domenica , 19 novembre 2017
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La pastorizia italiana e il cane da Pastore Maremmano Abruzzese

di FRANCO SIMONI –  In tempi di congiunture economiche sfavorevoli europee e soprattutto Italiane viene facilitata la riflessione, anche in prospettiva, sulle nostre origini economiche primarie e sul ruolo svolto da protagonisti dei nostri cani da pastore appenninici.
Documentare l’attività pastorale in Italia e la sua diffusione nella storia in tutta la penisola ed in particolare al ridosso della dorsale appenninica, ha un valore di riscoperta delle nostre origini economiche oltreché di necessaria valorizzazione dei nostri primi collaboratori cani da pastore Maremmano Abruzzese. La dottrina è pressoché unanime nel ritenere che la vera origine di questa razza risalga a molti secoli or sono, e che la sua vera culla sia stata il lontano Tibet presso gli Arii.
La storia ci dice che questo popolo dedito all’agricoltura e alla pastorizia, 2000 anni avanti Cristo, iniziò un lento spostamento verso Occidente, sospinto da necessita di spazio e terreni fertili, necessari alla sua sopravvivenza.
E’ sufficiente dare uno sguardo alla cartina che raffigura il continente Asiatico ed Europeo per rendersi conto che agli stessi non si poteva presentare altra alternativa. Al seguito di questa gente si spostavano anche mandrie di bestiame, guidate da numerosi cani impegnati anche alla loro protezione. Questi cani senz’altro possono considerarsi gli antenati di molte attuali razze europee, tra le quali la nostra. L’Europa risultò invasa da queste genti, di cui una parte attraversò ancora le Alpi, dilagò nella Pianura Padana e da qui nella lunga dorsale appenninica e nelle due fasce rivierasche che da essa si originavano, fino a Sud di tutta la penisola.
Gli Arii si ricordano come una popolazione tranquilla e pacifica, impegnata nel lavoro dei campi, nell’allevamento e nel commercio. Non per questo però il loro lento trasferimento fu tranquillo ed il loro comportamento bucolico. Talvolta divenne aggressivo, violento, crudele, barbaro, specie nell’incontro con altre popolazioni autoctone non disposte ad accoglierli.
Il loro cammino verso occidente fu contrastato dalle Milizie Romane che intendevano estendere i confini dell’Impero verso Oriente, dal momento che al Nord questo era già avvenuto. Incomincia l’occupazione Romana della Pannonia, Dalmatia, Dacia, Tracia, Macedonia, Asia, Cappadocia, Armenia e la loro colonizzazione.
I costumi dei popoli non cambiano comunque e l’agricoltura e la pastorizia rimangono le attività primarie se anche nel frattempo altri secoli sono passati ed uomini e animali, tra i quali i cani, sono andati incontro a lente, ma già visibili modificazioni nel loro aspetto e nel loro comportamento.

