domenica , 19 novembre 2017
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Psicofarmaci: uno psichiatra umano riapre le discussioni

di VALERIA ROSSI – Se c’è una “storia infinita” in cinofilia, oltre alla diatriba collare-pettorina, è quella relativa all’uso di farmaci psicotropi nel cane.
Da un lato abbiamo infatti i “favorevolissimi”, quasi tutti veterinari comportamentalisti formati/forgiati da una scuola che tende a farne amplissimo uso, e dall’altro lato (che comprende anche molti veterinari) i “fieramente contrari”, secondo i quali utilizzare psicofarmaci è sempre e comunque una sconfitta.
In mezzo troviamo i “possibilisti” (assai meno numerosi degli altri due), che ritengono che sì, si debba cercare il più possibile di evitarne l’uso, ma che sia assolutamente corretto utilizzarli in caso di malattia psichiatrica conclamata.
L’ultima discussione riguarda un video che riporta l’intervista ad uno psichiatra umano al quale un istruttore cinofilo ha consigliato di utilizzare il Prozac sul suo cucciolo di beauceron “per aprire un canale di comunicazione”. Questa è l’intervista:

Il video, che nei giorni scorsi è stato postato anche nei commenti all’articolo “Questa notte ho fatto un sogno” di Andrea Fagnon, ha sollevato un mare di polemiche. Si contesta il fatto che il dottor Antonio Parolin (Perito Psichiatra del tribunale di Verona e Ufficiale Medico del Corpo Militare della Croce Rossa) sostenga di “non sapere nulla dei neurotrasmettitori del cane” (ma lo sappiamo noi: sono gli stessi dell’uomo!), che la prescrizione sia stata fatta arbitrariamente da un istruttore cinofilo (che mai al mondo dovrebbe permettersi di prescrivere alcun tipo di farmaco) e che non ci sia stata alcuna visita comportamentale. Tutto vero, per carità: nel caso specifico sembrerebbe trattarsi solo di qualcuno che si è esibito in un clamoroso esempio di abuso di professione.
Peccato che proprio ieri – quando si dice la combinazione! – a me sia arrivato su FB, da parte di un amico “al di sopra di ogni sospetto” (cinofilo di lunghissima data, istruttore di Protezione civile e soprattutto persona serissima, che mai si sognerebbe di lanciar strali senza prove certe) il seguente, conciso messaggio:

Non mi dilungo troppo. Veterinaria comportamentalista: beagle di 18 mesi. Ansia da separazione, sporca in casa in due posti. Terapia: ANAFRANIL e di primo acchito, per “metterlo tranquillo e togliere lo stress”, 5 valium in una sola dose. Ovviamente non ha risolto un c….
Cane rincitrullito che ora, anche se sta con una persona che non sia la sua padrona, ulula …

psyco1Anche questo messaggio l’ho postato nei commenti, in risposta a chi obiettava che il caso dello psichiatra fosse del tutto avulso dalla medicina comportamentale.
Perché qui, invece, si tratta proprio di una veterinaria comportamentalista.
Ed è un veterinario comportamentalista anche quello che ha prescitto il Prozac al cucciolo di quattro mesi che tirava al guinzaglio (visto personalmente), così come è una veterinaria comportamentalista (famosa) quella che ha somministrato per anni – senza peraltro risolvere assolutamente nulla – fluoxetina e buspirone al simil-jack dominante e furbetto che aveva capito di poter gestire tutta la sua famiglia a suon di ringhi e morsi (risolto in un mese dopo l’intervento di un cinofilo competente… ma prima ci sono voluti tre mesi di svezzamento dal farmaco.
E tra casi visti personalmente e testimonianze altrui potrei andare avanti per una decina di pagine.
Ma non credo serva e credo che basti dire la pura – purtroppo – verità: e cioè che i comportamentalisti capaci di ricorrere al farmaco solo in caso di effettivo bisogno (ammesso e non concesso che questi casi esistano… ma su questo torneremo tra poco) sono un’esigua minoranza.
Per tutti gli altri lo psicofarmaco è la panacea capace di ridurre (almeno in qualche caso, non sempre) il sintomo (ma senza MAI curare la causa) e quindi di ripristinare l’omeostasi: dei proprietari, però.  Quella del cane… non si sa.
No, non è una battuta: non si sa in senso letterale, visto che non esiste, al momento, alcuna sperimentazione  mirata (tranne quella che si sta facendo proprio sui nostri cani!), né alcuno studio scientifico che possa provare al di là di ogni dubbio l’effetto del farmaco sulla mente del cane.
Proprio come in medicina umana, si ragiona per percentuali (solo che in umana la sperimentazione iniziale è stata fatta, e qui no): se ha funzionato tot volte, allora vale la pena di provare.
Nessuno, però, ci dice mai quello che succede nei casi in cui non funziona. Anche perché, nel cane, proprio NON SI SA.
In umana, invece, si sa: su Pharmamedix, per esempio (fonte tutt’altro che faziosa/fanatica), troviamo questa descrizione degli effetti collaterali da SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors, ovvero  Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina, come è appunto la fluoxetina, principio attivo del Prozac):

