domenica , 19 novembre 2017
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Canità, il tuo nome è donna!

jean-honor-fragonarddi MARCO CARUCCI – Dunque, la cinofilia è femmina.
Oramai è assodato che a parlare di cani, a scrivere di cani, a frequentare campi di educazione/addestramento cani, spesso a gestire gli stessi campi, a fare volontariato nei canili, a seguire i corsi cinotecnici, a insultare un poveraccio che porta al guinzaglio un cane “ma è matto a tirarlo in quel modo?”, sono pressoché solo donne. Di tutte le età, professioni, forme e colori (di capelli, mica voglio fare del sottile razzismo) ma sempre, costantemente, inequivocabilmente ed imprescindibilmente donne.
E io allora?
Non che ci sia qualcosa di male nell’avere trasformato in un gineceo il mondo della cinofilia, però quei pochissimi di sesso opposto, come il sottoscritto, che si trovano a frequentarlo provano una sorta di “solitudine da numeri primi”, divisi come sono dalla quasi totalità di tale mondo dall’invalicabile ostacolo costituito dall’essere maschi.
Certo, c’è pur sempre – rara avis – Claudio Cazzaniga, ma si tratta di una persona troppo addetta ai lavori, uno specialista impegnato nelle prove dei campionati mondiali, distante anni luce da un comune mortale come me, uno che, dovessi contattarlo, forse mi offrirebbe magnanimemente la sua solidarietà di genere sbattendomi a nuotare nelle gelide acque di un lago delle Alpi francesi per allenare al riporto Batistuta (il suo cane fuoriclasse che miete successi sui campi di gara di tutto il mondo. Un labrador. Femmina. Appunto).
Il resto è donna: giusta punizione per gli appartenenti al sesso che per secoli ha dominato l’altro, quasi una sorta di legge del contrappasso, dirà qualcuna non senza ragione ma, porca miseria, posso esprimere
l’abbandonato scoramento che mi coglie quando entro al parchetto e vengo squadrato da una mezza dozzina di signore come un essere il cui (minimo) valore sociale è dato solo dall’avere una moglie che lo ha spedito a portare fuori i cani?
Mica che mi trattino male, per carità, in fondo riconoscono anche a me lo status di “animale senziente e sensibile”, arrivano persino a parlarmi (talvolta anche a lasciarmi parlare) però un qual certo senso di sufficienza e di malcelata superiorità si avverte.
Perché qui, care amiche, casca l’asino (che è un equide, c’entra nulla coi cani e si tratta solo di un modo di dire): infatti, il mondo-donna parte dall’assioma secondo cui solo un essere umano di sesso femminile può e sa “amare un cane”.

bottero donn cane 3E non ci si riferisce a quel personaggio che Valeria Rossi rappresenta come “la Sciuramaria” (oramai una sorta di Teresa dei Legnanesi, nel mondo cinofilo), non si intende l’amore grottesco o di maniera, da commedia dell’arte quando non da avanspettacolo, no: ho capito che ogni donna (quanto meno della società occidentale moderna) intimamente, talora inconsciamente, giudica il proprio compagno, fidanzato, marito, insomma il maschio in senso lato totalmente inetto alla gestione del cane, laddove per gestione si intende assai di più dell’ordinaria manutenzione quotidiana (per la raccolta cacche siamo ritenuti degni), bensì l’affidamento emozionale, la cura dei sentimenti, la sensibilità emotiva del e nel rapporto con il peloso (a quattro zampe, non il compagno irsuto).
L’altro versante, quello cinofobo, anch’esso ha fattezze muliebri: più ancora di quello cinofilo, forse, se si
considera che noi maschi, in fondo, siamo dei bonaccioni: basta che Fido non urini sugli pneumatici della nostra macchina e per il resto ci va tutto bene o quasi. Mai visto un uomo dare in escandescenze per qualche filo di bava sul cappotto o per alcune decine di peli sparsi sulla manica di una giacca: che sarà mai? basta consegnare l’indumento alla cura della moglie e il problema è risolto senza cadere in isterismi.
Le cinofobe, invece, costituiscono un fronte ben più compatto ed omogeneo dell’altro: stessa varietà di forme e colori (sempre di capelli), età rigorosamente post-menopausale con cronica ed ormai inveterata
attitudine allo splendore dei pavimenti ed all’ordine immoto di soprammobili, centrini, tende e tappeti nonché alla completa integrità e lucore del mobilio per cui il cane è un untore laido ed il padrone un essere altrettanto abominevole, palesemente reo di favoreggiamento degli atti indecenti della bestiola. Io, poi, ho l’aggravante della professione che viene usata, a mo’ di ritorsione, come argomento di ulteriore implicito disprezzo: “io non so come fa lei, che è un medico e dovrebbe conoscere l’igiene, a tenersi tre cani in casa”.
Quello che le donne non dicono, al contrario di quanto cantava Fiorella Mannoia, invece lo dicono benissimo e, nel mondo-cane e in quanto gira intorno ad esso, lo dicono soltanto loro.
Noi maschi, in questo ambiente, siamo pochi, ormai quasi una specie in via di estinzione: “rari nantes in
foeminino gurgite vasto”, parafrasando Virgilio.
Insomma, io mi sento solo come un cane.

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