mercoledì , 22 novembre 2017
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In”CAN”tinenza vescicale

di MARCO CARUCCI –  Adesso mi appare come irresistibilmente comica.
È la tassativa indicazione richiesta per assicurare una buona iconografia e conseguente attendibilità diagnostica dell’ecografia prostatica transrettale.
Si richiede che l’esaminando sia digiuno da almeno sei ore e si presenti con vescica ripiena dopo abbondante assunzione di liquidi. Certo, è un lieve disagio cui si deve necessariamente andare incontro per il buon esito dell’esame: lo spiego sempre, con serafico distacco scientifico, ai miei pazienti che si vedono prescritto tale esame strumentale, sollecitandoli a non indulgere nel luogo comune di stucchevoli
lamentele.
Luogo comune che per me diventa drammaticamente fatto privato quando il veterinario prescrive una ecografia prostatica al mio molosso comunicandomi per l’appunto, con altrettanto serafico distacco scientifico, che il “paziente” dovrà essere digiuno da sei ore e con vescica ben distesa da abbondante urina.
E io non sono affatto tranquillo pensando a quello che mi si prospetta di dovere affrontare fra una decina
di giorni.
Ora, per il digiuno non avrò soverchi problemi: in fondo sono io che gestisco la pappa e, se non fornisco la ciotola, l’astensione è garantita: al più dovrò fare i conti con qualche sguardo languido alla porta del sottoscala dove giace il sacco delle crocchette, con qualche zampatina o capocciata di richiamo per quella
che sarà giudicata una incomprensibile dimenticanza ma, insomma, se mia moglie non capitola possiamo farcela.
La vedo più dura sul fatto di convincerlo a bere abbondantemente così da farsi venire una irresistibile voglia di urinare… e a questo punto, in successione: attraversare il giardino, salire in macchina, fare il viaggetto di una decina di minuti con qualche inevitabile sobbalzo, scendere davanti allo studio del veterinario, percorrere il giardinetto di accesso pregno di odori canini, aspettare compostamente il proprio turno in ambulatorio, sottoporsi all’ecografia. Tutto ciò senza scaricare, in uno qualsiasi di detti momenti, il prezioso contenuto della sua vescica.

beviAndiamo con ordine: non mi risulta che il comando “bevi” rientri tra quelli contemplati nell’ordinario percorso educativo-addestrativo di ogni buon cane, quindi credo che l’unico metodo per farlo bere possa essere quello di fargli venire sete: essendo vietata, per elementare etica padronale, la tortura di non fornirgli acqua per un numero consistente di ore (magari legandolo al sole, come suggerito da un fantasioso vicino, per ciò solo già segnalato ad Amnesty International), restano a disposizione alcuni artifizi estemporanei tra i quali la somministrazione di acciughe sotto sale, peraltro da escludere in quanto, come visto, è proscritto ogni alimento nelle sei ore antecedenti l’esame; in alternativa tapparci tutti in casa con finestre rigorosamente chiuse e riscaldamento a manetta, in questo caso il rischio concreto è una sincope mia e/o di mia moglie; sulla cyclette a pedalare vigorosamente una mezz’ora so già che non ci vuole salire, non gli è mai piaciuto il ciclismo.
E allora ci prenderemo un giorno di ferie, staremo in casa insieme fino al momento di andare dal veterinario: lui beve come e quando vuole e, dato che è ben educato, non urina in appartamento: magari ad un certo punto vorrà sfondare la porta per uscire, ma cercheremo di resistere.
A questo punto viene il bello: lui, che ormai avrà un irrefrenabile impulso minzionale, dovrebbe sopprimerlo – vaglielo a spiegare – per non compromettere il buon esito dell’indagine ecografica: semplicemente impossibile. Quello, non senza ragione, appena mette il tartufo fuori casa si vuole scaricare del liquido in eccesso che lo opprime al basso ventre.
Il veterinario, rivelandosi una persona dotata di sense of humour, mi suggerisce di uscire rapidamente e altrettanto lestamente metterlo in auto senza concedergli tempo: prezioso consiglio, se non fosse per il trascurabile particolare che non si può portare in braccio. E quando un bestione di quasi 50 chili si pianta nel prato a quattro zampe (anche a tre, visto che una la alza per provvedere alla bisogna) non lo smuovi neanche col caterpillar.
Mia moglie, attingendo a reminiscenze di cultura classica, mi deride proponendomi di studiare il modo di confezionare al peloso un inestricabile nodo penieno, alternativa casalinga al nodo gordiano.
Io, più praticamente, penso di trasferirmi per una mezza giornata nello studio del veterinario insieme a Crapun organizzando un happening di preparazione e attesa dell’ecografia, evitando così gli insuperabili
inconvenienti del trasferimento da casa a studio.
Poi, dài, quante storie: lo dicono tutti che tra cane e padrone si crea un meraviglioso rapporto simbiotico, che l’uno e l’altro diventano ben presto una cosa sola.
Male che vada, l’ecografia me la farò fare io.

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