo enormi cazzate) e quella che emette un miagolio talmente basso che senza Amplifon non si sente, quella che ti aspetta sulla porta e quella che si degna di venirti incontro solo dopo mezz’ora con la riprovazione sul volto del “dove sei stata finora?”. Ognuna a modo proprio hanno avuto ed hanno un sistema tutto particolare per esprimere affetto e riempire angoli di vita che non scopri di avere vuoti finchè loro non provvedono in merito. E che, dopo di loro, resteranno vuoti per sempre.

Cuccioli umai e non...
Cuccioli umani e non…

Ma era di cani che volevo parlare.
Sono nata con un cucciolo di cane, e con lui sono cresciuta.
All’epoca non si cinofilosofeggiava, quindi  ho potuto fargli di tutto e di più senza che alcuno dicesse bau. Men che meno il cane, che mi portavo appresso con un particolare guinzaglio: la sua lingua. Beh, se quella cosa penzolava fuori dalla bocca ci sarà stato un motivo, no? E se aveva una bocca così grande, era perchè potessi infilarci la testa dentro per esplorarla meglio…
Se il cane portava pazienza, a mia madre invece veniva ogni volta  l’infarto: ma il cane non mi ha fatto mai neppure un graffio. Lui.
Io sono caduta dal suo dorso (era grossino, sì…)  facendomi un pò di danni, ma va beh, durante una cavalcata…
Avevo appena visto  i soldati a cavallo. Il cavallo non lo avevo, il cane sì. Me lo sarei fatto bastare. Non avevo notato che i cavalli hanno le briglie e le selle… ma a tre anni mi si può perdonare, se mi era sfuggito qualche irrilevante particolare?
L’ho amato alla follia.
Me lo dico da sola, era un cane bellissimo ed intelligentissimo. Al punto tale che ce lo rubarono. E ne sono sicura, perchè la prima volta che sparì tornò dopo 15 giorni perfettamente lavato, spazzolato e profumato. La seconda volta non tornò. Ed io passai anni a sognare il suo ritorno. Invano.
Nel frattempo ci eravamo trasferiti, ed i cani con cui potei giocare, per anni furono solo quelli in franchising. Nel senso che lo zio di mia madre, che abitava solo soletto, non ha mai passato la vita senza qualche animale intorno.
All’inizio, da buon contadino, a parte i cani (i gatti data la presenza dei suddetti giravano alla larga) si trattava di animali da cortile, ossia cibo a due o quattro zampe.
Appena però lo Zio Leà realizzò che la “ciotola” tre volte al giorno veniva riempita comunque, i suoi animali da cortile divennero ipso facto animali d’affezione.
La Nanona, la sua oca, che chiamata lasciava l’enorme pollaio e se ne veniva sotto la finestra della cucina per mangiarsi il pane che mio zio  le lanciava, credo morì di morte naturale a più di 20 anni d’età. Per ammazzare un pollo od un coniglio occorreva insistere per giorni, e se non era una festa comandata, neppure quello funzionava. Del piccione zoppo strappato da pulcino alla bocca di un gatto, complice il Toby di turno, dopo che ebbe conciato la cucina come vi potrete ben immaginare (per quanto si possano educare i piccioni, è difficile spiegar loro il concetto  “ i bisognini si fanno fuori”) si persero le tracce alla morte dello zio. Altrimenti se ne usciva la mattina presto,una volta aperta la finestra, e puntuale al tramonto era in cima al davanzale.
Lo zio  Leà, come già detto, ha sempre avuto un cane.
Sempre “arcobaleno”, buono da bosco e da riviera. Buono  per la caccia, buono per la guardia. Di molte razze e spesso di molti talenti.
Rigorosamente, non so se s’era capito, chiamato Toby. Che occorreva invitare (il cane) se volevi che lo zio venisse a pranzo da te. Cioè, la domanda era questa“ Tubin – in dialetto, ovvio – t’ ven a magnar da nò?”… se il cane assentiva, ed assentiva quasi sempre, allora lo zio veniva a pranzo. Altrimenti no.
La pasta al burro del cane era più condita di burro e parmigiano di quella dello zio (erano altri tempi, l’ho detto che non si cinefilosofeggiava:  i Toby non han mai visto il guinzaglio, per non parlare del veterinario – e chi è costui? Del resto  neppure lo zio ha visto spesso un medico… – se non quando venivano a pranzo da noi, quasi ogni santa domenica, e la sottoscritta li portava a spasso per la graandee e perigliosa città. In tutti gli altri casi avevano il collare al solo scopo di far sapere che avevano un padrone. E basta).
Se non facevi così, si offendeva a morte. Lo zio, non il cane.
I Toby sono stati per anni i miei cani in “prestito”. Dato che lo zio era da noi quasi ogni  domenica che Dio  ha messo in terra, e quando non era lui da noi eravamo noi da lui, i suoi cani erano anche i “miei” cani.
Gioco preferito? Ti lancio un sasso e tu me lo riporti!
Provateci ora e vi impiccano: io stessa a Caos ho sempre fatto urlacci a iosa appena si avvicina ad un sassetto. Ma i Toby un sasso che sia uno non l’hanno mai inghiottito. Neppure per sbaglio. Così come, seppure nessuno abbia mai insegnato loro come si passeggia al guinzaglio, mai una volta mi hanno strattonato.

