domenica , 19 novembre 2017
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Esame ENCI… da due punti di vista

di FABIANA BUONCUORE E VALERIA ROSSI – PREMESSA di Valeria: Domenica 5 luglio si sono svolti gli esami del corso ENCI tenuto al Debù. Esaminatori Davide Cardia, Luca Carli e la sottoscritta. Essendo stati tutti e tre docenti del corso, in realtà conoscevamo già benissimo il livello di preparazione degli allievi.
L’esame è quasi un pro-forma, ma va fatto per benino e secondo i dettami ENCI: quindi prova scritta a test, orale solo per chi ha sbagliato una certa percentuale di domande e poi prova pratica. Avevamo 29 candidati, tra cui stavolta c’era Fabiana, sciurallevatrice e quasinuora della sottoscritta, nonché abituale collaboratrice di “Ti presento il cane”. Questo ci ha permesso di scrivere un piccolo diario del giorno dell’esame… visto sia dalla parte dell’esaminatrice che da quella dell’esaminanda. Io (Valeria) sono quella nei box verdi (sì, lo so che si capiva. Vabbe’, sempre meglio essere precisi).

Notte prima degli esami, “le bombe delle sei non fanno male”, cantava Venditti. Ecco, forse a Venditti non è crollato un orso sulla testa, la notte prima degli esami. Perché io, la notte prima degli esami del corso per addestratori ENCI, l’ho passata a casa del fidanzato. E a casa del fidanzato ci sono quaranta gradi, quindi, puccipucci quanto vuoi in inverno… ma col caldo, in due nel letto singolo non si sopravvive; dunque io mi piazzo per terra accanto al suo letto su un comodo materassino e con il ventilatore puntato contro a velocità massima.
Quella sera, però, ero un pochino preoccupata; non tanto per l’esame in sé: quello o lo passi o non lo passi, e nel secondo caso non muore nessuno.
Non ho l’abitudine di farmi le paranoie per un risultato. Stavolta, però, ripensavo a quanto mi fossi bullata con Davide Cardia: avevo preso l’abitudine di rispondere alle sue minacce di bocciatura con “tanto non mi puoi bocciare se faccio tutto giusto”, ostentando grande sicurezza.
Inutile specificare che si trattasse di uno spudoratissimo bluff.
Fatto sta che adesso avevo come obiettivo non il semplice superamento della teoria, ma anche il raggiungimento del punteggio massimo; così ero lì che rimuginavo e ripassavo mentalmente le nozioni, tentando di non dar troppo a vedere il mio essere pensierosa.
Ok, ok, “preoccupata”.
Ma non molto. I samurai non hanno paura di niente.
“Mi dai la mano?”
“Non posso, sto scomodissimo.”
“Ti prego.”
“Uff.”
Il fidanzato a quel punto si era sistemato al contrario sul suo letto, mettendo la testa nella direzione opposta al solito, per potermi dare la mano senza che gli si andasse il braccio in cancrena causa blocco circolatorio.
Finalmente ero riuscita a scacciare le preoccupazioni e non avevo più pensato all’esame.
Verso le cinque e mezza del mattino avevo cacciato un urlo primitivo sentendomi crollare addosso qualcosa. Per fortuna, prima ancora che il cervello mi si attivasse, il mio braccio aveva parato automaticamente un calcio diretto alla faccia, però non avevo potuto far nulla per ciò che mi aveva colpito al fianco.
Ladri? Mentre cercavo di mettere a fuoco la situazione, la voce del fidanzato: “scusascusascusa… è che io… girando… però sono al contrario… non mi ricordavo… scusa… ROOOOONF”
Il mattino dopo, quando sarebbe  stato in grado di articolare un discorso sensato, mi avrebbe spiegato che si era girato verso destra, dove di solito si ritrova contro il muro, non ricordando di essere girato al contrario sul letto e che quindi a destra non ci fosse il muro, ma il vuoto (e, poco più in basso, la sottoscritta).
Avevo gli occhi fuori dalle orbite ed il cuore che batteva talmente forte che mancava poco che mi girassi verso la porta della camera dicendo “avanti”.
Lui, naturalmente, aveva ripreso a russare come se nulla fosse accaduto. Io avevo perso dieci anni di vita.
Forse le bombe delle sei non faranno male, ma quelle delle cinque e mezza, fidatevi, lasciano i lividi.

Camera mia è di fronte a quella del figlio, ma io non ho sentito assolutamente NIENTE. Si vede che c’è una bella differenza tra passare una “notte prima degli esami” preoccupandosi solo di aver messo la sveglia e di alzarsi per tempo, e passarla da esaminandi in preda al panico (e con un orso sulla testa).

