di VALERIA ROSSI – Vi siete mai chiesti cosa decreti il successo o il flop di una razza canina?
Io sì, specialmente avendone allevata proprio una che ha vissuto entrambi i momenti nel giro di pochi anni. All’inizio degli anni ’90, quando ho cominciato ad allevare siberian husky, chi mi vedeva per strada con un cane mi chiedeva se era: a) un lupo (quelli grigi), b) una volpe/un volpino (quelli rossi), c) cieco (quelli con gli occhi azzurri); d) “un cane o cosa” (proprio così, testuale: una sciuramaria per strada mi seguì per un centinaio di metri con lo sguardo fisso su Mackinaw, il maschio copper che tenevo al guinzaglio. Quando cominciavo a chiedermi se fosse una possibile rapitrice di cani, o uno strano tipo di stalker, lei finalmente prese coraggio, mi toccò sulla spalla e mi chiese: “Scusi, ma… è un cane, o cosa?”).
Della mia prima cucciolata avevo già deciso di tenere le due femmine: per piazzare i due maschi impiegai circa tre mesi, mentre cominciavo a pensare “se andiamo avanti così, finisco sotto i ponti nel giro di un anno”.
Invece, nel giro di un anno o poco più, mi sarei potuta arricchire, se solo avessi deciso di tenere tante fattrici e di sfornare tanti cuccioli (cosa che mi guardai bene dal fare: posso essere tante cose, ma cagnara anche no): ricevevo da cinque a dieci telefonate al giorno di persone che volevano assolutamente un husky, disposte a spendere qualsiasi cifra.

siberian-husky6Così, di punto in bianco e senza motivo apparente (non c’erano stati film come nel caso dei dalmata e dei jack russell, né spot pubblicitari come quelli che hanno lanciato la moda del labrador e del border collie), la razza era diventata “di moda” e tutti ne volevano uno. Anche quelli che mai al mondo avrebbero dovuto prendersi un husky, perché erano totalmente inadatti a questo tipo di cane: ma se cercavo di spiegarglielo, mi guardavano come se fossi il mostro di lochness. Se rifiutavo di dar loro un cucciolo, andavano sparati a prenderlo da un’altra parte (forse riuscii a dissuaderne un paio, non credo molti di più).
Dalle 50 (scarse) iscrizioni annue all’ENCI si passò a 5000 nel giro di due-tre anni: un’escalation da paura.
Ma il boom durò poco: una decina d’anni scarsa.
Poi iniziò la discesa dalle stelle alle stalle. e dai 5000 cuccioli annui (contando solo quelli iscritti ai libri genealogici… perché poi c’era anche la massa di quelli senza pedigree: sulle razze di moda, i cagnari si fiondano come api sul miele) nel giro di pochi anni si passò a 500.
Gli allevatori che avevano cavalcato la moda sparirono, i cagnari si diressero su altre razze (tanto stava già nascendo la stella del labrador);  rimasero i “pochi ma buoni” che ancora oggi, per la maggior parte, allevano seriamente e il siberian husky diventò – come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio – un cane “per estimatori”.
Giusto e corretto che sia così, visto che è tutto meno che un “cane facile”.
Se però è abbastanza agevole capire i motivi dello “sboom” della razza (che si riducono proprio a questo: NON è un cane facile e NON può essere un cane per tutti), non sono mai riuscita a capire cos’abbia portato al boom.

husky_occhiForse furono gli occhi azzurri, che mai prima di allora si erano visti nei cani: ma a me gli occhi azzurri non sono mai piaciuti particolarmente, quindi non facevo il minimo sforzo per selezionarli (anzi!)… eppure non faticavo affatto a vendere i miei soggetti con gli occhi scuri.
Cosa sia successo esattamente, non lo so.
So che non sono stata affatto entusiasta che sia successo, perché se da un lato era infinitamente comodo avere una marea di clienti tra cui selezionare, dall’altro mi faceva male al cuore vedere husky che finivano nelle mani più sbagliate del mondo.
Husky da divano, husky sempre al guinzaglio perché altrimenti scappavano, husky che non avrebbero mai visto un bosco o un sentiero di montagna, per non parlar di una slitta.