Timido
Timido

Poi, dopo anni, anni dopo la morte di zio Leà (che morì novantatreenne: altri tempi, l’ho detto!) finalmente arrivò Timido.
Cosa vi immaginate, con un nome così?
Beh, qualsiasi cosa vi stiate immaginando… sbagliate.
Tim era un gran bell’esemplare di pastore tedesco. Era nato in un allevamento che forniva cani alla finanza, ed era stato regalato da cucciolo da un finanziere ad un altro mio zio, che non potendo tenerlo, lo aveva a sua volta regalato ad un amico: che per il primo anno di vita del cane, lo aveva portato in palmo di mano. Ma poi … poi gli era nato un figliolo. Ed il cane era stato dimenticato in un angolo. Saputo che cercavo un cane, mio zio mi chiese di togliere quel cane da quell’angolo dove stava ormai da tempo. Per fortuna (fortuna del tizio a cui era stato regalato) a prendere il cane ci andarono i miei genitori: io non potevo, lavoravo già.
Mia madre ha sviluppato il cuore tenero in vecchiaia, e la ninna nanna al cane la canta solo da quando, rimasta vedova, condivide soltanto con il quattrozampe  gran parte della giornata: all’epoca per lei il cane era un cane e bon. Ma quando vide Tim, legato ad metro di catena fissata ad un pezzo di tubo per fogne (quelli di cemento, grossi groossiii ) in un campo lontano da ogni  tipo di costruzione, decise che a meno di malattie gravi (che data la situazione, ci stavano pure), quel cane da lì l’avrebbe levato definitivamente, costasse quel che costasse.
Quindi  prese il cane ed andò dal nostro veterinario: che solo per vedere di che colore fosse, gli fece il bagno tre volte.
Risultò di un bellissimo nero e, per fortuna, di una salute di ferro (per forza; altrimenti non avremmo trovato nessun cane da salvare)… e così arrivò a casa.
Per un mese almeno, per far mangiare il cane dalla ciotola, ho dovuto letteralmente imboccarlo. Con tanto di cucchiaio. In compenso mangiava, e li mangiava sul serio, ogni tipo di animale che si trovasse a passare dal giardino.
Uccelli e (soprattutto, ahimè) gatti. Per mesi, almeno sei, l’unico suono che il cane ha emesso è stato un uggiolìo. Abbaiare, mai. Da lì il nome.
Per anni, scuotere un panno fuori da una finestra al secondo piano ha significato  far  appiattire il cane in giardino, ovunque si trovasse.
A ripensarci adesso, siamo stati molto fortunati. Perchè abbiamo (abbiamo? Ho!) tentato il recupero di un cane così con compentenze cinofile pari a zero.  A parte quelle passateci dallo zio Leà, che però trattava i cani come i contadini li han trattati per secoli. Benissimo, come detto, ma… ecco… non propriamente in modo cino-etico-filosoficamente corretto.
Però mi/ci andò di lusso, e Tim prese a magiare da solo e pure ad abbaiare all’occorrenza. E neppure poco.
Ma non entrò mai in casa.
La volta che provai a portarcelo (i miei erano partiti per un mesetto di vacanze poco dopo l’arrivo di Tim. Ero sola soletta ed un pastore tedesco in casa mi sfagiolava non poco) quasi impazzì di terrore: che gli passò non appena aprii il portone di casa.
Si piazzò subito sul suo amato zerbino e mi fece capire che lui la guardia l’avrebbe fatta, anche bene, benissimo, ma solo da lì. In casa non era cosa.
Per i tredici anni successivi non rimise mai una zampa oltre il portone. Da fuori, sì, poteva sembrare un cane-nano da giardino. Ma mica era colpa mia se oltre il garage, rigorosamente aperto altrimenti neppure questo gli stava bene, non ha mai voluto andare. Cuccia riparatissima, protetta, con tutti i comfort, ok , ma anche con la neve ed il gelo… in casa no.

