giovedì , 23 novembre 2017
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Linee da lavoro e da bellezza: ma in pratica, cosa significa?

di VALERIA ROSSI – “Ho un pastore tedesco da bellezza”, “Ho un labrador da lavoro”… ormai frasi come queste si sentono praticamente ovunque. Personalmente continuo a scuotere tristemente la testa di fronte a queste affermazioni;  o meglio, scuoto tristemente la testa al pensiero che sia tutto verissimo, che non siano le “cugginate” di turno ma che l’allevamento ormai si sia decisamente spaccato in due. E non solo per il pastore tedesco, prima razza in cui sono state divise nettamente le linee di sangue, ma un po’ in tutte le razze da lavoro (e per “lavoro” non intendo solo utilità e difesa, ma anche agility, sheepdog, caccia eccetera eccetera).
I motivi per cui scuoto la capoccia li ho già spiegati abbondantemente in questo articolo, quindi evito di ripeterli: oggi vorrei invece rispondere ad alcune domande “pratiche” che mi vengono poste abbastanza spesso soprattutto da persone che vorrebbero un cane, ma non sanno da che parte girarsi per sceglierne uno.

bellav_husky1 – Cane “da bellezza” significa “cane stupido”?
Assolutamente no. L’intelligenza non ha niente a che vedere con le doti caratteriali che si cercano in un cane da lavoro.
Esempio personale: io allevavo siberian husky da show e non da sleddog (o meglio: cercavo di allevare cani belli che amassero anche trainare, ma le linee “solo” da lavoro sono decisamente un’altra cosa), eppure ho già raccontato più volte di quanto e come riuscissero a fregarmi in millemila circostanze, dimostrandosi spesso più intelligenti di me (e qui il figlio direbbe “sai che sforzo”, ma per fortuna il figlio è in trasferta dalla fidanzata e quindi non può parlare).
Lo stesso vale per i cani da utilità e difesa: nelle linee da lavoro si cercano, tra le altre cose, grande temperamento, coraggio, combattività… che con l’intelligenza non hanno molto da spartire.
Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, un cane intelligentissimo magari eviterebbe di arrampicarsi su una palizzata alta due metri e guarderebbe il conduttore col fumetto che dice: “Ma perché non ci sali tu?”
Ovviamente la dote principale di un cane da lavoro è la docilità (che non significa “cane buono e pacioccone”, come qualcuno crede, ma “cane molto propenso ad obbedire all’uomo”): questo fa sì che le palizzate le scalino, ma non solo. Fa anche sì che si buttino nei cerchi di fuoco, che salgano scale a pioli… o anche, semplicemente, che si fiondino contro un bruto che gli corre contro urlacchiando e agitando un bastone.
Io ho sempre sostenuto – e ne resto piuttosto convinta – che un cane davvero intelligente non potrebbe mai essere troppo docile: soprattutto visto che l’uomo gli chiede spesso cose difficilissime e impegnativissime, a volte addirittura contrarie alla sua natura.
Ovviamente la docilità fa molto comodo pure a me, che amo e pratico lo sport cinofilo: però, sotto sotto, continuo a pensare che un cane davvero docile – e quindi perfetto per lo sport –  debba essere anche un pochino tonno.
Insomma, la cosiddetta “intelligenza ubbiditiva” di Coren (che è poi quella che comunemente usiamo tutti per definire un cane più o meno “intelligente”)… non sono così convinta che si possa davvero definire “intelligenza”!

bellav_galgobull2 – “Cane da lavoro” significa sempre “cane brutto”?
Dipende da cosa intendiamo per “brutto” (e ovviamente per il suo contrario). Esteticamente… sì, i cani da lavoro sono brutti. Ma zootecnicamente sono spesso molto più belli dei cani da show.
Quando dico “zootecnicamente” mi riferisco alla bellezza funzionale, che dovrebbe essere l’unica vera “bellezza” in un cane perché significa che un cane è tanto più bello quanto più è adatto al lavoro che deve svolgere.
Per esempio: un bulldog è “bello” quando è costruito in modo da poter lottare efficamente contro un toro. Questo spiega perché questi cani abbiano il baricentro basso (dovevano essere il più possibile stabili), il muso corto e quadrato (serviva per ottenere un morso potentissimo), le rughe ai lati del muso (servivano per permettere al sangue del toro di scorrere via senza finire negli occhi del cane) e altre caratteristiche fisiche con la bellezza “estetica” proprio non hanno molto a che vedere.
All’estremo opposto troviamo i levrieri, costruiti come “macchine da corsa” e quindi con baricentro alto (che serve a dare impulso al movimento), arti molto lunghi e così via.
Se a questo punto vi chiedessi: “E’ più bello un bulldog o un galgo?”, probabilmente mi ridereste in faccia. E invece, dal punto di vista zootecnico, un bulldog e un levriero che rispecchino il proprio standard sono ugualmente “belli”.
Il fatto è che noi non siamo (più) abituati a valutare la bellezza funzionale: siamo diventati schiavi dell’apparenza e non consideriamo più la sostanza.
L’umano medio trova “bello” ciò che maggiormente soddisfa il suo personale senso estetico, quindi chi pensa che un levriero sia bello troverà probabilmente bruttissimo il bulldog (e viceversa).
Questo è molto, ma molto sbagliato. Dovremmo riabituarci a guardare i cani con occhio zootecnico… anche perché, così facendo, faremmo sparire anche le vere e proprie mostruosità figlie della cinofilia “cosmetica”.
Tornando alla domanda, comunque: il cane da lavoro è sempre meno appariscente del cane da bellezza. Questo sì. In diverse razze si noteranno sostanziali differenze soprattutto nel mantello (a me vengono letteralmente i brividi pensando a quanti allevatori, ormai, allevino peli e non cani): ma nessuna performance al mondo, né lavorativa né sportiva, viene migliorata da un mantello scenografico. Anzi, spesso è proprio il contrario: pensate soltanto ai setter da show, che soprattutto negli Stati Uniti (ma la tendenza sta arrivando anche qua) vincono solo se hanno le frange che toccano quasi terra… ma che per andare a caccia vengono tosati, perché con quel po’ po’ di mantello resterebbero impigliati ovunque. Se questa non è follia pura, non saprei davvero come chiamarla.
Però so’ belli, eh? Belli da lasciare a bocca aperta.