Nei trial clinici gli effetti collaterali con un’incidenza >/= 2% e almeno doppia rispetto al gruppo placebo sono stati: diminuzione dell’appetito, tremore, sudorazione, ipercinesia, atteggiamento ostile, agitazione, labilità emotiva, incluso pianto, fluttuazioni dell’umore, autolesionismo, ideazioni suicidarie, queste ultime soprattutto in pazienti con depressione maggiore.
La sospensione degli SSRI, soprattutto se condotta in modo non graduale, può essere associata a sindrome da astinenza caratterizzata da sintomatologia gastrointestinale (nausea, vomito, disturbi della motilità intestinale), neurologica (parestesia, sensazione di instabilità, vertigini, cafalea, tremori, distonie, sensazione di diminuzione della forza, dolori muscolari) e psichica (ansia, disturbi del sonno, aggressività e irritabilità, tristezza, istabilità umorale, stanchezza, vampate di calore).

Ora, mi dite quanti esseri umani (proprietari, educatori o veterinari che siano) sono in grado di capire se il loro cane sta meditando il suicidio? La verità è che non sappiamo neppure se il cane abbia idea di cosa sia un suicidio!
Ma è indubbio che in lui può manifestarsi una depressione: quindi la sua forma mentale potrebbe diventare quella di un aspirante suicida, che però non sa come ci si suicida.
Vi viene in mente qualcosa di più aberrante? A me no.
Eppure la fluoxetina viene suggerita con inquietante regolarità da un numero veramente elevatissimo di veterinari comportamentalisti… per tacer di chi la suggerisce senza essere neppure veterinario: e se è vero che questi personaggi andrebbero denunciati, è anche vero – sicuramente vero, perché ne ho le prove certe – che c’è qualcuno che gli dà retta. Poi questo qualcuno, per ottenere il farmaco, dovrà pur passare per il veterinario (sempre che non trovi un farmacista altrettanto scorretto che glielo dà senza ricetta…): ma siccome la formazione dei vet comportamentalisti è tutta improntata alla farmacologia, sono assolutamente certa che la fluoxetina venga distribuita come se si trattasse di caramelle.
Comunque: avendo già scritto molti altri articoli sull’argomento “psicofarmaci”, e non intendendo ribadire per l’ennesima volta le stesse cose, preferisco passare alla domanda da cento milioni di euro.

Esistono davvero casi in cui la somministrazione di psicofarmaci si riveli indispensabile, tanto da poterne ignorare i possibili effetti collaterali perché il gioco vale comunque la candela?

Per rispondere prendo spunto da uno scritto in cui un veterinario descrive così la patologia comportamentale:

Il comportamento di un animale è la capacità di adattarsi alle modificazioni di un ambiente circostante che definiremo plasticità comportamentale. L’organismo riceve delle informazioni dall’ambiente esterno e le analizza attraverso i suoi sistemi emozionali e cognitivi, che possono variare al modificarsi dello stato neurofisiologico, metabolico ed endocrino. Il risultato è la produzione di una risposta comportamentale adeguata a quel contesto.
La patologia è quindi definita una perdita della plasticità comportamentale, legata all’installarsi di stati patologici mentali (fobia, ansia, depressioni, variazioni dell’umore, destrutturazione delle sequenze comportamentali) conseguenti a processi patologici mentali (sensibilizzazione, anticipazione emozionale, inibizione patologica, ecc.).
L’animale patologico è bloccato nelle sue capacità di adattamento, e di conseguenza la concentrazione, lo stoccaggio delle informazioni, cioè la memorizzazione, e l’apprendimento ne risultano diminuiti. L’animale ha quindi una difficoltà ad interagire con l’ambiente circostante, interferendo con le normali attività sociali e mettendo a repentaglio la conservazione propria e della sua specie. La sua patologia è responsabile di un irrigidimento comportamentale con l’ambiente circostante, una cristallizzazione delle risposte dove l’instabilità emozionale sovrasta le capacità cognitive: è la perdita dell’omeostasi sensoriale, cioè dello stato di equilibrio emozionale.