Athena
Athena

Athena, invece, fu tutt’altra cosa.
Intanto, era un doby. In giardino, manco a pensarlo!
La cuccia, sempre  riparatissima, protetta, sempre con tutti i comfort… mai considerata neppure di striscio.
Sullo zerbino ci si piazzava, sì, ma per guaire pigolando disperata  “non vorrete mica lasciarmi qui! Potrei morirne!”
Ora, mio padre era in pensione da anni, e la mattina si metteva Athena in macchina, e con mia madre se ne andava alla vigna, un appezzamento di terra in collina, con tanto di micromicrocasetta perfettamente attrezzata, dove appunto coltivava uva ed un piccolo orto per mero divertimento. Rientrava dopo ore ed ore: a notte, e per tutto quel tempo la cagna era stata libera e felice in loro compagnia….e quindi a “casa” ci stava solo per dormire. Ma per lei era una specie di offesa personale, che la facessimo dormire in garage!
Quando ci fu l’ennesimo trasloco, per la destinazione attuale (mi era venuto in mente che o mi prendevo i miei spazi allora, o mai più. A mia madre voglio un monte di bene, ma siamo come l’acqua e l’olio. Ottime cose prese da sole:  insieme fanno disastri… e la mia pazienza, ahimè ha un limite) Athena fu ancor più felice.
Niente garage e della megacuccia  nel nuovo giardino (ecco, nuovo ma sempre giardino…), manco a parlarne.
Finalmente si dormiva in casa!

Athena alla vigna
Athena alla vigna

Grazie al figliolo test##@@@ ooppss… simpaticissimo di un vicino della vecchia casa,  che per capodanno aveva fatto scoppiare uno di quei maledetti petardini a un metro dalla cagna, Athena, che “prima” aveva una splendida indifferenza a tuoni, colpi e spari – ci stavamo preparando per lo ZTP … stavamo, appunto – aveva finito per terrorrizzarsi al solo battere  delle mani.
Nei tre capodanni che passò nella nuova casa dei miei genitori, lei dormiva con loro: per infilarsi sotto il loro letto durante i festeggiamenti è riuscita a trasformare il parquet in truciolato. Truciolato fine.
Per lei era una festa, al rientro dalla lunga giornata contadina, accucciarsi finalmente accanto ad una poltrona.
Il solo problema era decidere accanto a “quale” poltrona. Azz: dove si stava meglio? Accanto a me oppure a mio padre? Alla fine,  commossi (mio padre ed io) ed esasperati (mia madre) dal continuo anda e rianda della povera bestiola, piazzammo  le nostre poltrone in modo che lei potesse accomodarsi nel mezzo. Il paradiso in terra, se sei un cane-bostik.