pma3_1Ma ritorniamo in Italia.
La Pianura Padana era in quel periodo un’ampia distesa di verde, ricca di corsi d’acqua e con un clima piacevole. L’Appennino apparve, per quelle genti di origini montanare, un territorio abitabile, perché costituito da alture non inaccessibili e da ampie vallate in cui la sosta ed il riparo erano assicurati. La vegetazione, rappresentata da vaste radure pascolative e da boschi di quercia, castagne e faggio, garantiva l’alimentazione delle varie specie di loro proprietà: ovini in prevalenza, ma anche bovini, equini e suini.
Più in basso “le chiuse” permettevano anche colture cerealicole, ed arboricole come la vite e l’olivo.
Più a sud, sempre l’Appennino apparve modificato in quanto ai boschi si erano sostituiti grandi massicci calcarei come quelli dei Monti Sibillini, Reatini, Sabini, Simbruini, Ernici con il Gran Sasso, il Velino, la Maiella, la Meta, il Matese. Comunque, in grado di assicurare la vita agli uomini ed agli animali, se anche con una problematica diversa e più rude, perché capirono che i due versanti: l’adriatico e il tirrenico avrebbero loro offerto spazio vitale nei mesi terribili dell’inverno, attraverso un agevole, lento migrare, con il volgere delle stagioni, delle greggi e degli armenti.
Le riviere o “maremme”, così chiamate dal latino “maritimae”, cioè affacciate sul mare, si aprivano al termine di tanti tracciati naturali o fondovalli, che presero da allora il termine di “tratturi”, creando gli anelli di quella interminabile catena che si denominò transumanza (trasferimento lento), che gli Etruschi prima e i Romani poi, svilupparono, utilizzandoli, dopo averli riconosciuti legislativamente con privilegio di transito e pascolo attraverso le codificazioni di Teodosio (400) e Giustiniano (480) chiamandole “calles publicae”.
I cosiddetti “tratturi”, costituirono quindi l’anello con cui si creò la saldatura necessaria per tutto il ciclo vitale degli animali e degli uomini che aveva la durata di un anno compresi l’estate e l’inverno e viceversa.
Talune zone di questi versanti presero nomi propri come: Maremme e Tavoliere.
In questi nostri territori nostrani: negli Appennini e nelle Maremme quindi, ed in questi periodi la nostra razza canina inizia a vivere e a trascorrere i momenti più significativi del suo sviluppo filogenetico, assumendo sempre più i caratteri morfologici e funzionali, oltre che le sembianze, molto vicine a quelle attuali.

pma3_3Nel meridione l’allevamento ovino fu sviluppato in modo particolare; Federico  (1198/1250) riordinò i tratturi e le trezzare, in Puglia costituì la “la Mena delle pecore”. Dalla Spagna furono introdotti molti soggetti di razza pregiata, per migliorare la produzione della lana. Nel Centro i Papi non considerarono da meno questo tipo di allevamento che assunse dimensioni notevoli, tanto che preoccupati di questo, per proteggere l’allevamento bovino intervennero limitando i pascoli. Il Governatore di Piediluco (1484) stabilì delle zone in cui questi potevano essere mantenuti: “affinché possano comodamente sostentarsi le bestie bovine e altre bestie grosse, le quali per il grande numero delle pecore e delle capre non possono sostentarsi, anzi, per le mancanze delle erbe, più diminuiscono e deteriorano”.
L’ Editto di Alfonso d’Aragona, nel 1447, rese possibile l’accesso dei pascoli alle Puglie, realizzando una migliore regolamentazione dell’uso dei tratturi.
Quasi contemporaneamente si aprirono alcuni valichi che permisero una più agevole comunicazione con Roma e la sua vasta campagna circostante, con l’Umbria e le Marche, e presto la consistenza dei greggi, e la capacità produttiva degli stessi aumentò sensibilmente.
Al Nord, i Lorenesi (1737/1790) avviarono e portarono a termine opere di grande rilievo sia nel campo agronomico che in quello delle bonifiche. La Maremma subì una profonda e larga bonifica che vide utilizzato quasi per intero il suo vastissimo territorio per l’allevamento del bestiame bovino ed ovino.
La Rivoluzione Francese provocò anche in Italia una profonda ripercussione nei settori sociali ed economici. Si cominciò a formare la proprietà privata agraria di diverse dimensioni, anche notevoli, operante con una mentalità più moderna rispetto almeno a quella del passato, sia per quanto riguarda il rapporto tra padrone e dipendente, sia per quanto riguarda la mentalità già imprenditoriale che si andava diffondendo.
Si incomincia a notare il divario fra il Nord, il Centro e il Sud per un progresso che si avvia verso il futuro con movimento decrescente come la latitudine.
Intanto la popolazione italiana si era accresciuta passando dai 18 milioni del 1800 ai 25 milioni del 1860, e la produzione alimentare aveva raggiunto l’autosufficienza.
L’Unificazione d’Italia provoca un certo naturale disorientamento, di cui a tutt’oggi qualche traccia si rileva.
Lo sfruttamento del terreno e dell’allevamento incomincia a diversificarsi: intensivo al Nord, meno al Centro, estensivo ancora al Sud. La popolazione ovina, che è quella che maggiormente ci interessa perché in essa troviamo in proporzione la presenza dei nostri cani da pastore Maremmano Abruzzese, raggiunge dagli anni 1866 al 1908 livelli numerici e qualitativi notevoli, raddoppiando gli effettivi che raggiungono l’entità notevole di circa 12 milioni di capi. Questa consistenza risulterà la punta massima raggiunta, dalla quale per fatti a tutti noti e che quindi è inutile riportare, inizia una lenta e costante discesa.

