sabato , 18 novembre 2017
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Pensieri cinofili (botta e risposta)

Valeria, educatrice di “Cane Docet”, un’ASD romana, mi invia una sua nota con invito a pubblicarla: lo faccio volentieri, sentendomi però in dovere di rispondere ad alcuni punti.

di VALERIA, educatrice di CANE DOCET – Mi trovo a scrivere queste righe (rischierò di dilungarmi per evitare di risultare poco chiara), perché la diplomazia è sempre stata una mia affettuosa compagna. Una compagna che porta gioia e dolori. In questi giorni mi ha portato anche una profonda frustrazione. Quindi ho deciso di scrivere un post poco diplomatico, che lascia poco spazio al confronto, almeno su alcuni temi cinofili che, a loro volta non lasciano spazio all’interpretazione.
Chiaramente non farò ne nomi ne riferimenti, perché questo vuole essere un post poco diplomatico, ma non irrispettoso, e soprattutto vuole diffamare quella che secondo me è cattiva cinofilia.
Ci sono ricascata… non “secondo me”. Vuole diffamare la cattiva cinofilia.
Nessuno di noi smetterà mai di imparare qualcosa sui cani. Nemmeno l’educatore/istruttore più competente al mondo. Io non mi sento arrivata, ma in continuo viaggio. Ma durante il percorso ho messo dei paletti che nessuno scardinerà.
Sono quei paletti che riguardano la parte del linguaggio del cane. Sui segnali calmanti non c’è discussione. Sulla loro importanza e sulla necessità di preservarli in un cane e sul cercare di “ripristinarli” in un cane che, per vari motivi può averli perduti, non può esserci un confronto. Sull’utilizzo del collare a strozzo, non tollero punti di vista discordanti. L’ho visto usare su cani con problematiche molto simili a cani seguiti da noi e recuperati senza l’utilizzo di nessuna coercizione.
Ho visto lavorare sull’aggressività inibendo al cane l’utilizzo di segnali di pacificazione verso gli altri cani. Per capirci, è come dire ad un bambino violento che non può picchiare gli altri, ma che non può nemmeno tentare di prevenire un litigio. Quindi… se non posso alzare le mani davanti ad una pistola e non posso nemmeno sparare… che alternativa mi rimane? Nessuna.
Sono ancora diplomatica. In giro ci sono ancora troppe persone che fanno cinofilia e non ne conoscono/rispettano le basi più ovvie.
Persone che usano metodi coercitivi (a volte con successo, ma creando cani educati con la paura), e che pretendono di insegnarli a proprietari inesperti che difficilmente riusciranno a punire il cane nel modo/ momento giusto.
Dare dei buonisti ai fautori del metodo gentile (che non vuol dire permissivo) è scorretto, perché, così come altri metodi, funziona, ma a differenza di altri metodi rispetta il cane.
E’ chiaro, ogni situazione è a sé.
Non posso stare qui a parlare di tecnicismi… non lavoro solo con sorrisi e cibo con tutti i cani.
Sono amareggiata perché in Italia l’importanza della cinofilia è minata dalla non conoscenza. La mia convinzione è che l’uso della coercizione è da vigliacchi, ma soprattutto è tipico di chi non è aggiornato e preferisce vie più brevi e “semplici”.
Ai cani bisogna spiegare delle alternative: in questa situazione non puoi mordere, scegli di fare altro, ad esempio.
Purtroppo non posso evitare di essere vaga, altrimenti questo mio scritto diventerebbe un manuale.
Il mio consiglio è di diffidare da coloro che vi propongono di addestrare il vostro cane in vostra assenza. Una volta tornato in famiglia potrebbe compiere gli stessi errori di prima. Un educatore deve dare degli strumenti ai proprietari, coinvolgerli il più possibile nell’educazione del proprio cane, perché saranno loro a doverlo gestire. Continuerò sempre ad assistere a seminari e so per certo che troverò persone con cui confrontarmi serenamente e che, come me, hanno voglia di arricchirsi e di imparare.
Ma sono demoralizzata, perché tutti dovremmo avere una stessa base da cui partire, per poi sperimentarci ed imparare. Questa base è il rispetto per il cane.
Continueremo tutti a studiare, ma la direzione deve essere la stessa per tutti. Questa direzione non può essere la coercizione, in qualsiasi sua forma.