Mentre faccio colazione, Davide chiede a mamma Valeria Rossi: “Ce l’hai una copia delle domande? Voglio vedere a quante riesco a rispondere, anche se non ho fatto il corso.”
“Certo che ce l’ho, adesso te la stampo.”
E mi sventolano sotto il naso la prova d’esame scritta facendomi schiumare, per poi cacciarmi fuori casa a calci a far fare la passeggiata mattutina a Tonino quando  comincio ad allungare il collo verso i fogli stampati.

Io LO SO che tutti i colleghi di Fabiana penseranno che lei abbia letto le domande e che magari conosca pure le risposte. Non mi sforzo neppure di convincerli del contrario.
Però non ne sa neanche una: anzi, non sapeva neppure che ne avessi copia.
Il massimo del sadismo (mio e del figlio) è stato quello di farglielo scoprire la mattina dell’esame, cacciandola poi fuori senza che riuscisse a sbirciare neppure l’intestazione del foglio. Ghghgh… siamo bastardi dentro. No, vabbe’, si dice “onesti”.

11011212_10205864423562054_2234229050861214536_nUna volta arrivata in sede d’esame, il clima era piuttosto teso: sapevamo tutti che era impossibile copiare. Davide Cardia ci aveva detto che chi fosse stato sorpreso a farlo sarebbe stato bocciato all’istante e spedito fuori dall’aula; quindi, tutti cercavano di passarsi gli ultimi suggerimenti prima di entrare.
“Ma era Pavlov quello delle papere?”
“No, Pavlov era quello dei cani bavosi! Lorenz era quello delle papere!”
“Ma quali papere, erano oche!”
“E Skinner?”
“Skinner era quello dei topi.”
“Era sempre Skinner quello dei gatti nel problem box?”
“Oh, ma com’è che ‘sti scienziati che ci hanno dato la struttura base dell’apprendimento canino studiavano tutto fuorché i cani?”
Insomma, si cercava di raschiare il fondo del barile per accaparrarsi le ultime informazioni.
A un certo punto Luca Carli ci aveva chiamati ad accedere all’aula, come fa il contadino quando è ora di far rientrare nel pollaio le galline. Aveva in volto un sorrisetto sadico.

Il sorrisetto sadico, a Luca Carli, l’ho rapidamente trasformato IO in espressione di puro raccapriccio. Aveva la faccia più disperata degli esaminandi, il che è tutto dire.
Come ci sono riuscita? Semplice! Il poveraccio, sempre serissimo e puntigliosissimo, si era segnato con grande cura su un foglietto tutte le risposte esatte al test, per non rischiare di sbagliare quando avrebbe corretto i compiti. Ci aveva messo mezz’ora buona, controllando e ricontrollando tutte le A, B e C del caso, ed era quasi arrivato all’ultima domanda quando la sottoscritta, visto che ancora non si era pronti per iniziare, ha pensato bene di andarsi a fumare una sigaretta.
Ha allungato la manina per prendere il pacchetto che aveva posato sulla scrivania-cattedra, oltre Luca con i suoi foglietti… ma sulla traiettoria della manina c’era il bicchierino con il caffè della colazione di Luca.
SDENG, manata involontaria nel bicchierino, urlo “AHHHH! MERDAAAAA!” che ha paralizzato tutti gli esaminandi (convinti che ce l’avessi con loro)… e caffè versato, indovinate su cosa?
Esatto: tuuuttto sul foglietto di Luca con le risposte.
Sono scappata a gambe levate (con la scusa di andare a prendere Scottex in quantità industriali – e soprattutto un altro caffè – ma più che altro per evitare di essere morsa).
Luca è stato un signore e ha detto “non importa, non preoccuparti”. Però, se gli sguardi potessero uccidere, a quest’ora sarei un mucchietto di cenere pronta da spazzar via.

lucaval
Davide ci aveva ricordato ancora di non copiare. “Se siete in difficoltà, chiedete a noi, piuttosto: siamo qui apposta.”
Ecco, a quel punto uno si tranquillizza, no? Al primo dubbio, dunque, lo avevo chiamato accanto al banco.
“Scusa, Davide, non ho capito cosa significa la prima delle tre risposte tra cui scegliere.”
“Queste sono cose di cui abbiamo parlato durante il corso”, e se n’era andato.
Utilissimo, vero?
Insomma, alla fine tutti erano andati avanti col capo chino sul proprio foglio, temendo la bocciatura istantanea. Per circa un’ora. Poi il panico aveva cominciato a diffondersi, e le informazioni pure.
Io ero in prima fila, e sentivo alle mie spalle i fruscii e mormorii tipici dei suggerimenti da compito in classe.
Dopo aver ricontrollato le mie risposte (ooops… qualcuna m’è sfuggito di leggerla ad alta voce… ma è stato del tutto involontario, mica stavo suggerendo a qualcuno), alla fine avevo consegnato.

