sabato , 18 novembre 2017
Ultime novità
Home >> Varie >> Storie vere >> Sapete che c’è? Arrangiatevi!

Segui "Ti presento il cane"

Non vuoi perderti nemmeno un articolo di "Ti presento il cane" ? Allora utilizza uno nei nostri servizi di notifica!
  • Notifica via Facebook
  • Newsletter
  • Notifica via email
Il nuovo sistema di notifica. Cliccando sul pulsante potrai autorizzare l'applicazione e riceverai le notifiche di nuovi articoli direttamente su Facebook!


Sapete che c’è? Arrangiatevi!

di ANDREA FAGNONI – Ovvero come (non) arrendersi di fronte all’ignoranza.
Scena 1: prati, montagna, boschi… insomma, casa. Benni e Pistache si fanno i fattacci loro come ogni mattina, scorrazzando tranquilli. A un certo punto qualcosa attira l’attenzione di Pistache (solo la sua, niente infatti può distrarre Benni dagli odori dei suoi pascoli e dei suoi boschi). Mi volto e vedo una macchia bianca salire di corsa dal fondo del paese di corsa verso di noi, inseguita da un’altra macchia, rossa, urlante.
Realizzo che la macchia bianca è un cane meticcio di taglia media e la rossa qualcosa che sembra una donna (rossa è la giacca a vento, qualora non si fosse capito).
Riesco anche a decifrare più o meno distintamente i suoni emessi dalla macchia rossa inseguente:  “Tobiiiiiiaaaaaaaaaaaa vieni quiiiiiii! Amooooreeeeeee vieeeeeeniiiiiii che mamma ti dà la caramellaaaaaaaa!”.
Pistache, che deve aver intuito qualcosa, mi guarda con disappunto come volesse dirmi “hey, perché tu non mi dai la caramellllllaaaaaaa???”.

pistache (2)Ovviamente il buon Tobia sembra preferire una corsa libera nei prati e la prospettiva di conoscere Pistache (Benni fortunatamente si fa i fatti suoi naso a terra), piuttosto che cedere alle tentazioni della gola o tornare tra le braccia della rossa.
Fatto sta che in un baleno Tobia e Pistache iniziano a conoscersi e a giocare.
Io lascio fare in attesa che la giacca rossa arrivi, ansimante e provata, fino a dove sono io.
“E’ bravissimo sa? – esordisce col fiatone – non fa niente, non si preoccupi!” (Banf Banf Banf)
Dove possa aver scorto un bagliore di preoccupazione in me non è dato sapere, ma non è rilevante.
“E’ bravissimo (e due), ubbidisce sempre, solo non torna quando lo chiamo, è un testone!”.
E sticazzi, penso.
Meno male che è ubbidiente, se non lo fosse cosa farebbe? Al richiamo urlante con prospettiva di caramella si volterebbe verso la padrona per fare il gesto dell’ombrello con le zampe?
Con la socialità che distingue un buon montanaro (seconda solo a quella del Grizzly delle Rocky Mountains), sorrido alla giacca a vento rossa ansimante e richiamo Pistache, che interrompe il gioco per venire da me, per consentire alla sciura di mettere il guinzaglio al buon Tobia, non senza una liturgia di squittii vari, come “amoooore vieni da mammaaaa bravoooo amoooooreeee quiiiiiii dài che andiamo dalla ziaaaaa (sigh)”.
Saluto e riprendo la strada con i miei cani, mentre il povero Tobia viene trascinato a forza verso il paese, voltandosi verso di me con uno sguardo che dice “ti prego, uomo con barba, salvami da questi matti!”.
Il pomeriggio dello stesso giorno passeggio per i prati bassi con i miei cani al guinzaglio, quando vedo schizzare a una ventina di metri da me il buon Tobia, ovviamente inseguito a distanza da una giacca nera (nel frattempo si era cambiata) che lo rincorre prospettando minacce inquietanti: “Tobiiiiiiiaaaaaaa vieniiiii quiiiii amooooooreeeee se no mamma va a casaaaaaa e ti lasciaaaaa quiiiiiiii tesooooooroo!”.
Tralasciando il fatto che quello che nelle intenzioni della sciura era una minaccia, rappresentava invece per Tobia una speranza, mi avvicino alla giacca ex-rossa ansimante (che a questo punto immagino avrà fatto più chilometri a inseguire il cane di quanti ne avrà fatti Bartali al Tour) e sommessamente, con rispetto, mi permetto di dirle: “Signora, mi scusi, ma dubito che rincorrere il cane urlando sia il modo migliore per insegnargli a tornare….”.
A questo punto la sciura cambia espressione, guardandomi negli occhi con sguardo di sfida.
Cercando di mantenere la calma e il sorriso di circostanza cerco di spiegarle che forse, senza pretese di insegnarle come fare, così a titolo di suggerimento, io piuttosto proverei a farmi aiutare da qualcuno per educare Tobia al richiamo, per la sicurezza di tutti e in primis di Tobia stesso, e che sarebbe meglio provare ad andare in direzione opposta e non rincorrere il cane, che altrimenti tenderà sempre a scappare.