huskycanileOvviamente vidi anche husky finire in canile: tanti, troppi. Qualcuno anche di razza purissima, a differenza di quanto accade normalmente (perché i presunti cani “di razza” che si trovano normalmente in canile, almeno nel novanta per cento dei casi, sono cani che somigliano vagamente a una razza, e a definirla tale è solo il buon cuore – e a volte la pura e semplice ignoranza – dei volontari).
All’inizio dello “sboom”, il mio maggior punto di orgoglio era quello di dichiarare che nessuno dei miei cuccioli aveva fatto quella fine (ero in costante contatto con tutti i proprietari, quindi non avevo dubbi in proposito): ma rendiamoci conto che questa non dovrebbe certo essere cosa di cui vantarsi. Che un cane di allevamento non finisca in canile dovrebbe essere semplicemente la norma!
Insomma, quella del siberian husky è stata, nell’insieme, una brutta storia.
Una storia triste, che tutti – o quasi – conoscono, perché tutti ne hanno visto l’ascesa e poi la caduta (bastava confrontare i numeri dei parchetti  per rendersene conto, anche senza essere grandi cinofili).

clcE oggi, che succede?
Ci sono altri segnali di allarme che potrebbero riguardare altre razze?
Purtroppo sì.
Tra i cani che stanno vivendo un incredibile “boom”, e che fanno pensare ad un possibile flop nei prossimi anni, ci sono sicuramente il Cane lupo cecoslovacco e  il Jack Russell terrier.
Il caso del CLC è abbastanza insolito, perché la sua grande ascesa sembra essere stranamente “territoriale”: ci sono regioni d’Italia in cui se ne vedono ad ogni angolo ed altre che non sembrano essere state toccate dalla moda. Non è neppure una questione di nord o sud: si va più a macchia di leopardo.
Nelle regioni in cui il boom c’è stato (e la mia è una di queste) si vedono già segnali molto preoccupanti: questi cani, che sono davvero fantastici quando finiscono nelle mani giuste, se gestiti alla speraindio possono diventare aggressivi. Ed essendo cani di taglia medio-grande, purtroppo, fanno danni seri. Per questo ci sono già fin troppi casi di proprietari masticati dai loro cani che se ne vogliono liberare al più presto (e spesso in modo decisamente drastico: il CLC sta scalando rapidamente la triste classifica dei cani più eutanasizzati), ci sono già lupi cecoslovacchi in canile e ho appena scoperto che c’è pure qualcuno che, per limitarne la diffidenza verso l’uomo ed aumentarne la docilità, ha visto bene di incrociarli con altre razze. Mi è arrivato da poco al campo un cucciolone preso – testuali parole del proprietario – “in un allevamento di CLC incrociati con i pastori tedeschi”. Dall’altra parte della medaglia ci sono invece gli allevatori che hanno pensato bene di rimetterci dentro il lupo (però pare che siano stati sgamati dalla Forestale).
In ogni caso, i segnali sono tutti da allarme rosso.

jackMi preoccupa un po’ meno il Jack Russell, per quanto anche lui sia tutt’altro che un cane “facile” (è un terrier, ed è detto tutto!) e abbia avuto a sua volta un’impennata incredibile di iscrizioni: in dieci anni si è passati da mille iscrizioni circa a cinquemila, e la tendenza sembra ancora in aumento.
Nel suo caso c’è stato dietro tutto il classico repertorio del cane di moda: film (soprattutto “The mask”, causa del fatto che millemila jack oggi si chiamino Milo) e spot pubblicitari a tutto spiano.
A suo vantaggio, però,  c’è il fatto che almeno il Jack è un cane piccolo. E i cani piccoli, per quanto si impegnino, grossi danni non ne riescono a fare: quindi si può sperare che non arrivino crolli improvvisi.
Ciononostante, i Jack cominciano ad apparire in canile. E sempre più spesso sento accorate lamentele da Sciuremarie col Jack da divano che distrugge casa (un po’ alla volta, essendo appunto piccolo: ma con grande determinazione e passione), o su quello rissoso con gli altri cani (ma va’? E’ un terrier, santiddio! Si è mai visto un terrier che non abbia voglia di litigare con gli altri maschi?).
Soprattutto si sente sempre più spesso la frase fatidica: “Gli voglio un mondo di bene, ma dopo questo… mai più!”.
chien Labrador retrieverA dire il vero la stessa frase la sento spesso ripetere anche dai proprietari di Labrador… ma nonostante questo le iscrizioni sono in costante crescita ormai da una decina d’anni e non accennano a diminuire (sono state più di ottomila nel 2013, secondo le statistiche ENCI).
Perché? Perchè la fama di “cane buono” (e soprattutto “buono con i bambini”) ha la meglio su tutti i possibili effetti collaterali e fa dimenticare anche le cose basilari: prima fra tutte, il fatto che il labrador sia un cane da caccia, uno sportivo attivissimo che dovrebbe passare la vita tra boschi, fiumi e laghi (perché è specializzato nel riporto in acqua).
Quindi, se è vero che la moda non sembra voler finire, è altrettanto vero che la gente continua a comprare Labrador perché il Labrador – che è davvero buono – anche se fa una vita di merda non si lamenta in nessuno dei possibili modi canini (distruggere casa, fuggire, diventare aggressivo eccetera). Così il mondo continua a riempirsi di cani che fanno una vita “incompatibile con le loro caratteristiche etologiche“, proprio come recita la legge contro i maltrattamenti: ma nessuno dei loro proprietari se ne rende conto, perché credono di tenere benissimo i loro cani (solita frase storica: “lo tratto come un figlio!”)… e se qualcuno gli fa notare che in realtà questi cani stanno vivendo una vita infame, sono disposti ad uccidere.

