di VALERIA ROSSI – Ieri, su Facebook, una mia cara amica ha linkato un mio articolo del 2013 in cui le dedicavo qualche parola dopo la morte del suo cane. Tra le altre cose, in quell’articolo, scrivevo: “So che ci si incazza col mondo, col cielo, con Dio (che ci si creda o no, poco cambia: ci si incazza lo stesso) perché non è giusto, perché con tutte le carogne umane che ci sono al mondo, e di cui il mondo potrebbe benissimo fare a meno, non è giusto che se ne debba andare – e così presto, poi – proprio un concentrato di tutti gli aggettivi che identificano il cane in quanto cane: buono, dolce, fedele, leale… e chi più ne ha più ne metta”.
Tra i commenti apparsi ieri, c’è quello di un signore che ha trovato queste parole esagerate. E ha commentato, testualmente, così: “Insomma va bene voler bene ad un CANE, ma da qui a scrivere che di fatto si sarebbe preferita la dipartita di qualche umano. Insomma è inquietante“.
E’ proprio vero che siamo tutti diversi (molto diversi, a volte): io ho trovato decisamente molto più inquietanti le giustificazioni che questa persona ha dato successivamente ai suoi interlocutori che invece appoggiavano le mie parole. E cioè:

Certamente esistono persone malvagie ma paragonare un CANE alle persone insomma. Vero che se lo scopo è colpire lo fa, l’importante è capire con un minimo di buon senso le priorità.
I cani come altri animali sono appunto tali e con rispetto si intende, ma come tali bisogna considerarli. Basta prendere un aereo per 10 ore di volo e cambiano le prospettive: i cani diventano cibo e le mucche sacre.
Sono profondamente convinto nei diritti degli animali (tanto che non me ne nutro da 12 anni) ma li rispetto come animali. Per esempio il sacrosanto diritto di non avere cani in spiaggia o in parchi (se non strettamente sempre al guinzaglio) per me è sacro. O ancora al ristorante. Non devono entrare in sala gli animali, così come il fumo, l’odore da fastidi. Fortunatamente nessun ristorante a dovere ammette cani. Sarei anche favorevole a sale separate in presenza di bambini piccoli. La libertà di ciascuno si ferma dove lede quella altrui”.

