lunedì , 20 novembre 2017
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Caso di Livorno: i linciaggi mediatici non sono ammissibili

di VALERIA ROSSI – Avevo dodici anni, e l’epagneul breton Whisky era il primo cane della mia vita. L’avevo desiderato tanto che mi sembrava un miracolo averlo accanto: vivevamo in simbiosi e ci adoravamo a vicenda. Eppure, un giorno, mentre stavo facendo i compiti (probabilmente ero alle prese con qualche esercizio di matematica, materia con la quale ho litigato per tutta la vita), Whisky cominciò a darmi zampate e musate perché voleva giocare… ed io, esasperata, feci una cosa di cui sento il rimorso ancora oggi: dopo aver tentato in ogni modo di fargli capire che non era il momento e che doveva lasciarmi studiare, persi letteralmente la testa e gli tirai un’orecchia con forza.
Il “CAIIIINNN!” disperato e incredulo che lanciò il mio cane – che mai si sarebbe sognato che io potessi fargli volutamente del male – risuonò nelle mie, di orecchie, per anni ed anni: non solo scoppiai immediatamente a piangere dopo aver commesso quell’atto cattivo e stupido… ma mi è venuto da piangere per decenni, se solo mi azzardavo a ripensarci.
Certo, ero solo una bambina; certo, non ho mai più fatto nulla di lontanamente simile in vita mia; certo, non ho ammazzato nessuno.
Però ho fatto una cosa di cui mi vergognai profondamente allora e di cui mi vergogno ancora adesso: uno scatto d’ira che mi ha fatto perdere completamente il lume della ragione. Non è stato neanche l’unico, durante la mia vita (come penso sia successo pressoché a chiunque): ma è stato sicuramente quello di cui mi sono pentita di più, quello che mi ha fatto sentire peggio.
Perché racconto questo aneddoto, che avevo seppellito il più profondamente possibile nel mio subconscio? Perché ieri mi ha telefonato una carissima amica che abita a Livorno e che, guarda caso, è amica anche del ragazzo che ha sparato al cagnolino Snoopy sul balcone, uccidendolo.
Mi ha raccontato che l’autore dell’orribile gesto è disperato, distrutto, pieno di rimorsi: non solo è assolutamente vero che non avrebbe mai pensato di uccidere, ma non avrebbe mai pensato neppure di poter sparare quel colpo verso un cane, perché i cani li ama moltissimo.
Ma allora, che è successo?
E’ successo che era sotto pressione, sotto stress, sotto tutto quello che si può avere di negativo nella vita: ha perso il padre da poco, sta facendo turni massacranti di un lavoro pesante, era stanco morto e avrebbe dovuto riposare, ma l’abbaiare incessante di Snoopy glielo impediva.
Così ha semplicemente perso la testa, punto e basta. Ha preso quella dannata carabina (che aveva acquistato sperando di eliminare i topi che infestano un suo pezzetto di terra, senza ucciderne nessuno perché anche quando li colpiva i topi scappavano via apparentemente incolumi) e ha tirato quel dannatissimo colpo in direzione del cane.
Appena ha sparato si è sentito malissimo, anche se non pensava assolutamente di aver fatto troppo male al cane, perché Snoopy è scappato dentro casa: soltanto il giorno dopo ha scoperto che era morto, perché un pallino gli aveva trafitto l’aorta.
E per lui è stato un incubo, ancor prima che iniziasse il linciaggio mediatico a cui è tuttora sottoposto.
Lo giustifico, lo difendo? Assolutamente no.
Però… diciamo che le cose, sentite “dal vivo”, sono un po’ diverse da come le si legge sui giornali. La mia amica mi ha raccontato di avergli telefonato per capire come potesse essere successa una cosa simile, visto che lo conosce molto bene e da molto tempo e – mi ha detto – “non esisterei un secondo a lasciargli i miei cani, perché so quanto bene vuole agli animali”.
Lui è scoppiato immediatamente a piangere (“sono rimasta impressionata da tanta disperazione: è un ragazzone di quasi due metri, non ti aspetteresti mai di sentirlo piangere come un bambino“), le ha detto che non riesce a dormire, che si è reso conto che avrebbe potuto fare lo stesso gesto verso chiunque, perfino verso un umano, perché in quel momento non ci stava proprio con la testa.
E infatti ha chiesto l’aiuto di uno psicologo.
Questo, a mio avviso, non è il ritratto di un mostro: è il ritratto di una persona che per un attimo ha perso il lume della ragione e che l’ha recuperato subito dopo.
Certo, era tardi: Snoopy non potrà tornare in vita. Però non torna in vita neppure infierendo contro il colpevole, neppure urlandogli “assassino”, neppure augurandogli di crepare e via con tutto il repertorio standard delle maledizioni su Facebook e dintorni.
Come ben sa chiunque segua questo sito, io detesto i linciaggi anche quando il destinatario se li merita in pieno, perché magari ha fatto qualcosa di crudele con la piena consapevolezza e la volontà di farlo: ma in questo caso non c’era né l’una, nell’altra cosa.
E’ stato il classico raptus, quel momento in cui il cervello si spegne e si fanno cazzate che a volte possono avere conseguenze drammatiche, ma assolutamente non previste e tantomeno volute.
Per questo credo che infierire su chi sta già abbastanza male da solo (tant’è che si è costituito) sia uno sfogo forse comprensibile, ma inutile e potenzialmente molto dannoso: perché quando una persona è già dilaniata dai sensi di colpa, continuare a dargli addosso può fargli davvero molto male.
E a me non sembra il caso di rovinare la vita di un essere umano perché ha fatto una cazzata, anche se gravissima, anche se imperdonabile.
Perché il punto è che lui non voleva uccidere: addirittura non pensava neppure di ferire.
Forse sono più colpevole io, che ho tirato le orecchie al mio cane proprio con l’intento di fargli male. E non posso fare a meno di ripensarci, mettendomi nei panni di questo ragazzo, perché io ho provato davvero un rimorso insostenibile, per anni, per un semplice cain.
Quindi non oso immaginare cosa stia provando lui, e non credo proprio che sia giusto girare ulteriormente il coltello nella piaga (come stanno facendo in molti, soprattutto a Livorno ma non solo: adesso  lo stanno  addirittura additando come responsabile di alcune polpette avvelenate trovate qualche tempo fa… e se si va avanti così probabilmente diranno che è stato lui pure a tirar giù le torri gemelle).
Sia chiaro: non lo giustifico e non lo scuso. L’ha fatta grossa, anzi enorme.
Però esiste una legge, esiste la possibilità (per quanto remota) di una punizione: ma soprattutto esistono i sensi di colpa che sta già provando anche da solo… e me pare che possa bastare.
Non so a voi.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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