domenica , 19 novembre 2017
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Cani geni, cani scemi

di VALERIA ROSSI – Prendo spunto da una battuta del figlio, che ieri ha guardato a lungo la Bisturi e poi ha declamato: “Se gli studiosi di psicologia canina avessero avuto a che fare con degli staffy, il cognitivismo non sarebbe mai stato neppure preso in considerazione”.
E prova a dargli torto.
In realtà, quando parliamo del “cane” in generale, tendiamo spesso a dimenticare che se da un lato ci sono indubbiamente cani geniali, dall’altro troviamo cani innegabilmente tonti: un po’ è questione di razza (credo che nessun proprietario di staffordshire bull terrier sosterrà mai di avere in casa un Einstein a quattro zampe…), un po’ è una questione individuale, ma un altro bel po’ dipende da come i diversi soggetti sono stati allevati e gestiti.
Esattamente come avviene nell’uomo, la mente del cane si apre e si “plasma” tanto più facilmente quanto più viene esposta a stimoli diversi.
Nell’articolo sul “Senso puppy” avevamo spiegato come la stimolazione ambientale, da sola, sia in grado di modificare la struttura cerebrale. In particolare, i cuccioli stimolati precocemente, secondo gli studi di William Greenough (Università dell’Illinois) hanno mostrato di avere:

a) una corteccia cerebrale più spessa;
b) un numero superiore di connessioni neuronali che invece di morire – come normalmente avviene – diventano permanenti per effetto del lavoro successivo che viene fatto sui cuccioli;
c) una concentrazione di enzimi cerebrali più alta;
d) ghiandole adrenaliniche più forti;
e) maggiore resistenza allo stress e conseguentemente una maggiore capacità di adattamento all’ambiente e a nuove situazioni, nonché prestazioni migliori in problem solving.

genio2Tutto questo si può tradurre con “maggior intelligenza”?
Come al solito, sul concetto di “intelligenza” ci sono visioni diversissime e quindi diventa difficile quantificare.
Per la maggior parte delle persone è “intelligente” il cane molto docile, che capisce rapidamente e obbedisce prontamente agli ordini (quella che Coren chiamò “intelligenza ubbiditiva”).
La mia personale visione, per esempio, è molto diversa: io ritengo che i cani veramente intelligenti siano assai meno pronti a scattare agli ordini, perché mettono in discussione qualsiasi cosa gli si proponga e hanno bisogno di convincersi che quello che gli chiediamo di fare sia veramente utile.
Ovviamente questi cani – che umanizzando un po’ potremmo definire geniali ma “polemici” – all’atto pratico presentano gli stessi (non) risultati dei cani che invece non obbediscono perché proprio “non ci arrivano”. Perché non sono riusciti a capire quello che gli stavamo chiedendo. Insomma, i veri e propri “tontoloni”.
Diventa quindi difficilissimo fare una “classifica” basata solo sull’intelligenza ubbiditiva, o meglio sul suo contrario (la… “scemenza disobbeditiva”): perché bisogna essere profondi conoscitori del cane in generale, ma anche del singolo soggetto, per riuscire NOI a capire se il cane disobbedisce perché proprio non c’è arrivato, oppure se sta pensando “senti, ciccio, ‘sta cosa che mi chiedi di fare mi sembra troppo idiota per darti retta. Io ho di meglio da fare”.

genio3Ma anche se ci basassimo sull’abilità nel problem solving (che vedrebbe ai primissimi posti cani spesso definiti “stupidi”, come i levrieri o i cani nordici) potremmo incorrere in errori clamorosi: infatti certi soggetti sono molto più bravi della media nella soluzione di problemi (basta vederli all’opera negli esercizi di attivazione mentale)… ma a volte fanno cose decisamente sceme, come non valutare i rischi connessi con una certa azione.
I siberian husky sono dei veri geni (soprattutto dell’evasione): i miei, in alcuni casi, mi hanno lasciato a bocca aperta per la loro capacità di fregarmi (anche in modo organizzato, utilizzando tutto il branco). Eppure la cagna di un amico allevatore, che aveva sempre mostrato la genialità tipica della razza, un brutto giorno volò dalla terrazza di un albergo (sette piani) per cercare di prendere al volo un piccione (credo di aver già raccontato questa storia: atterrata sul tetto di una macchina, si fece parecchio male ma sopravvisse, e qualche mese dopo era di nuovo in ottima forma).
Poiché avevamo fatto vedere a tutti i cani che oltre il muretto della terrazza c’era il vuoto, si potrebbe dedurre che quella cagna fosse veramente stupida.
In realtà io credo che, come succede pure a noi in parecchi casi, abbia soltanto avuto quello che in savonese si chiama “il momento del belinone”. Quell’attimo in cui l’intelligenza proprio non viene attivata, perché sono gli istinti a farla da padroni: e se questo succede agli umani, esseri iper-razionali, figuriamoci se non può succedere ai cani, che sono sicuramente molto più istintivi di noi.

genio1Una cosa è comunque certa: l’impatto ambientale sull’intelligenza del cane non soltanto esiste, ma conta anche parecchio. Se le stimolazioni in età neonatale possono creare cuccioli superdotati, anche le esperienze di vita concorrono a fare la differenza tra “cani geni e cani scemi”.
Gli ex randagi, costretti dalle circostanze a trovare continuamente soluzioni per sopravvivere, spesso quando vengono adottati lasciano i loro umani a bocca aperta, rivelandosi intelligentissimi.
Al contrario, i cani vissuti sotto la classica campana di vetro sono spesso incapaci di cavarsela di fronte al più piccolo problema.
Se ne può solo dedurre che proteggere eccessivamente il cane (specie se cucciolo) dagli impatti ambientali concorre a limitare la sua intelligenza: il che, in molti casi, può anche renderlo più facile da gestire (avere a che fare con i cani geniali è tutt’altro che una passeggiata) e quindi fare più felici gli umani.
Se sia più felice anche il cane, è tutto da stabilire: anche quello di “felicità” è un concetto molto complesso, ed è un dato di fatto che talora una maggiore intelligenza, almeno nell’uomo, porti a minore serenità. Il cane, però, ha una mente più semplice e lineare della nostra, solitamente scevra da tante masturbazioni cerebrali: in lui sembra che un’intelligenza più spiccata abbia soltanto risvolti positivi, perché lo rende semplicemente più abile e più capace di cavarsela in circostanze diverse (oltre che più bravo a prendere per il naso gli umani).
Quella di avere un cane più o meno “sveglio” è comunque una scelta, almeno in parte: non è soltanto questione di genetica e/o di fortuna, perché molto dipende anche dagli stimoli ambientali a cui decideremo di sottoporlo (o meno).
Credo valga la pena di rifletterci, perché anche questa fa parte delle numerosissime responsabilità che ci assumiamo quando decidiamo di prendere un amico a quattro zampe.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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