“Alla fine”, dice. C’erano circa 2000 gradi in quella saletta, e gli allievi avevano due ore di tempo per concludere la prova, ma in realtà le domande erano così semplici (per chi avesse studiato, ovvio) che un quarto d’ora sarebbe bastato e avanzato.
In realtà quasi tutti hanno consegnato entro la prima ora… tranne quattro o cinque allievi. E guarda caso, tra questi c’erano proprio i più bravi (Fabiana compresa).
Ora, io mi chiedo: non essendoci un punteggio, un vero e proprio “voto”, ma essendo sufficiente sbagliare meno di sei domande per passare alla pratica… ma PECCHE’ dovevano farci cuocere a fuoco lento nel tentativo di azzeccare proprio tutte le risposte? Li ho odiati moltissimo.

Una volta fuori, ci si confrontava sulle risposte. Alcuni tiravano sospiri di sollievo, altri pregavano, altri sghignazzavano nervosamente.
Dopo un po’ era uscita Valeria, e mi era venuta incontro. “Valeriarossi, Valeriarossi! Come sono andata?”
“Vuoi sapere quanti errori hai fatto?”
“Sììì!”
“Non te lo dico.”

Ciapa su. Mi hai fatto cuocere dal caldo? E adesso stacci un po’ tu, sulla graticola. Poi non ho resistito… perché sono troooooppo buona (anche se tutti hanno paura di me, quando faccio l’esaminatrice. Non ne capisco proprio il motivo).

Il test era di 50 domande, e si poteva fare un massimo di 10 errori: fino a sei errori si passava direttamente alla pratica, da sette a dieci si passava prima all’orale.
Non sapevo se dovessi correre a far pranzo o rimanere per l’orale, o peggio, raccattare le mie cose e dire a tutti “è stato bello ragazzi, io devo rifare il corso, vado a casa a studiare.”
Dopo la giusta suspense, però, Valeria mi si era riavvicinata mostrandomi la mano: le punte di indice e pollice si toccavano.
“Eh? Cioè?”
Valeria mi aveva guardata sconsolata. “Zero! Vuol dire zero errori! Hai fatto cinquanta su cinquanta!”
“Ma dai! Davvero? E Davide cos’ha detto?”
“Lui voleva cambiarti delle risposte per bocciarti, ma siamo riusciti a fermarlo.”

11705155_10205864408881687_8628356085174200043_nTolto il primo ostacolo, rimaneva la terribile parte pratica, che tutti sapevamo esser ricca di tranelli ed insidie: al pomeriggio erano tutti tremanti in attesa del proprio turno.
Tonino era accaldatissimo, così avevo provato a fargli la doccia. Per ricambiare la cortesia, lui aveva poi fatto la doccia a me, scrollandosi: è un classico.
Dopo un’oretta, finalmente avevo sentito chiamare il mio nome: toccava a me e Tonino, e l’esaminatore era proprio Davide Cardia.
Eravamo entrati in campo, e mentre mi tiravo dietro la porticina Davide aveva detto: “No, no, lascia pure aperto.”
Istintivamente stavo obbedendo all’ordine del “maestro”; poi, dopo mezzo passo, avevo deciso di ignorarlo ed ero tornata per chiuderlo, come ci avevano insegnato.
Promossa.

caldo

In realtà abbiamo promosso quasi tutti. Un solo esaminando ha toppato lo scritto, facendo 11 errori (e lì non è possibile dare neppure un aiutino: il regolamento ENCI parla chiaro), due sono stati “rimandati” perché l’insieme scritto traballante + pratica imperfetta ci ha suggerito di dar loro altri sei mesi di tempo per mettersi in pari con gli altri.
Faccio notare che io non ho fatto a nessuno biechi trabocchetti come quello del cancello  (e poi sarei io quella cattiva, eh!).
Devo anche dire che, con poche eccezioni, i ragazzi sono stati davvero bravi… almeno credo, perché anche fuori c’erano 2000 gradi e quindi ero leggerissimamente appannata nei giudizi.
Però no, dài, scherzo: sono stati proprio bravi. E quando gli allievi sono bravi, un po’ si possono gasare pure i maestri.
Certo, dopo un corso di 150 ore non ci si può neppure sognare di considerarsi “veri” addestratori: l’esperienza è fondamentale in questo campo e quindi servirà un bel po’ di gavetta prima di poter lavorare davvero con i cani altrui. Però le basi sono state gettate. Le fondamenta ci sono: l’importante è tenere ben presente che adesso bisogna costruirci sopra una casa.

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