martedì , 21 novembre 2017
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Cani in fiera: sì o no?

di VALERIA ROSSI – Un paio di mesi fa mi è stato chiesto, dall’ENPA di Rende-Cosenza, un parere sull’iniziativa di un’associazione locale che intendeva portare i cani di un canile alla Fiera di San Giuseppe (l’iniziativa si chiamava “Fido in Fiera”).
Il mio parere è stato negativo, per i motivi che ho espresso brevemente con le seguenti parole:

Sottoporre i cani ad un forte stress nel tentativo di farli adottare è ingiusto e pericoloso. Specie se fossero presenti soggetti, cuccioli o adulti, con sistema immunitario debilitato, come spesso accade ai cani di canile, il fatto di essere avvicinati e toccati da molte persone potrebbe metterli a contatto con virus e batteri che i loro organismi non sarebbero pronti a combattere. La gente, solo camminando per strada, raccoglie sotto le suole agenti patogeni a cui non è per nulla opportuno sottoporre i cani.
E poi c’è lo stress ambientale, che nel caso di una fiera è una vera e propria “overdose” di presenze umane (quello che tecnicamente si chiama “flooding” ) che potrebbe rovinare per sempre il carattere di un cane, specie se cucciolo o se già timoroso/fobico.
I cani in fiera non sono assolutamente una buona idea: bastano e avanzano le foto, o al massimo un singolo “testimonial” (se si ritiene che la presenza di un cane in carne ed ossa sia di maggiore impatto sul pubblico), che però va scelto oculatamente e che dev’essere adulto, completamente vaccinato, sano e robusto… ma soprattutto MOLTO ben socializzato con gli esseri umani”.
Ovviamente i cani sono stati portati ugualmente in fiera: però il comunicato ENPA è stato preso in considerazione, tanto che il comitato “Adottami in Calabria” ha messo a disposizione un educatore cinofilo “capace di decodificare ogni segnale di sofferenza espresso dagli ospiti a quattro zampe”.

fidofieragabbiaAlla fine i risultati sono stati definiti eccellenti: su sedici cuccioli presenti, quattordici sono stati adottati. “La gabbia è vuota!” – dichiarano gli organizzatori.
Dunque, avevo torto io e aveva ragione chi ha voluto esporre i cani?
Come sempre accade, non c’è una risposta “tutta bianca o tutta nera”.
Io non credo, purtroppo, di aver avuto torto: perché, anche se spero che nessuno dei cani sia tornato indietro (questi dati ovviamente non li avremo mai), mi domando con quale e quanto senso di responsabilità siano stati adottati questi cuccioli.
Una persona che vede un cagnolino esposto in una fiera e che se lo porta a casa non ha fatto alcun percorso, nessun ragionamento preliminare: non ha deciso con calma, valutando i pro e i contro, chiedendosi se sarà in grado di soddisfare le esigenze del cucciolo. Forse non sa neppure cosa comporti esattamente prendersi un cane: non ha idea dell’impegno che lo aspetta.
La “scelta” in fiera, così come quella fatta ai vari banchetti in altre occasioni, non è una vera scelta, intesa come meditata e responsabile: è soltanto istintiva. E quando si parla di cani, sappiamo tutti benissimo che “istintività” e “impulsività” sono sinonimo di futuri ripensamenti, problemi, incapacità di gestione eccetera eccetera.
Rovescio della medaglia: l’associazione che ha organizzato “Fido in Fiera” ha risposto piccata al comunicato dell’ENPA sostenendo che per molti cuccioli ricoverati in canile sanitario questa sarebbe stata “l’unica occasione di visibilità“. Altri hanno parlato di situazioni drammatiche all’interno di questi canili.
Tutte realtà che bisogna tenere ovviamente in considerazione, perché è evidente che se sottoporre cani e cuccioli ad uno stress ambientale si traduce poi nel dar loro modo di uscire da un canile lager… allora ben venga lo stress!
E se i rischi sanitari sono addirittura peggiori in canile che in una fiera per la quale passano migliaia di persone… allora meglio fuori che dentro. Non ci piove.
Però questi ragionamenti sono, già in partenza, viziati da un concetto sbagliato: e cioè dal fatto che in questo dannatissimo Paese non si faccia mai il “meglio” per i cani e per il loro benessere (e il discorso forse potrebbe allargarsi anche a molti umani…): si fa sempre – o si cerca di fare – il “meno peggio”.
Ed è questo ad essere davvero folle.
Com’è possibile che in un Paese civile esistano ancora canili – e addirittura canili sanitari – nei quali i cani vivono situazioni così drammatiche e dai quali non hanno alcuna occasione di uscire, se non buttandoli “allo sbaraglio”?