Meg
Meg

Di Meg (altro doby) non amo parlarne: fu purtroppo un intermezzo breve e doloroso. Ma proprio perchè doloroso  mi ha segnato ed insegnato  moltissimo. Una specie di corso accelerato su “tutti gli sbagli che potete fare con il vostro cane pur amandolo moltissimo” o “tutte le conseguenze della mancanza di tempo nella gestione di un canetto tostuccio”.
La mancanza di tempo tutto era tranne che imputabile alla mia volontà, ma spiegare ad un doby in crescita un simile concetto è alquanto difficile. Alla fine una cosa giusta l’ho fatta. Ho dato la mia amata cucciolona a chi avrebbe potuto gestirla meglio di me, molto prima che la situazione diventasse irreversibile.
Però l’Universo premia chi prova a fare il meglio per chi ama, senza tenerlo stretto quando è ora di lasciarlo andare…
Neanche due giorni dopo che Meg era andata ad abitare col suo nuovo branco, un amico mi chiese di prendere l’ultima cucciola della sua cucciolata di doby. L’aveva voluta tenere per se, ma si era accorto che tre doby e due ditte da gestire erano decisamente troppo.
Così arrivò Yuma.

Yuma
Yuma

Cucciolona pasta di pane, cane da parchetto, doby o non doby. Con lei, lo ZTP manco a provarlo: il salamotto si mastica, non si insegue. “Se te lo vuoi  tirare appresso, mah, avrai i tuoi buoni motivi. Che non metto in dubbio, tant’è che te lo lascio tirar via senza colpo ferire. Certo che ti diverti con poco, ma contenta te… intanto vado a farmi fare le coccole da nonna, eh, tu continua pure..”
Un poco diffidente con gli estranei, ma dato che era una femmina grossina quanto un maschio, erano gli estranei a diffidare anche di più.
Yuma, per quanto arrivata cucciolona, fu il primo cane allevato completamente in casa. Nel senso di pareti domestiche.
Mio padre purtroppo era morto poco dopo l’arrivo di Meg, quindi niente scampagnate alla vigna se non la domenica, visto che la sottoscritta lavorava già da anni, e Yuma passava quasi tutto il giorno in casa di mia madre. Al contrario di Caos, che la notte la passa da me (mia madre ed io abitiamo portone/portone ed abbiamo il giardino in comune), Yuma dormiva da lei. Così le faceva compagnia. Magari svegliandola alle tre di notte per andar fuori  a fare pipì.
Magari anche due volte per notte.
Però le ha riempito la vita (un pò meno di Caos, che oltre a riempirgliela gliela complica pure) e se  mia madre passa qualche ora in giardino è anche perchè nessun doby vi resta a lungo da solo senza i suoi umani.
Sia Yuma che Caos, una volta deciso che “ok, c’è un bel sole vado a fare la sfinge sotto i suoi raggi”, han sempre deciso che intorno alle sfingi non ci devono essere le piramidi bensì gli umani.
E se gli umani non se ne danno per intesi, li vengono a prendere per il coppino e volenti o nolenti li portano con loro. Cioè, alla decima volta che il cane gira e rigira intorno correndo il rischio di stirarti facendo la spola fra portafinestra e l’ovunque tu sia, anche se sei de coccio lo capisci che lo DEVI seguire, o no?
Perchè se non lo capisci, no problem: lui  insiste. Prima o poi capirai.