weimaraner5Altra razza a rischio (rischio molto simile a quello del Labrador: ovvero, cane da caccia che diventa appetibile agli occhi delle Sciuremarie): il Weimaraner. Colpa di “segugio.it”, di Maria De Filippi o di entrambi?
“Segugio.it” una colpa ce l’ha sicuramente: quella di chiamarsi “segugio” e di aver scelto come testimonial un bracco.
E’ un po’ come se io domani decidessi di aprire un colorificio, lo chiamassi “Azzurro” e dipingessi tutte le pareti in rosso fuoco: a qualcuno il dubbio che io fossi daltonica verrebbe, o no?
Invece a questi nessuno dice niente: forse perchè nessuno sa che il Weimaraner non è un segugio (cultura cinofila, saltami addosso).

il-bassethound2E a proposito di segugi, sapete invece chi lo è davvero, ma sta vivendo un momento di calo brutto-brutto-brutto di cui ben pochi si rendono conto, visto che il suo momento di boom è stato negli anni ’50 e dopo di allora è rimasto piuttosto fermo su numeri medio-bassi?
Il bassethound.
Che potrebbe essere il cane ideale per centinaia, se non migliaia di famiglie (è a pelo raso, non è un abbaione ed uno dei pochi cani che davvero sa essere “double face”: attivissimo quando è il caso, tranquillissimo in famiglia). Invece sta cadendo nel dimenticatoio.
O meglio, gli sta succedendo una cosa ancora più grave del normale “sboom”: perché i suoi numeri rimangono più o meno gli stessi (dalle 4 alle 500 nuove iscrizioni annue), ma cambia la qualità dell’offerta (e scusate il brutto termine commerciale, ma qui di vendite si parla e non trovo sinonimi adeguati).
Ormai questa razza è più “svenduta” che venduta, tant’è che avendo un paio di amiche che allevano molto seriamente sento da entrambe la stessa lamentela: “Quando dici che un cucciolo costa mille euro, ti ridono in faccia perché altri allevatori con affisso li cedono a metà prezzo”.