fieracosenza1Le “fiere del bestiame” non vanno mai bene: gli animali (di qualsiasi specie) si stressano e corrono rischi, questo è un dato di fatto.
Certo, è peggio se la cosa viene fatta per lucro (animali venduti) e “meno peggio” se viene fatta nel tentativo di trovare loro una famiglia adottiva: ma sempre di “meno peggio” si tratta. Del “male minore”, che è comunque sempre un male.
Il fatto è che i canili lager non dovrebbero proprio esistere. Che qualsiasi canile dovrebbe essere un “punto di sosta”, una zona di passaggio e non certo una sistemazione definitiva.
Ma non sarà mai possibile ottenere questo risultato se continueranno ad esserci centinaia di migliaia di cani abbandonati e/o rifiutati, perché il sovraffollamento impedisce sia di accasare tutti, sia di tenere gli ospiti in condizioni dignitose.
L’unica risposta possibile, quindi, è fare qualcosa per impedire che il sovraffollamento continui.
Il che significa:
a) che devono nascere meno cuccioli. E questo si ottiene con una corretta cultura della sterilizzazione (ma anche della gestione responsabile, santiddio! Perché chi inorridisce all’idea di sterilizzare il cane può anche limitarsi a tenerlo sotto controllo: non ci sono Spiriti Santi a quattro zampe che ingravidano le cagnette tenute al guinzaglio), ma anche spiegando alle persone che avere un cane non è un obbligo; che non ce lo ordina il dottore; che i cani, proprio come i figli, dovrebbe averli soltanto chi è in grado di seguirli, mantenerli, far fronte a tutti i piccoli e grandi problemi che la loro presenza comporta);
b) che si deve smettere di cercare rifilare cani a chiunque, purché “se ne porti a casa uno”: e qui torniamo al concetto che esporre i cani nei banchetti, o in qualsiasi altro luogo-evento-situazione che faccia più leva sull’impulsività che sulla responsabilità, è una cosa sbagliata.
E’ un “meno peggio”, d’accordo, e in certi casi forse può essere una strada praticabile; ma è comunque un “peggio”!

E’ la cultura l’unica strada possibile per ridurre il numero degli abbandoni e l’overdose di cani: io impazzirò di gioia il giorno in cui le associazioni animaliste, anziché promuovere adozioni a tutto spiano, promuoveranno la scelta responsabile. Ma non soltanto al momento del colloquio preaffido: proprio in generale. Sempre, in tutte le loro campagne.
Tutti sono impegnatissimi a dire “non comprate, adottate”: perché c’è la smania di svuotare i canili, e questo è comprensibile… ma sarebbe molto più sensato avere la smania di non vederli nuovamente riempiti.
Io vorrei vedere manifesti, cartelloni, video, qualsiasi mezzo pubblicitario che mandi questo messaggio: “Non comprate e non adottate nessun cane se non siete pronti ad avere un altro figlio… o quasi”.
E siccome i figli non si comprano, né si adottano in fiera, ecco perché resto della mia idea originaria: cani in fiera, no grazie.
Neppure quando questo è il “meno peggio”: perché, per tutti i cani del mondo, noi dovremmo volere il meglio. E il meglio consiste nell’essere allevati con competenza e scelti responsabilmente.
Salta agli occhi l’incongruenza del comunicato con cui l’assessore Massimo Bozzo, contemporaneamente, si rallegrava per l’adozione dei quattordici cuccioli in fiera (che sono diventati quindici, nel suo comunicato: ma non è un’unità a cambiare le cose) e per la cattura, nello stesso giorno, di sette cani randagi.
Ovvero: ne abbiamo fatti adottare 14 (o 15) in quattro giorni di fiera, e la metà di essi è stata sostituita in un solo giorno da nuovi soggetti.
In altre parole: adottare è una bellissima cosa, ma NON è la risposta al problema dei canili.
Soltanto la cultura lo è… e di quella, purtroppo, se ne vede sempre troppo poca (a differenza del fanatismo, che invece è merce diffusissima).
Per cambiare davvero le cose bisogna cambiare drasticamente l’approccio al problema: altrimenti continueremo a festeggiare le vittorie di Pirro e a promuovere lo stramaledettissimo “meno peggio”… intanto che i canili restano pieni.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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