benni 2Provo anche a dirle che piuttosto che chiamarlo ininterrottamente a gran voce sarebbe meglio insegnare al cane a rispondere ad un unico comando, che va dato con parsimonia,  e premiare il cane con un rinforzo positivo (cioè, a lei ho detto con un premietto: affrontare il tema del rinforzo mi sembrava complicato in quel momento) una volta tornato.
Travolto da un inconsueto spirito di collaborazione mi offro io stesso di aiutarla, approfittando del suo soggiorno vacanziero. Gratis et amore Dei. Quando vuole lei, senza problemi (e non era nemmeno una gran gnocca, sia chiaro).
Lo sguardo passa dalla sfida al disprezzo e supponenza.
“Tobia è bravissimo, educatissimo e ubbidientissimo – (in questi casi l’uso del superlativo assoluto si spreca) – non ha bisogno di lezioni” sentenzia mentre Tobia appare ora solamente come un minuscolo puntino sulla linea dell’orizzonte.
Decido di non insistere oltre, rispondo sorridendo “come preferisce signora, nel frattempo, che ne dice se libero Pistache così magari va a cercare Tobia e lei riesce a tornare a casa prima del buio e senza che la venga a cercare il soccorso alpino in elicottero?”.
Forse piccata dal mio sarcasmo, la sciura non risponde e ricomincia la liturgia: “Tobiaaaaaa amooooooreeeee…”.
Eh, niente. Non ce la faccio ad assistere alla scena, libero Pistache che parte a razzo per tornare qualche minuto dopo con il buon Tobia festoso e giocante.
Chiedendo scusa al cane lo riaffido alle sapienti cure della giacca nera e riprendo la mia strada sconsolato.

la custodeScena 2: sono in paese in piazza, con amici. Sei persone, quattro cani, di cui due miei. Si chiacchera tranquillamente, quasi ora dell’aperitivo. Ad un certo punto vediamo arrivare un gruppo di una decina persone guidate da un paio di bambine, una delle quali tiene al guinzaglio un cucciolo di Labrador che nemmeno quelli della carta igienica Scottex. Avrà avuto due mesi e mezzo sì e no, collarino rosa d’ordinanza, faccia cucciolosa e zampotte alla scoperta del mondo.
Pistache, al guinzaglio, sempre incuriosita da qualunque possibile nuova conoscenza, fa un passo verso il batuffolo trotterellante (mentre intorno si alzano i cori di rito da parte di tutti i turisti presenti “ohhh che amoreeeeeeee, cuccioloooooo, tesorooooo”) e, con una grazia infinita, si mette a terra e si avvicina delicatamente al cucciolo che voleva conoscerla, andando a sfiorare con il suo nasone il suo musetto, sotto lo sguardo sereno e sorridente della bambina che lo teneva al guinzaglio.
A quel punto un urlo atavico, femminile e belluino si alza dalla coda del gruppo: “Attenta!!! Prendilo in braccio!!!  Tiralo via!!!”.
La bambina, spaventata, si getta sul cucciolo (spaventandolo a morte, ndr) che stava conoscendo Pistache e se lo porta in braccio, mentre la donna (deduco la genitrice) la raggiunge.
A quel punto, senza nemmeno il sorriso d’ordinanza, ma senza mordere, dico: “Guardi, non lo prenda in braccio, lo lasci giù, il cane ha bisogno di conoscere, deve socializzare. Pistache è tranquilla, si stavano annusando, e poi ci sono io a controllare che fosse tutto a posto. Se prende il cane in braccio gli manda un messaggio sbagliato, che deve aver paura degli altri cani e di tutto quello che ci sta attorno,  e questo non va bene. Senza contare che è anche rischioso per la bambina, dato che Pistache potrebbe saltarle addosso solo per continuare ad annusare il piccolino…” (la scena di un Beauceron di 35 chili, che in piedi arriva a mettermi il muso all’altezza della mia faccia, che mette le zampe addosso a una bimba che ne sarà pesati 25 bagnata e alta un metro e un soldo ve la lascio immaginare).
La bambina (evidentemente l’unica con un minimo di buon senso cinofilo lì in mezzo) fa per rimettere il cucciolo a terra (metti a terra ‘sto cazzo di cane!), ma viene bloccata dalla genitrice con un perentorio “Ferma! Non vedi che ha paura del cane grosso? Portalo via!”.
Non so perché ma ho come la sensazione che la mia teoria sulla socializzazione non abbia attecchito.
La bimba esegue, il cane tra le braccia e si allontana.
Mentre Pistache, delusa, mi guarda come dire: “Ma io volevo solo conoscerla, mica gli facevo niente!”.
Eh, lo so tesoro. Porta pazienza. Vai da Benni, va.

