sabato , 18 novembre 2017
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Il “mio” specismo cinofilo

esseredi VALERIA ROSSI – Altro argomento “peso”, dopo quello di ieri sulla cinodelinquenza… anzi, proprio “in conseguenza” dell’articolo di ieri, perché tra i commenti in calce a questo articolo, su Facebook, mi è stato segnalato il numero zero di una nuova rivista, “Essere”, che sono andata subito a sbirciare e che mi è piaciuta molto. E’ una rivista vegan/antispecista, quindi qualcuno potrebbe pensare: “Come è possibile che ti sia piaciuta, visto che mangi carne e che hai allevato/addestri cani, entrambe attività considerate normalmente “speciste”, se non addirittura forme di sfruttamento?”
Be’, intanto mi è piaciuta perché è assolutamente NON fanatica: utilizza toni civili, esprime le sue opinioni in modo pacato, insomma utilizza quel tipo di comunicazione informativa e non aggressiva che – come ripeto da sempre – potrebbe far pervenire milioni di nuovi “adepti” alla causa vegana (forse il termine non è proprio correttissimo, visto che “adepti” fa molto  “setta”: ma intendiamolo nel suo senso etimologico, ovvero quello di “persone che hanno conseguito una nuova forma di conoscenza”).
Purtroppo è sotto gli occhi di tutti il dato di fatto (perché di questo si tratta) che la forma più comune di comunicazione vegana/antispecista sia quella aggressiva: e quella no, non mi piace. Mi piacciono invece l’apertura, il confronto, la discussione civile (per quanto io sia la prima, ogni tanto, a salire un po’ troppo sopra le righe: la redazione di Essere in questo è molto più brava di me). E siccome è questo che ho trovato nella rivista, mi è piaciuta e un po’alla volta me la  sto leggendo tutta.

essere_articoloOvviamente ho iniziato però con un articolo in particolare, dal titolo “Cinofilia, specismo e antropocentrismo”.
Vi suggerisco di leggerlo, ma intanto riassumo in brevissimo: l’autrice, Fabiana Romano, ha fatto una disamina impeccabile e molto ben documentata della storia della cinofilia dagli albori ai giorni nostri, dopodichè ha esaminato con serietà tutti i problemi relativi all’allevamento e all’educazione/addestramento. La sua personale conclusione è che vadano superati lo specismo e l’antropocentrismo, arrivando ad una comprensione reciproca e ad un reciproco rispetto che portino a scelte ECO (e non “ego”) centriche e antispeciste, nel rispetto delle biodiversità.
Ma è proprio questo rispetto che, a mio avviso, ci riporta direttamente allo specismo (inteso come “considerare l’uomo diverso dal cane ed intellettivamente superiore a lui”, e non certo come “dominatore di schiavi”): perché il cane, etologicamente parlando – e spero siamo tutti d’accordo sul fatto che non c’è modo migliore di rispettare un altro essere vivente che onorarne gli aspetti etologici – è alla continua ricerca di qualcuno che gli sia intellettivamente superiore e che possa fargli da guida.
Nell’articolo si legge che la zooantropologia cognitiva (identificata dall’autrice come la giusta strada da seguire) ha “superato il concetto di capobranco per passare a quello di genitore”: ma questo è soltanto un modo diverso (e più appetibile per chi già si sente “mammina” del proprio cane) di definire la stessa cosa, ovvero una figura di riferimento, una guida sicura, quel “faro nelle notte” di cui sempre parlo quando mi riferisco al cosiddetto “capobranco” (che in realtà, almeno tra i lupi, è proprio il genitore nella stragrande maggioranza dei casi).

Questa foto, al centro di mille polemiche,è apparsa su FB tempo fa. La pubblico come esempio di testa di cazzo umana che usa violenza sul suo cane, ma fortunatamente pare che fosse una bufala.
Questa foto, al centro di mille polemiche, è apparsa su FB tempo fa. La pubblico come esempio di testa di cazzo umana che usa violenza sul suo cane, ma fortunatamente pare che fosse una bufala.