pma3_2La grande ultima guerra ha profondamente sconvolto questa attività, e qui arrivano i miei ricordi di giovane veterinario, perché il conflitto più feroce si è espresso lungo la dorsale appenninica (dalla Toscana agli Abruzzi, dall’Appennino Umbro- Marchigiano a quello Laziale: tutte regioni che hanno testimoniato le loro fiere tradizioni pastorali e che alla presenza di pecora seguiva l’opera assidua e costante dei cani da pecora) nei suoi naturali contrafforti e lungo le coste, ove il continuo timore di sbarchi aveva allontanato le genti e le greggi. A questo sconvolgimento materiale ha fatto seguito quello morale e molto è cambiato. In talune regioni la pastorizia ha ceduto definitivamente, in altre zone ha ridotto le dimensioni e l’entusiasmo, come ad esempio in Abruzzo; in altre zone, come ad esempio in quelle collinari toscane, marchigiane, umbre, laziali ha trasformato i sistemi di allevamento che da transumante è diventato stanziale, anche a causa della riforma fondiaria.
Le persone dedite alla pastorizia da generazioni hanno abbandonato, così come hanno abbandonato i mezzadri che conducevano l’allevamento poderale tipico dei territori a conduzione mezzadrile. Questi vasti territori pedemontani sono stati acquistati da pastori sardi.
Sono mutate le persone e la razza degli ovini, ma non i nostri cani da pastore Maremmano Abruzzese, riconoscibili per le loro caratteristiche, a svolgere la loro secolare funzione.
La razza tuttora è presente ovunque lo era in passato, ma soprattutto è molto ben rappresentata. E se ciò è avvenuto è perché possiede una sua tipica robusta costituzione, che altre razze non posseggono, formata su caratteri fisici e psichici saldamente fissati attraverso i secoli, consolidati da una severa selezione naturale, ripetutamente verificatasi attraverso una costante vita difficile e disagiata e perché tenaci e veri amatori della razza, che meritano tutta la gratitudine ed il rispetto, quali possono essere considerati i pastori appenninici maremmani, pugliesi, campani, abruzzesi, non hanno ceduto al destino avverso e sfortunato, ma hanno perseverato nella fiducia in se stessi ed in tutto ciò a loro vicino, non ultimo i cani.
L’aumento della consistenza numerica della popolazione ovina, ricostituitasi in questo ultimo periodo ha
completato l’opera e la normalità sta tornando nel settore. In Italia sono allevati oltre otto milioni di ovini, il valore della pecora per le tre produzioni che genera si è accresciuto ed il cane da pastore Maremmano Abruzzese nuovamente, come in altri periodi della storia, è ritornato ad essere un protagonista in questo vasto scenario nazionale.

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Informazioni su Franco Simoni

Laureato in Medicina Veterinaria a pieni voti presso l’Università degli studi di Perugia, diventa Capitano Medico Veterinario del Ruolo Sanitario alla Scuola per Ufficiali Veterinari dell’Esercito di Pinerolo. Successivamente Medico Veterinario civile ed Insegnante di Zootecnia presso l’Istituto Tecnico Agrario di Todi, si dedica dal 1950, con l’allevamento cani “Jacopone da Todi” alla selezione della razza del cane da Pastore Maremmano-Abruzzese. E' autore di numerosi saggi e pubblicazioni su numerose riviste cinofile e libri ed ha curato la stesura della sezione dedicata a tale razza sul libro “I Pastori Italiani” - De Vecchi Editore.




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