P.S. Invito coloro che usano il collare a strozzo a provarlo prima su se stessi. Certo, ad alcuni potrebbe piacere, ma a questi consiglio di usarlo nella propria intimità, non sul collo di un cane.

RISPOSTA di VALERIA ROSSI – Cara omonima, come non convidere il tuo pensiero sull’importanza del rispetto per il cane? Peccato che, ancora una volta, il concetto di “rispetto” si traduca in pregiudizio su uno strumento, anziché sul modo di usarlo.
La frase “sul collare a strozzo non tollero punti di vista discordanti” mi sembra decisamente indicativa del fatto che  si tratti proprio di pregiudizio legato forse alla tua formazione, o forse al fatto che tu abbia assistito ad un uso violento (e come tale sicuramente inaccettabile) dello stesso. Però non puoi dire di “non tollerare punti di vista discordanti” senza conoscere (ed evidentemente tu non li conosci) i molti (sì, molti) modi di utilizzare un collare a strangolo non soltanto rispettando il cane, ma anche aiutandolo a capire meglio ciò che gli chiediamo. Per quanto la cosa mi piaccia poco, credo proprio che sarò costretta a pubblicare nei prossimi giorni qualche video che spero ti renderà più chiaro ciò che intendo dire.
Un altro punto sul quale non mi trovo del tutto d’accordo è quello in cui suggerisci di diffidare di chiunque proponga di lavorare con un cane in assenza dei proprietari. Per carità, è verissimo che in alcuni casi questa proposta viene fatta solo per poter agire in modo coercitivo e violento senza che nessuno veda… ma è altrettanto vero che a volte i problemi comportamentali di un cane sono così strettamente legati agli errori dei proprietari, che l’allontanamento è un passo quasi indispensabile per riuscire a porre rimedio. Personalmente non lavoro più così, ma solo perché non ho più la possibilità di farlo (ovvero, non ho più le strutture adatte per farlo): ma l’ho fatto in passato e ti assicuro che non l’ho mai fatto per poter “agire di nascosto”, ma proprio per togliere a quel cane il problema più grave che stava vivendo, e cioè la presenza di proprietari incapaci e dannosi.
Certo, il cane tornato in famiglia potrebbe tornare quello di prima… ma ovviamente, una volta sistemato il problema del cane, si dovranno anche affrontare quelli degli umani, spiegando loro perché e percome abbiano sbagliato e come debbano comportarsi da quel momento in poi. Però un conto è farlo con un cane tuttora problematico e “difficile”, un altro è farlo con un cane che è tornato sereno, docile e collaborativo: ti assicuro che c’è una grandissima differenza, perchè chi “vive male” il proprio cane è assai meno disposto ad ascoltare e soprattutto a capire.
Come vedi – e come spero che imparerai anche tu col tempo – in cinofilia il “tutto bianco o tutto nero” non esiste: tu, pur dicendoti disponibile al confronto, hai alcuni pregiudizi che a mio avviso dovresti superare, se vuoi avere davvero a disposizione tutte le “armi” necessarie a rendere migliore la vita di cani e umani.
Così come hai visto cose veramente improponibili (inibire i segnali calmanti è veramente da folli!), spero tu possa vedere cose che ti facciano aprire un po’ la mente verso l’uso rispettoso e competente di metodi o strumenti che oggi come oggi hai inserito sulla lavagna dei “cattivi” senza possibilità di replica. Di “buono” o di “cattivo”, lo ripeto per la milionesima volta, non c’è nessuno strumento, ma solo il modo in cui viene usato. Dovresti imparare a spostare la mira sulle persone, anziché sulle tecniche: perché è nelle persone, e non in un collare piuttosto che un altro, la vera differenza tra buona e cattiva cinofilia.

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