E’ interessante notare come questa persona che non si nutre di animali sia poi mille volte più specista di molti onnivori. Niente cani in spiaggia, niente cani nei parchi (!!! Cioè, niente cani negli ambienti che sarebbero l’habitat naturale degli animali, se noi umani non glieli avessimo usurpati? Uno strano concetto di “rispetto”!), niente cani al ristorante perché l’odore dà fastidio (ma che cani frequenta? Anzi, che persone incapaci di tenere pulito il proprio cane frequenta?).
Non intendo comunque mettermi a contestare le opinioni di questa persona,  perchè ognuno è libero di avere le sue. Quello che mi interessa è chiarire il concetto di “paragonare una persona a un cane”.
Lo ritengo eticamente accettabile?
Ma proprio SI, tutto maiuscolo e grassetto!
Sarebbe facile, per me, dire che il concetto espresso nel mio articolo era “quando ti muore un cane sei così incazzato col mondo che pensi anche a cose inaccettabili come questa”: ma per quanto fosse proprio questo che volevo dire in quell’occasione, ritengo assolutamente normale che si resti più traumatizzati dalla morte del proprio cane (che è un amico, un fratello, un membro della propria famiglia) che non da quella di un umano carogna.
Vado anche oltre: di umani non carogne, anzi in molti casi di umani degni del massimo rispetto, ne muoiono a carrettate ogni giorno. Ma al massimo io posso pensare “Poveretto, mi dispiace”. Non ci piango sopra (con rarissime eccezioni), quando sono per me dei perfetti sconosciuti: e meno male, aggiungo, perché se dovessi piangere per ogni persona degna che scompare passerei la vita a consumare fazzoletti e a strapparmi i capelli.
Poiché siamo tutti destinati a morire, è del tutto normale che di gente degna ne muoia a carrettate e sarebbe assolutamente folle che ci si disperasse per ognuno di loro: noi umani non possiamo proprio permetterci un cordoglio così esteso, se vogliamo tirare avanti nella nostra vita. Quindi piangiamo per chi conosciamo, ma piangiamo anche per chi (secondo noi: e la cosa è ovviamente individuale) si merita le nostre lacrime. Per dire: se muore un tizio che conosco, ma che mi è sempre stato sulle palle, penso “poveretto” e basta. Il “mi dispiace” non lo aggiungo (se non esternamente, qualora magari mi capiti di parlare con un suo parente. E non è solo ipocrisia: è che “mi dispiace” davvero… per il parente che sta soffrendo, però. Non per il defunto).
Da qui a fare i salti di gioia quando crepa qualcuno, ce ne passa. Quelli non li faccio praticamente mai, anche qui con rarissime possibili eccezioni (per dire: non ero ancora nata quando è morto Hitler, ma se ci fossi stata credo che avrei stappato lo spumante).
Tornando all’argomento di discussione: dovrei dispiacermi di più per la morte di Hitler che per quella di un mio cane?
Ma non ci penso neanche di striscio! E non solo: mi sentirei veramente pronta per il manicomio, se provassi un sentimento simile.
Significherebbe che provo cordoglio per un mostro e che non riesco a provarne altrettanto per una creatura innocente, che non ha mai fatto male a nessuno, che mi ha amato con tutta se stessa. Ma vi pare una cosa normale?
Si dirà: vabbe’, mi vieni a parlare proprio di Hitler… ma secondo il concetto espresso dal signore di cui sopra, una qualsiasi persona (e Hitler lo era) non può essere paragonata ad un cane, che è “solo un animale”.
Già, ma noi cosa siamo? In quale modo, e per quale misterioso motivo, il fatto di saper parlare (unica dote – ammesso che si possa definire tale – che ci pone al di sopra degli “altri” animali) dovrebbe porci su un piano tanto diverso?
Perché la parola ci fa diventare “superiori”? Perché gli altri non ne sono capaci?
E vabbe’: allora i pipistrelli dovrebbero essere superiori a noi perché sanno dormire appesi a testa in giù e hanno il radar incorporato, tutte doti che noi non possediamo.
Rendiamoci conto che l’unica motivazione per cui gli umani si sentono tanto più fighi degli altri animali è religiosa: qualcuno ha cominciato a dire che l’uomo ha un’anima immortale e gli animali no, ed è per questo abbiamo cominciato a sentirci “superiori” (il che, in molti casi, ha significato “sentirsi autorizzati a compiere gli atti più indegni sugli animali).
Stentiamo, però, a ricordare che la stessa cosa (e con le stesse aberranti conseguenze) si diceva degli schiavi, almeno fino alla Guerra Civile americana (che è finita nel 1865: quindi parliamo di 150 anni, non di millenni fa)… e qualche annetto prima la si diceva delle donne considerate “streghe”.
Dunque, noi apparteniamo ad una specie che attribuisce/nega l’anima a seconda di come gli fa più comodo: alle donne (streghe o meno che fossero) e alle persone di colore è stata “restituita” solo dopo che queste categorie umane hanno lottato strenuamente per i propri diritti… mentre agli animali, che non sono in grado di fare discorsi scuoti-coscienze, ancora continuiamo a negarla. Ma siamo sempre noi a decidere: nessun Dio è mai sceso personalmente in terra a dire “tu l’anima ce l’hai e tu no”.
Quindi, di cosa stiamo parlando?
Animali lo siamo tutti, uomini, cani e mucche. Che l’uno venga mangiato e l’altro idolatrato è solo questione di cultura (esistono anche persone antropofaghe, dopotutto), ma che siamo tutti sulla stessa barca, transitoriamente su questa terra a tirare la carretta, è un dato di fatto.
Quindi, cos’è che dovrebbe impedirmi di paragonare un cane a un uomo? Un membro della mia famiglia a un perfetto sconosciuto? Un pezzo di merda a due zampe a un essere dolce ed innocente?
La storia dell’anima per me non funziona: grazie a Dio sono atea.
Il fatto che l’uomo parli, spesso mi dà molto più fastidio di qualsiasi odore di cane (e non mi metto qui a disquisire sull’odore di certi umani… dico solo che mia mamma la chiamava “puzza di umanità” e che credo che chiunque abbia mai preso un autobus in vita sua possa solo concordare con lei).
Dunque, cosa mi resta?
Mi restano gli stessi identici  criteri con i quali  separo le persone per cui piango da quelle di cui non mi frega un accidenti: a) il fatto che siano in qualche modo parte della mia vita, della mia famiglia o almeno del mio gruppo sociale (stavo per dire “del mio branco”,  ops); b) il fatto che secondo me siano persone degne di stima, rispetto e amore oppure no.
Devo confessare una mia ulteriore pecca: a volte piango anche quando muore un cane che non conosco, mentre è davvero rarissimo che mi succeda con un umano che non conosco.  Ma è proprio perché entra in gioco la discriminante b): tutti gli animali sono innocenti, sono davvero puri perché non sono capaci di fare il male per il gusto di farlo. Quindi li ritengo tutti degni di stima, rispetto e amore.
La stessa cosa non vale per gli umani, tant’è che gli unici per cui riesco a commuovermi anche se non li ho mai conosciuti sono i bambini.
Sì, discrimino anch’io e sono anch’io specista: però non discrimino in base alla specie, né in un senso né nell’altro (non dico mai “i cani sono migliori degli uomini”):  io discrimino in base alle qualità, invece di fare del corporativismo  (certi cani sono migliori di certi uomini… e viceversa).
A me sembra un modo molto più logico e sensato di utilizzare i miei sentimenti.

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.

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