martedì , 21 novembre 2017
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Quasisuoceri quasicinofili

PREMESSA: Pubblichiamo questa email (con il consenso dell’autore), ma non il suo nome: dubitiamo fortemente – visti i contenuti – che i quasisuoceri in oggetto leggeranno “Ti presento il cane”, ma siccome non si sa mai, evitiamo di distruggere un quasimatrimonio prima che diventi matrimonio e andiamo sull’anonimo. Però pubblichiamo, giusto per farci un’idea di quella che è la cultura cinofila media (perché questa non è l’eccezione: questo è un esempio assolutamente normale di famiglia italiana canimunita).

Qualche sera fa, dopo continui inviti completamente ignorati, con mesta rassegnazione vado a cena dai miei Quasisuoceri. Oltre agli abitanti umani della casa più il Mezzocognato, ci sono: il Setter irlandese, il misto Yorkshire, il Piccolo levriero italiano.
Dopo qualche chiacchiera subito capisco che la famiglia è si cinofila, ma non cinoesperta.
Il vecchio setter che ci scruta in un angolo della stanza ha quasi  10 anni, è arrivato a pesare quasi  100 kg (!) non ha mai corso, in un campo o in un qualsiasi altro posto, escluso in terrazzino e il micro giardino della villetta.
I motivi? Svariati: non si ha tempo, la cacca la fa in giardino quindi inutile uscire in passeggiata, lui vuole stare sul divano.
Apprendo che il cane è stato un dono di uno zio che invaghitosi dell’ estetica della razza non ha tenuto conto di altri fattori ben più importanti. Scopro anche che in giovanissima età il cane ha rischiato grosso, la sua indole  irruenta l’ ha quasi fatto spedire da un ‘parente cacciatore’ perché  dopo aver frequentato un campo di addestramento i risultati stentavano a farsi vedere.
A questo punto mi armo di coraggio (ho fatto un corso di etologia animale all’università, leggo ogni giorno TPIC e adoro i cani; qualche parola me la posso permettere) e cerco di spiegare con umiltà che forse il cane avrebbe avuto bisogno di fare qualcosa che lo appagasse di più e fosse inerente con le sue motivazioni e vocazioni, la vita da pupazzo poco gli si addice.
La risposta da parte dei commensali non mi lascia per niente stupito: “Mah, forse”.
Perchénonstomaizittoio?
Dopo qualche risatina e qualche coccola per mandar via il levrierino che salta sul tavolo (ho preferito non contestare i discutibili metodi adottati) tutti mi dicono stupiti quanto questo cane abbia desiderio di stare con loro sul divano, in poltrona, in bagno e in qualsiasi altro posto stiano loro.
“E’ la norma per un PLI”  dico. “No – mi rispondono loro – lui è proprio speciale” (stendiamo un velo pietoso).
A conferma che anche questo animale sia stato scelto per il suo aspetto è la padrona di casa che mi dice che ha visto un percorso di agility poco lontano da casa e vorrebbe provarlo col cane in questione. Mi si attorcigliano le budella.
Il terzo cane di casa è venuto dall’est: femmina, acquistata come yorkshire, si è poi rivelata una meticcia paurosissima. Ha paura dell’auto, dei tuoni, del vento, di uscire al guinzaglio.
La famiglia è ovviamente troppo impegnata per cercare di desensibilizzare il cane, non sa neppure che significhi questa oscura parola.
Arriva inevitabile poi a metà cena la fatidica domanda: “Tu hai un cane?”
Rispondo di no, che studio tutto il giorno e che non avrei tempo per accudirlo e per uscire. Non mi piacerebbe tenerlo chiuso in casa – facce inorridite da parte di tutti –  perché il cane ha bisogno di movimento eccetera…
Sento una voce a questo punto da un lato della tavola, il Mezzocognato parla (non ha grande capacità di esprimere pensieri complessi). Dice che un cane, secondo lui, rimane tale qualsiasi sia la sua vita, come un uomo che resta uomo anche se vive per strada.
Faccio un respiro, sorrido, dimentico tutto quello che so sulle razze, sui caratteri.
Svuoto la mente da ogni pensiero collegato a qualsiasi cane, anche di peluche.
Prendo la forchetta e inizio a mangiare il mio pezzo di gateau di patate.
“Buono – penso – almeno di gatto se ne intendono”.

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