Husky_CanadaDIVAGAZIONE NUMERO UNO: esaltare le doti naturali di una razza è lecito (anzi, è un’ottima cosa): snaturarle, no.
Torno all’esempio dei miei cani, così non offendo nessuno: poichè il mio pensiero sulle razze “spaccate in due” è fortemente negativo, anche quando ho allevato ho sempre cercato il leggendario “dual purpose”, che in pratica significa allevare cani “belli e bravi”.
Nel caso dei siberian husky, questo voleva dire che i miei cani, pur essendo prevalentemente “da bellezza”, fossero comunque soggetti che, se venivano attaccati a una slitta, provassero piacere nel tirarla. Non mettevo proprio in riproduzione un cane se non manifestava quello che viene chiamato “deside to run”, caratteristica che non dovrebbe mai mancare in un cane nato per il traino.
Bene (anzi, male): nonostante i miei sforzi, i cani che ho venduto a persone appassionate di sleddog hanno ottenuto risultati decorosi, ma clamorosi proprio no.
E non parlo di gare a cui partecipassero anche i cosiddetti “alaskan husky” o “alaskani” (che sono incroci con razze velocissime, quindi capaci di far mangiare la polvere a qualsiasi siberian), ma anche di gare riservate alla razza pura.
I  miei teorici cani “belli e bravi” arrivavano, diciamolo, mezz’ora dopo i cani “solo” da lavoro: che vincevano immancabilmente perché erano più alti sugli arti, più snelli e con un unico pensiero in testa, quello di correre velocissimi.
In base a quanto ho detto sopra, bisogna considerare “zootecnicamente belli” questi cani, anche se esteticamente fanno piangere?
In questo caso NO, perché il siberian husky è un cane da resistenza e non da velocità.
Se Balto & C. (anzi, Togo & C., visto che Balto ha fatto solo l’ultimo tratto… ma è stato lui a diventare famoso) hanno potuto salvare gli abitanti di Nome dalla difterite, è stato grazie alla loro capacità di mantenere un’andatura sostenuta per uno sproposito di chilometri, e non di andare a duecento all’ora per cinquecento metri e poi schiattare.
Se i Ciucki sono riusciti a scappare dai russi, e a mantenere la propria indipendenza, è stato grazie al fatto che le loro slitte andavano sempre più a nord senza fermarsi mai, mentre i russi gli arrancavano dietro per un po’ ma poi dovevano fermarsi a tirare il fiato.
Insomma, allevare siberian husky da velocità pura significa allevare una razza diversa da quella originaria: in altre parole, significa snaturare la sua storia. Quindi no, un cane costruito per andare fortissimo, anziché per mantenere una velocità sostenuta per lunghissimo tempo, NON è un cane “bello” né esteticamente, né zootecnicamente.
Lo stesso dicasi per i retriever magrissimi che riportano alla velocità della luce, ma che se dovessero stare in acqua per più di dieci minuti creperebbero di freddo… e per diverse altre razze che non sto ad elencare, tanto basta fare un attimino mente locale per capire quali siano.
Insomma, finché il cane “da lavoro” viene selezionato per fare davvero il suo lavoro, tutto va bene: se invece si creano razze esasperate, buone solo per perfomance sportive che non somigliano neanche più vagamente alla “vera” attività per cui questi cani sono nati, allora si va davvero verso la rovina.