Certo, è innegabile che ci sia ancora gente che quando pensa al concetto di capobranco pensa a frasi tipo “dagli subito due calci nel culo, così capisce subito chi è il padrone!” (me lo sono sentito dire qualche mese fa, a passeggio con Samba cucciola: confesso che non sono stata politically correct nella risposta): ma credo che ingentilire i termini sia una falsa risposta al vero problema, e cioè al fatto che ci sono ancora persone abituate ad imporsi con la violenza. Persone per cui “chiedere a qualcuno di fare qualcosa” significa automaticamente “fare violenza”. E questi qua, se gli dici di comportarsi come se fossero i genitori del cane, ti risponderanno: “Ah, perfetto! allora gli dò subito due bei calci nel culo, così capisce chi è il papà!”… perché è molto probabile che facciano davvero così anche con i propri figli.
Detto questo, è un fatto inconfutabile che il cane abbia bisogno – etologicamente bisogno – di una figura di riferimento: chiamiamola come ci pare, capobranco, mamma, leader, partner non peloso (questa, scusatemi, quando l’ho sentita mi ha fatto cadere dalla sedia: specie pensando ad alcuni umani che conosco – figlio in testa – che proprio non potrebbero rientrare nella definizione, vista la copiosità di peli da cui sono ricoperti. Il figlio ce li ha ovunque meno che in testa, ma questi son dettagli), ma figura di riferimento deve essere. E per essere definita tale deve dimostrarsi davvero “superiore”, perché altrimenti il cane col cavolo che le dà retta.
Ora: siamo, noi umani, in grado di esprimere lo stesso tipo di superiorità che esprime un cane, in modo così canino da risultare attendibili? Ovviamente no.

ellisringhioNon solo perché, per farlo, dovremmo diventare molto più “fisici” di quanto non siamo e utilizzare mimiche e gestualità che farebbero inorridire qualsiasi gentilista (guardatevi un documentario con Shaun Ellis, uno che – finzione televisiva o meno – in mezzo un branco di lupi ci ha vissuto e che ha cercato proprio di raggiungere la leadership in modo “lupino”, e capirete quello che intendo dire), ma anche perché abbiamo limiti fisici/fisiologici che ci impongono di scegliere strade diverse.
L’antispecismo mi sta benissimo finché si tratta delle “basi” di questa filosofia: gli animali devono avere dei diritti, gli si deve riconoscere la capacità di sentire, provare emozioni, gioire e soffrire.
Ma al di là di questo, le differenze non soltanto esistono, ma temo restino insormontabili.
Non arrivo a parlare di quanta difficoltà incontrerei (come chiunque altro, presumo) nell’identificarmi con una zanzara e nel riconoscerle il suo diritto a succhiarmi il sangue: non entro neppure nel merito del mangiar carne o meno, argomento complessissimo che esula però dalla cinofilia: mi limito a parlare del cane, che considero a pieno titolo un membro della mia famiglia che deve avere tutti i suoi diritti (le mie ne hanno più di me: infatti al momento loro stanno svaccate sul divano e io lavoro al computer), ma che deve essere un membro “sottomesso” – in senso canino, e non umano – al resto della famiglia, perché altrimenti salterebbero tutti gli schemi e quella discriminati finiremmo per essere noi.
Ripeto e ribadisco: “sottomesso in senso canino”.
Il che non significa “povero sfigato martoriato da tutti”, ma “membro del branco che segue le direttive del capo, ben sapendo che farlo è il modo migliore per avere un branco efficace, in grado di cooperare in modo produttivo e di sopravvivere nel modo più piacevole possibile”.
Così intendono i cani (e i lupi) i concetti di “dominanza” e “sottomissione”: e così dovremmo intenderli noi (chiarire questo concetto dovrebbe assolutamente prioritario per qualsiasi cinofilo, anziché perder tempo a cercare sinonimi “gentili” e a scannarsi con chi non li utilizza).

orchestraIl capo dirige l’orchestra, gli orchestrali eseguono in armonia, “felici di” e non “costretti a” suonare insieme.
Ma pensate che bella sinfonia verrebbe fuori se il primo violino, a un certo punto, decidesse di partire con un pezzo diverso da quello che stanno suonando tutti gli altri.
Un branco, esattamente come un’orchestra (e come una famiglia), deve muoversi in armonia: ma questo non potrà mai succedere se non c’è qualcuno che indica agli altri cosa devono fare, e che interviene anche con decisione se qualcuno degli altri non coopera.
Per questo ritengo che la cinofilia debba rimanere, almeno in parte, antropocentrica e specista: perché nel momento in cui smette di esserlo, ovvero nel momento in cui si concede al cane di suonare la canzone che decide di lui, saltano fuori problemi insormontabili.
E saltano fuori anche perché lui, specista, lo è!
Tanto per cominciare, lui segue le sue leggi e non le nostre (se non gliele spieghiamo con chiarezza): e la sua legge dice che un capo “molliccione” non può essere un capo affidabile, quindi va scalzato. Cosa che, non riuscendo a fare ritualizzando i conflitti come fanno i lupi (perché noi solitamente non capiamo i suoi tentativi di ritualizzazione), farà spesso e volentieri mordendo.
A quel punto l’umano che voleva essere tanto rispettoso partirà a trecento all’ora alla volta del comportamentalista (quando va bene), magari accettando senza fare una piega di somministrare psicofarmaci al cane (e il rispetto dov’è finito?), dal “rieducatore” (figura quasi mitologica che spazia dal macellaio che prende il cane e lo corca di botte al personaggio che cerca di riabilitare il cane entrandoci in contatto telepatico o facendolo meditare sul tappetino zen) o direttamente alla volta del veterinario-e-basta, chiedendogli di sopprimere il povero animale colpevole solo di non aver capito che poteva esprimersi “da cane” solo entro i limiti ritenuti accettabili dall’uomo.