razze_mucchioLa stessa cosa sta succedendo in parecchie altre razze, ovviamente: il basset è solo un esempio, ma se ne potrebbero fare a decine.
Il fatto è che quando un certo tipo di cane comincia a “non piacere più” al grande pubblico, gli allevatori si trovano di fronte a un tragico bivio: o chiudono bottega, o buttano giù i prezzi. Purtroppo “buttare giù i prezzi”, in allevamento, non è possibile senza abbassare appunto la qualità (abbiamo cercato di spiegarlo in questo articolo).  Ci sono poi varie sfumature, sia chiaro: si può comprare un mangime di qualità inferiore, non fare più controlli sanitari, insomma scivolare verso il cagnaresimo bello e buono… oppure ci si può limitare a fare un po’ meno strada per prendere la monta “giusta”, o a fare qualche esposizione  in meno; ma si tratta sempre di compromessi (obbligati, se si vuole vendere a meno) che alla lunga incidono sul livello della razza. E intanto chi alleva davvero con tutti i crismi, e ad abbassare la qualità non ci pensa neanche di striscio, finisce per alzare bandiera bianca perché i cuccioli gli restano tutti sul groppone, al grido di “masonotroppo cariiiii!”. Così continuano a sopravvivere i cagnari e gli allevatori, chiamiamoli così,  “semi-seri“, mentre quelli davvero bravi, competenti ed appassionati fino all’osso finiscono per scomparire.
Bello, no?
Infine ci sono – inutile dirlo – le razze che i media stanno tentando di uccidere: pit bull, rottweiler, dogo argentino
eccetera. A forza di identificarli come “cani killer”, kani kattivissimi eccetera eccetera, va a finire che le famiglie normali si spaventano e non li acquistano più. Ma stanno davvero scomparendo, queste razze? Neanche per idea: si stanno invece diffondendo a macchia d’olio tra truzzi, tamarri & affini, ovvero proprio tra coloro che cercano il kanekattivissimo per sembrare più kattivi loro. E siccome i cani seguono le direttive dei loro umani, alcuni di essi (non tutti: molti cani sono estremamente più intelligenti di chi li possiede) diventano davvero un po’ stronzi… alimentando così le leggende metropolitane. Perché, si sa… mille rottweiler che vivono felicemente in famiglia ogni giorno non fanno notizia, ma il singolo cane che (una volta ogni morte di papa) morde qualcuno finisce in prima pagina.
Un altro bell’esempio (è il caso di dirlo) di cane che si morde la coda.

Ma cosa si potrebbe fare, per evitare questi fenomeni di moda-smoda e tutto ciò che di negativo ne consegue?
La risposta è sempre la stessa: occorrerebbe più cultura. Storia vecchia, vecchissima, vecchierrima, che ripetiamo da secoli e che non porta da nessuna parte, perché intanto chi avrebbe la possibilità di diffonderla davvero (TV, scuole eccetera) da questo orecchio non ci sente.
E allora chi caspita la potrà diffondere, questa cultura?
Tanto per cominciare, il compito spetterebbe all’ENCI e ancora di più ai Club (sempre impegnatissimi a decidere chi dovrà giudicare la prossima Speciale, anziché a cercare di capire dove sta andando a finire la propria razza): ma bisogna anche avere l’onestà di capire che Kennel club e Società specializzate non arriveranno mai allle vere e proprie masse, perché il loro pubblico è quello dei “gia cinofili”. Anche a questi ultimi c’è ancora molto da dire e da spiegare, questo è certo: ma l'”italiano medio”, quello che dovrebbe partire proprio dall’ABC perché non ha alcuna nozione di cinofilia, avrebbe bisogno di fonti più facili da raggiungere. E allora io provo a lanciare una sfida, probabilmente un po’ pazza, ma… chissà: chiedo agli animalisti, ai volontari, a chi gestisce canili, rifugi e gruppi su Facebook, di cambiare leggermente l’impostazione dei loro messaggi.
Non pretendo che smettano di dire “Il cane non si compra, si adotta”: non lo farebbero mai, e poi sinceramente a me non dispiace affatto che qualcuno prenda il messaggio per buono e che vada in canile, perché i canili devono essere svuotati.
No, la mia sfida è molto più semplice di così: a me basterebbe che il messaggio rimanesse identico (“non comprate, adottate!”), ma con una postilla. E cioè: “Non comprate, adottate! Svuotate i canili, salvate delle vite… MA… se proprio preferite il cucciolo di razza, almeno non alimentate il cagnaresimo e aiutate i veri Allevatori con la A maiuscola. Quelli che i loro cani li amano, che sono mossi da vera passione, che se chiedono cifre che possono sembrare elevate è solo perché, per allevare bene, spendono cifre molto elevate. Se proprio non volete venire in canile, andate da un Allevatore serio, competente e appassionato, evitando come la peste negozi, fiere del cucciolo, annunci su Internet, importatori e così via”.
Sono poche righe in più, e non “al posto di”, che potrebbero davvero cambiare il mondo.
Se invece si continueranno a mettere sullo stesso piano Allevatori e cagnari, indicandoli tutti come biechi sfruttatori di vite… allora i cagnari continueranno a prosperare (alla faccia dei cani chiusi in canile) e l’allevamento serio rischierà di svanire nel nulla, con conseguenze molto più drammatiche di quanto forse riusciamo ad immaginare.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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