benniScena 3: parcheggio come sempre vicino alla chiesa, faccio scendere i cani dalla macchina e gli metto il guinzaglio.
Si avvicina dal fondo della strada un signore baffuto e sorridente con un cane di quella che una volta era una razza conosciuta come Pastore Tedesco e che adesso si è trasformata in una triste parodia di se stessa: cane dal culo basso, displasia rampante e sguardo rassegnato (ah, poveri cani, come li abbiamo ridotti! Per fortuna qualcuno inizia a rendersene conto… torniamo alle linee da lavoro, per favore!).
Non ci sarebbe nulla di male (al di là di aver permesso alla selezione di rovinare una razza, ma questo è un altro tema), se non fosse che il baffo sorridente procede letteralmente “strangolando” il cane ogni due passi, dando continui strattoni al guinzaglio e al collare a scorrimento di cui il cane è munito.
Una volta raggiunti Benni e Pistache (in questo caso, essendo il cane femmina, anche Benni decide di degnarla di uno sguardo) tra una strattonata e una soffocata, il signore inizia a chiacchierare amabilmente (chiacchierare… oddio… diciamo che lui parlava e io facevo finta di ascoltare), mentre i cani si annusano tranquilli (Benni, avendo già dedicato troppo tempo al resto del mondo canino, ritorna a farsi i fattacci suoi).
Al commento “lei è brava, ha quattro anni, solo tira al guinzaglio”, mi sento in dovere di dire: “scusi se mi permetto, ma l’ho vista arrivare. Il collare a scorrimento è uno strumento di lavoro, e come tale va saputo utilizzare, altrimenti non serve a nulla se non a impiccare il cane, come le ho visto fare”.
APRO UNA PARENTESI: giusto per prevenire strali da gentilisti fanatici o tradizionalisti incalliti, chiarisco che non ho di per sé nulla contro il collare a scorrimento , né contro collari fissi, né contro pettorine, né contro qualunque altro strumento di lavoro o di educazione, nel momento in cui questi st vengano utilizzati in modo competente, consapevole, e nel rispetto del cane, da persone che sanno quello che fanno. Per me il collare a scorrimento non è uno strumento di tortura in sé, tutt’altro, ma certamente se usato in modo sbagliato da persone incompetenti, può fare danni. CHIUSA PARENTESI.
Mi permetto quindi di suggerire al baffo di andare da qualcuno che gli insegni a usare bene questo tipo di collare, perché possa usarlo per “correggere” il cane senza però fargli del male o “strozzarlo” ottenendo, di fatto, l’effetto opposto (ovvero, il cane tira ancora di più…), che ci sono tecniche e “regole” di utilizzo di questo strumento, il cui uso improprio può essere dannoso.
Baffo mi guarda, sorride (almeno è gentile, lo riconosco), mi dice che lui da un addestratore ci è andato quattro volte (quattro, avete letto bene) quando il cane era cucciolo, che gli hanno insegnato a fare così e che l’aveva anche addestrata ad attaccare (parole testuali, sigh), e che le dava i comandi in tedesco (meno male che non hai preso un Akita, ho pensato, altrimenti col giapponese erano cazzi).
Non oso chiedere da quale cagnaro o macellaio avesse portato il cane, mi permetto, però, di ripetere che secondo me, a naso, forse servirebbe qualche ripasso, magari con un “addestratore” diverso.
Dando uno strattone al povero cane Baffo dice che non serve e che non ha tempo, e si allontana mentre la sua cagnolona tossisce come un minatore di carbone in pensione…