Cervello CGME ci risiamo: c’è sempre qualcuno “superiore” a qualcun altro. Qualcuno più intelligente. Qualcuno che detta le regole e qualcuno che le deve subire (a volte tragicamente).
Ma allora, non era meglio se le regole le dettavamo subito, magari con un po’ di specismo e di antropocentrismo, senza violenza gratuita ma anche senza arrivare a conclusioni tanto tragiche?
Altre possibilità meno drammatiche, ma sempre problematiche: il cane è un carnivoro predatore. O meglio, è il diretto discendente di un carnivoro predatore, visto che lui sarebbe piuttosto un crocchettovoro opportunista:  ma pur non essendo capace, in alcuni casi, di completare la sequenza di caccia, si ricorda benissimo almeno la prima parte. Se gli parte un coniglio sotto il naso non pensa certo “cosa lo inseguo a fare, tanto stasera troverò la ciotola piena”. Lo insegue e se lo acchiappa (caso raro) lo fa fuori senza riconoscegli troppi diritti. Poi magari non è capace di mangiarlo, ma ammazzarlo lo ammazza. E se al posto del coniglio ci mettiamo il gatto della vicina, che succede? Succede che diventiamo immediatamente specisti intraspecifici. La vicina diventa “quella stronza incapace di tenere chiuso il suo gatto”, noi “quegli stronzi incapaci di gestire il loro cane”: e la conclusione può andare dalla faida tra vicini alla polpetta avvelenata.
Ma poi, perché dovremmo essere antispecisti, visto che la natura non lo è?
Perché abbiamo più cervello e più cultura, perché siamo esseri superiori?
Tracchete, ecco che casca l’asino: se ci consideriamo superiori, già diventiamo antropocentrici e specisti.
Un vero antispecismo dovrebbe consistere nel totale ed assoluto “vivi e lascia vivere”: nessuno dovrebbe chiedere a nessun altro di comportarsi in modo diverso da quello che indica la sua natura. Ma il fatto è che il cane vive con noi: il suo habitat “naturale” è diventata la cosa più innaturale che ci sia, e cioè la società umana.

ugualiIo non credo che sia possibile, in alcun modo, superare questo gap e sentirsi davvero “uguali”: credo che sia possibile avere pari diritti (sono la prima a chiedere a viva voce, un giorno sì e un giorno anche, che maltrattamenti e uccisioni canine ricevano la stessa attenzione e le stesse pene di quelli subiti dagli umani), credo che sia indispensabile far capire alla gran parte di umanità che ancora lo ignora che il cane pensa, sente, prova emozioni.
Ma questo purtroppo non basterà: perché nessuno, per esempio, negherà mai che un umano sia in grado di ragionare e di provare emozioni… però vengono maltrattati e uccisi anche gli umani. Soprattutto i più deboli, come donne e bambini.
Più dell’antispecismo, che ritengo molto utopistico e poco praticabile, credo che sarebbe utile diffondere a tappeto una cultura della non-violenza verso gli animali, della non-cattiveria stupida e gratuita, dell’educazione rispettosa, sì, ma non iper-permissiva e/o mollacciona.
E soprattutto, per carità del cielo, non antropoformizzante: rischio che anche Fabiana Romano ha messo in evidenza nel suo articolo, ma che si corre per forza quando si comincia a parlare del proprietario di un cane come di un “genitore”, del cucciolo come di un “bambino peloso” e così via.
Il “lato oscuro” di tutta la sezione zooantropologica-cognitivista-buonista-eccetera della cinofilia è proprio una deriva pericolosissima verso l’antropomorfizzazione del cane, che è la più clamorosa mancanza di rispetto che gli si possa far subire. Ed è ironico, tristemente ironico, che questa deriva venga rischiata proprio da coloro che si sono fatti portabandiera dei diritti del cane e della necessità di rispettarlo di più.