bellav_labradorDIVAGAZIONE NUMERO 2: la definizione di “cane da lavoro” non deve servire da comoda scusante per vendere cani semplicemente brutti.  E invece succede in continuazione.
Mi è già capitato millemila volte di trovarmi di fronte, che so, una parodia di pastore tedesco, il cui proprietario asserisce orgogliosamente: “Ehhh… è un cane da lavoro!”
Interessata, io chiedo allora: “Ah, sì? Di chi è figlio? Di che linea è?”
E l’altro, con lo sguardo un po’ vacuo, risponde: “Ah, boh… non saprei… non ha mica il pedigree”.
Okay: stiamo scherzando o cosa?
Il cane “da lavoro” è frutto di una serissima selezione, ovvero dell’oculata e mirata scelta dei riproduttori più adatti a trasmettere le caratteristiche che desideriamo ottenere. Non è che prendiamo Fufi e Bubi, li accoppiamo… e se poi salta fuori un bel cane lo definiamo “da bellezza”, mentre se ci salta fuori una ciofeca quello tentiamo di vederlo come cane “da lavoro”. Questo non è allevare, ma truffare la gente.
Nelle linee da lavoro dei pastori tedeschi o dei malinois, tanto per dirne una, dovremo trovare cani che hanno vinto in prove di IPO; in quelle dei border collie dovremo trovare cani che si sono distinti nello sheepdog (e NON in agility: quello è uno sport divertente e simpatico finché vogliamo, ma non mette in evidenza le doti naturali di un cane da pastore e quindi non ha valore zootecnico).
Selezionare significa “scegliere il meglio” nel campo a cui abbiamo deciso di dedicarci, bellezza o lavoro che sia: anche perché le doti non devono semplicemente “esserci” in quel cane, ma devono essere trasmissibili. Altrimenti non servono a nulla, se non a farci vincere la coppetta che gratificherà noi, ma di sicuro non sarà di alcuna utilità alla razza (e se state pensando “chissenefrega della razza, a me basta che vinca il mio cane”, allora dovreste smettere subito di allevare e andare a cavar patate. Ve lo dico col cuore).

bellav_attacco3 – Un cane da lavoro è più difficile da gestire in famiglia?
La risposta è, quasi sempre, “sì”: indipendentemente dalla razza e dal tipo di lavoro per il quale è stato selezionato, un cane con doti caratteriali molto spiccate è sempre più dinamico, più reattivo, più esigente del suo “corrispettivo” da show.
Per quanto riguarda i cani da UD, anche se ci sono linee da lavoro equilibratissime, è indubbio che esistono anche soggetti davvero difficili da controllare, che per questo sono consigliabili quasi esclusivamente ai professionisti: ma anche un border o un labrador di grande temperamento possono diventare un incubo per la famigliola che pensava all’amichetto peloso da tenere in casa venti ore e portare a fare due o tre giri di un’oretta l’uno (magari al guinzaglio).
Questo genere di vita, che a molti proprietari sembra già una mega-concessione alle esigenze canine, può anche andar bene per un soggetto da bellezza (per quanto sia un po’ limitativa quando si tratta di razze comunque nate per l’attività e il movimento): ma è assolutamente troppo limitativa per un cane da lavoro, che potrebbe disfarvi casa nel tentativo di sfogare le sue prorompenti energie.
Bisogna ricordare che i “veri” cani da lavoro, quelli ben selezionati e non “improvvisati”, sono caricati con le Duracell: non si esauriscono mai. Devono fare attività vera, stancante, impegnativa, per potersi poi rilassare la sera nella cuccia.

bellav_pt4 – Il cane da lavoro è più sano del cane da bellezza?
A questa domanda molti rispondono automaticamente “sì” (e quindi vanno in cerca di un cane di questo tipo, anche quando non sono in grado di soddisfare davvero tutte le sue esigenze), semplicemente basandosi sull’aspetto fisico.
Succede soprattutto con i pastori tedeschi, che nella “versione” da show sono, come è noto, molto discesi sul posteriore, con l’effetto “culo che tocca terra” che molti abbinano (sbagliando) al problema della displasia dell’anca.
In realtà la displasia non c’entra quasi nulla con l’angolazione del posteriore: ci sono cani iperangolati assolutamente esenti da questa patologia, così come ci sono cani drittissimi dietro e fortemente displasici.
Il fatto è che molte persone diagnosticano la displasia “a occhio”, confondendola magari con un posteriore un po’ traballante (normalissimo nei cuccioli di questa razza) o con garretti non solidissimi. Meglio sarebbe non fare gli ortopedici da giardinetti e non trarre conclusioni affrettate su ciò che in realtà non si conosce.
Displasia a parte, la salute di un cane non dipende certo dalle sue attitudini né dalle sue doti naturali: quindi saranno più sani non i cani “da questo” o “da quello”, di linea così o di sangue cosà, ma i cani ben selezionati, figli e nipoti di soggetti testati ed esenti da malattie genetiche, alimentati in modo corretto e non sottoposti a stress ambientali che potrebbero influire sulla salute. In una parola, sono più sani i cani ben allevati, indipendentemente dal fatto che l’allevatore abbia scelto di preferire la bellezza o il lavoro.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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