brothers in snowScena 4: sono in vacanza per le stradine affollate di un paesino in Piemonte con mercatino annesso (adoriamo i mercatini, che ci posso fare??). Io, mia moglie, Benni e Pistache al guinzaglio.
Facendoci largo tra la folla non ci accorgiamo di un bambino-ninja che all’improvviso sbuca da non so dove per fiondarsi a peso morto su Pistache abbracciandola e ovviamente terrorizzandola.
Dopo che per due secondi mi si è fermato il sangue nelle vene per la paura che Pistache portasse via in un solo colpo braccia e viso della creatura (te possino….), ritorno in me, tolgo il puero dal mio cane dicendogli secco “non si fa così, devi prima chiedere il permesso, non si toccano i cani in questo modo!”. Non faccio in tempo a finire la frase che vengo aggredito dalla mamma del ninja.
“Ma cosa fa? Come si permette?? Voleva solo accarezzare il cane! E’ un bambino, lo fa sempre! Si vergogni!” stringendo tra le braccia il bimbo che si protendeva ancora verso Pistache e Benni come gli zombie di The Walking Dead si getterebbero su un agnellino indifeso.
Non sapendo se prendere a sberle prima la madre e poi il bimbo o viceversa (anche se la tentazione di riservare entrambi gli sganassoni alla madre era forte), decido che è inutile cercare di spiegare che non è proprio salutare insegnare al piccolo zombie a gettarsi a capofitto sulla testa di ogni essere peloso dotato di quattro zampe, perché non è sempre detto che incontri Pistache o Benni… e poi però quando succede sono cazzi acidi per tutti.
Semplicemente, con calma e serenità, guardo la madre imbufalita per l’affronto subito dalla sua progenie, e la congedo allontanandomi con un secco “ma vaffanculo”.

Ecco, di scene e situazioni più o meno simili ne potrei raccontare parecchie (come l’albergatore che mi chiese un consiglio su quale cane prendere da tenere libero e incustodito fuori dall’albergo, tra l’altro in montagna, quindi pieno di animali, turisti, cani, bambini, che gironzolano attorno, che quando gli dissi che “no, secondo me un maschio di Cane Lupo Cecoslovacco non mi sembra proprio la razza più adatta” sentenziò che di cani non ne capisco nulla): così come credo possa fare qualunque cinofilo più o meno esperto che frequenta per scelta o costrizione la media dei proprietari di cani.
Però io mi sono rotto le palle. E scusate il francesismo.
Mi sono rotto le palle di cercare di aiutare, dare consigli, spiegare, raccontare, per provare a far star meglio, per quanto possibile, cani e padroni. Per fare. nel mio piccolo piccolissimo, un po’ di educazione cinofila.
Mi sono rotto le palle di passare per fanatico, matto, rompicoglioni, impiccione, maleducato, insensibile e chi più ne ha più ne metta. Mi sono rotto le palle di lottare contro i mulini a vento.
E allora sapete che c’è? Arrangiatevi.
Il problema è che però poi non ce la faccio. Alla fine ci ricasco sempre.
Per i cani, mica per i padroni.

 

Nelle foto: Benni e Pistache

Potrebbe interessarti anche...



Aggiungi ai tuoi preferiti

Vuoi aggiungere questo articolo ai tuoi preferiti?

Per poter utilizzare questa funzione devi essere registrato e aver eseguito il login


Libri consigliati (da Amazon.it)



Commenti all'articolo








×

Notifiche via Facebook

Ricevi una notifica direttamente su Facebook quando viene inserito un nuovo articolo: potrai rimanere costantemente aggiornato sui nostri contenuti direttamente dal social network!

Authorize

Condividi con un amico