alteritàCerto, tutti ribadiscono ad ogni pie’ sospinto che il cane “va rispettato nella sua alterità”. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi. L’alterità è un concetto così atruso, per l’umano medio, che quasi non riesce neppure ad afferrarlo: lo specismo intraspecifico umano (che non si manifesta soltanto nelle faide tra vicini di casa, ma che ha avuto momenti assai più pregnanti  – e probanti – nello schiavismo, e che ne ha ancora nelle discriminazioni razziali, etniche, religiose e così via) lo dimostra in modo così palese che mi sembra inutile continuare a parlarne.
Quando non capisce l’alterità, ma ci tiene proprio tanto ad essere gentile e rispettoso, l’umano non trova altra soluzione se non quella di identificare l’altro con se stesso. Il che, nel caso del cane, porta dritto dritto all’antropomorfizzazione: e quindi ai cani in borsetta o nei passeggini, a quelli stracoccolati e straviziati, a quelli iper-alimentati e così via. Tutti veri e propri maltrattamenti vissuti come se fossero privilegi, al solito, immancabile grido di “lo tratto come un figlio!”
Solo che lui non è tuo figlio. Lui è un cane.
Siamo capaci di capirlo?
Siamo capaci di vedere la differenza?
A mio avviso, e per quella che è la mia esperienza, NO. Non siamo pronti, non siamo “ancora” capaci: forse possiamo arrivarci, ma – sempre  a mio avviso – la strada dell’antispecismo non è, almeno per il momento, quella giusta. Non soltanto per via delle derive fanatiche (purtroppo innegabilmente numerosissime), ma proprio perché manca una cultura umanistica di base. Perché non siamo pronti neppure per rispettarci tra umani, e figuriamoci se ci riusciamo con specie diverse.
Per questo io non ho mai sposato e non credo che sposerò mai le teorie di quella che definisco “cinofilia new age”. Per questo preferisco parlare ancora di “capobranco”, di “leader” anziché di mamme e papà: perché – lo dico chiaramente e senza vergogna – ritengo più maltrattato il cane nel passeggino di quello che una volta nella vita si prende un calcio nel culo.
Di certo non insegno a nessuno a educare a calci nel culo: e il concetto  di “una volta nella vita” diventa “per abitudine”, considero chi ne fa uso un criminale che dovrebbe finire dritto in galera.

famiglia+unita+con+petPerò a me interessa che il cane e la sua famiglia stiano bene insieme: non filosoficamente, ma praticamente. E voglio che stiano bene tutti, cani e umani.
Perché noi umani vogliamo i risultati pratici: vogliamo che il cane sia facile da gestire, vogliamo potercelo portare ovunque, vogliamo che venga quando lo chiamiamo e che non morda nessuno (soprattutto noi) di sua iniziativa. Così saremo felici di averlo, saremo orgogliosi di lui e non penseremo mai di abbandonarlo o tantomeno sopprimerlo. Per me, che forse sono pure un po’ limitata nei miei sogni, l’ideale da raggiungere è questo: e nel mio lavoro cerco di insegnare agli umani come raggiungerlo divertendosi insieme al cane, rispettandone i tempi e le esigenze e anche la mente “diversa”. Non voglio cani trattati come figli: voglio cani rispettati come cani, il che significa anche conoscerne l’etologia, sapere cosa desidera, cosa gli piace, cosa lo diverte davvero.
Concepisco anche le punizioni? Quando è il caso, sì. Perché sono etologicamente corrette.
Io esigo (a costo di essere pure un po’ stronza e di cazziare platealmente i miei allievi a due zampe) che il cane non venga MAI neppure “gentilmente redarguito” per non aver capito una nostra indicazione.
Se non ha capito, nessuna punizione – né gentile, né violenta – potrà ottenere alcun risultato, e chi ne fa uso è un cretino.
Se però il cane mi ringhia contro, il cazziatone se lo prende, eccome.
Se disobbedisce volutamente a una mia richiesta di cui conosce perfettamente il significato, il cazziatone se lo prende. Esattamente come se lo prenderebbe dai suoi “veri” genitori, quelli a quattro zampe: perché “rispettare” significa anche “farsi capire”, e per farsi capire bisogna agire, muoversi, avere una gestualità più comprensibile possibile.
Ciò che proprio detesto è la violenza inutile, non la punizione: che poi dipende tutta dall’indole del cane, dalla sua sensibilità, anche dalla sua razza: un’occhiataccia può bastare e avanzare per un cane ipersensibile, una sberla sul culo può essere vista come un gioco da quello di tempra durissima.
Dipende, appunto: ma quando ce vo’ ce vo’, perché è etologicamente corretto che il cane capisca i concetti di “hai fatto bene”, di “hai sbagliato” e di “mi stai prendendo per il naso ed io questo non lo accetto”.
Io a volte ringhio ai miei cani: cosa che con l’erre moscia mi riesce pure maluccio… però il gesto, l’intenzione la capiscono perfettamente.
Ecco, questo è uno dei miei personali modo di essere antispecista: se serve, provo a diventare un cane (o almeno qualcosa che vagamente gli somiglia).
Di solito, però, mi limito a comportarmi come una maestra: una figura che (spero) possa essere di riferimento e di fiducia proprio perché è diversa e perché la sa un po’ più lunga del cane.
In questi casi sono sicuramente specista e pure antropocentrica: ma non ci trovo niente di sbagliato, nell’esserlo.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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