Caos e Nuvola
Caos cucciolo e Nuvola

Yuma era tranquilla con tutto l’orbe terraqueo, tranne i gatti che odiava con sano gusto. Nuvola esclusa. La gattina di mia madre era l’unica a potersi permettere di prenderle il tartufo a zampate senza rischiare la morte. Ad una condizione: che IO non fossi nei paraggi. Perchè il quel caso, anche se fino ad un minuto prima avevano  condiviso il cuscino, Yuma le faceva chiaramente capire il sano valore di una opportuna sparizione.
A riprova che l’udito dei gatti è migliore di quello dei cani, mia madre aveva imparato a riconoscere il mio arrivo dal fatto che una trentina di secondi prima che la cagna cominciasse ad agitarsi nella classica danza “arriva, oddio, arriva, ARRIVAAA” Nuvola, sua sponte, provvedeva a dileguarsi.
Con Caos il problema non si pone: dopo un periodo in cui la convivenza fra i due è stata idilliaca, qualche zampatina del tirannosauro in crescita, amichevole quanto si vuole ma pesantuzza per una gattina di quattro chili scarsi, deve aver convinto la medesima a ritirarsi al piano superiore,  dove la bestiaccia mette rarissimamente zampa. Col risultato che Caos  i gatti, dopo gli sberleffi che gli fa la gattina dei vicini (al di la della protezione della rete. Mica scema, la gattina) se li mangerebbe tutti volentieri a colazione. Le scarse volte che Nuvola scende le scale le abbiaia contro, non si capisce se per salutare o per qualche altro insano proposito molto meno lodevole.
E’ l’ennesima cosa, con lui, da rimettere a posto.
Un’altra, tanto non ne ho abbastanza del resto. Perchè Caos riesce benissimo a riempire anche la mia, di vita. Persino troppo.

Ancora Caos e Nuvola
Ancora Caos e Nuvola

Ne lasciasse libera un pezzetto, oltre le ore canoniche del lavoro, della spesa – magnà ce tocca: ed anche a  lui la ciotola vuota non garba poi tanto –  e quelle necessarie per il sonno, ecco, non  ci troverei molti motivi per lagnarmi .
Mi ero dimenticata come fosse avere un cucciolone, e poi Yuma era nata “signora”: correre troppo, tirare troppo, persino giocare – se escludiamo andare al mare e bersene mezzo, proprio non sapeva resistere al gusto salato delle onde – persino giocare troppo non era mai stato da lei.
Dormire, rilassarsi, farsi coccolare… ecco, questo le apparteneva.
Quindi la convivenza con lei, nobildonna adulta e raffinata, era molto semplice e pacifica. In una parola (due): poco impegnativa.
Caos…. di tutt’altro di maniche paio. Lui è tutto, troppo.
No… pensandoci, non è vero. A parte le dimensioni (azz!!!), che proprio tali sono, per il resto è solo un cucciolone di  dobermann un poco più tosto di altri.
Testardo, vivace, furbo, scaltro, “bravosoloquandodorme” – e poi nemmeno, perchè quando sogna di correre e ti sta dormendo vicino o lo svegli o finisci a striscette – casinista e casinaro.
Però quando sta con mia madre, fragile vecchietta, cerca di contenersi, così spesso mia madre mi caccia; quando ci sono anch’io, nel tentativo di ottenere la mia esclusiva attenzione, non c’è cuscino/coperta che si salvi: sa perfettamente di non doverli mordere – infatti durante il giorno non lo fa – , ma sa anche che non posso permettergli di girare per tutta casa con una coperta fra i denti… e quindi appena varco il portone, che mi abbia già affettata in giardino prima di entrare nel tentativo di saltarmi in collo o no non cambia, il malefico agguanta la prima cosa che gli capiti a tiro di denti e comincia a correre per tutto il salotto con il fumetto “guardami, seguimi, dai, prendimi!” .
E mia madre sbotta: “ Accidenti!! ma è stato buono fino adesso! Lo sapevo, sei arrivata tu e guarda che caos….”
A meno che non le abbia fatto fare la spola, nei giorni di sole – il freddo gli fa un baffo, tanto al sole si scalda. E’ nero – fra portone e portafinestra per andare in giardino, dove ovviamente, non intende mai andare da solo. Allora la frase di mia madre muta in: “ Accidenti! Non ne posso più! Goditelo un pò tu!” e se ne va sdegnata.
Già, non ricordavamo come fosse crescere un cucciolo di cane.
Ma pensandoci davvero bene, anche ricordandolo, l’avremmo preso lo stesso.
Caos è davvero un caos… ma come dice Zarathustra, devi ospitare il caos se vuoi partorire una stella danzante.

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