Avete letto bene? La perdita dell’omeostasi viene considerata tout court come patologica!
Ma l’omeostasi sensoriale/emozionale la perdiamo tutti (animali e umani) ogni volta che ci spaventiamo; ogni volta che litighiamo con qualcuno (anche su FB…) ; ogni volta che ci girano le palle.
Saremmo, quindi, tutti patologici? Lanciamo una nuova campagna elettorale al grido di “più Prozac per tutti?”
Ovviamente sarebbe pura follia.
Per ritrovare l’omeostasi ogni organismo ha i suoi mezzi, le sue armi di difesa, le sue capacità di recuperare autocontrollo e di concentrazione (il famoso coping!): e nel caso del cane, almeno in nove casi su dieci, è possibile aiutarlo semplicemente con tecniche di modificazione comportamentale (quali la desenbilizzazione, il controcondizionamento, l’abituazione ecc.) che non comportano alcun uso di farmaci. Più spesso ancora basta intervenire sul rapporto cane-padrone affinché tutto si risolva… certo, non “magicamente” e non in cinque minuti: ci vuole impegno, ci vuole fatica e ci vuole tempo.
Ed è proprio questo che rende il farmaco così appetibile per molti proprietari: il fatto che aggiri l’ostacolo dell’impegno e della fatica. Però si tratta di un’illusione, e per di più di un’illusione pericolosa.
Vado ancora oltre: esistono vere e proprie malattie psichiatriche, nel cane, che non si possano ricondurre ad una semplice alterazione dell’omeostasi?
La risposta è un chiaro e deciso NO.
Spesso vengono diagnosticate come “malattie” delle alterazioni non del comportamento normale del cane,   ma di quello che per i proprietari dovrebbe essere un “comportamento normale”!
Un altro dei casi che mi sono capitati sotto gli occhi è quello di un cucciolone di cane corso a cui è stata diagnosticata una sindrome da iperattività/deficit di attenzione (quella che viene chiamata ADHD nel bambino, e HS/HA – ipersensibilità e iperattività nel cane), con conseguente prescrizione di farmaci psicotropi.
Ma l’iperattività in un cane di sei mesi è una condizione assolutamente normale!
E chiunque abbia mai lavorato con un cane corso sa benissimo che la sua soglia di attenzione sta… nell’ordine dei nanosecondi (scherzo: ci manca solo che qualcuno mi prenda alla lettera).
Come per altri molossoidi, il segreto per ottenere qualcosa da lui è quello di fare tante brevissime sedute di educazione/addestramento, perché per più di qualche minuto il cane non riesce a mantenere alta l’attenzione. In altre parole: a questo cane era stato suggerito di utilizzare il (solito) Prozac per una “patologia” che si dovrebbe definire “sindrome dell’essere un cucciolo di cane corso“!

psyco2Per onestà devo dire che in letteratura si parla anche di casi di iperattività effettivamente patologici: cani caratterizzati da una vera e propria ipertrofia dell’attività motoria e dalla totale mancanza di freni inibitori e di processi di abituazione. Questi cani non riescono a terminare spontaneamente un’azione, salvo per sfinimento, e sembrano incapaci di acquisire i normali metodi di apprendimento.
La stessa letteratura, però, parla anche di possibili soluzioni esclusivamente comportamentali, solitamente (e ci risiamo!) di lunga durata: quindi il farmaco è quasi immancabilmente superfluo e può avere solo la funziona di “coaduivante”… ma per chi?
Come sempre, per i proprietari e/o gli istruttori: infatti non risolve il problema del cane, ma si limita ad attenuare i sintomi. E a questo punto mi sembra giusto aggiungere che in 40 anni di cinofilia, personalmente, ho incontrato UN solo caso che si potesse ricondurre davvero ad una sindrome HS/HA, contro una decina di casi nei quali essa era stata diagnosticata in cani normalissimi, come il cucciolone sopracitato.
Infine (poi smetto, giuro: ho scritto un papiro) esistono i casi in cui la patologia comportamentale è legata a malattie organiche che però non sono direttamente collegate alla psiche: affezioni endocrine, dermatologiche, algogene possono scatenare reazioni anomale (soprattutto aggressività) che richiedono sicuramente una terapia… ma non a base di psicofarmaci, bensì di farmaci mirati a risolvere il vero problema. Tra l’altro questo problema dovrebbe poter essere individuato ed affrontato dal “normale” veterinario, senza neppure bisogno di ricorrere al comportamentalista.
Con questo sto forse dicendo che la figura del veterinario comportamentalista è inutile o superflua?
No, assolutamente no: pur essendo presente praticamente solo in Italia, questa figura potrebbe essere davvero un riferimento importante, qualora:
a) i relativi gli studi comprendessero ANCHE l’analisi delle doti (e dei “difetti”, se così vogliamo chiamarli) caratteriali di ogni razza, senza limitarsi a parlare di un “cane” generico che in realtà non esiste (o non esiste più);
b) si tenesse maggiormente conto delle caratteristiche individuali (di cani… e proprietari!), anziché fiondarsi sulla panacea generica;
c) venissero studiate a fondo le possibili terapie comportamentali alternative al farmaco, mentre a quanto mi risulta (e vi assicuro che ho letto e analizzato decine e decine di prescrizioni) i vet comportamentalisti non vanno quasi mai oltre le solite regolette della RSG;
d) ci fosse più collaborazione tra vet comportamentalisti ed addestratori/istruttori, mentre oggi sembra che il rapporto esista soltanto tra vet ed educatori. Posso infilarci la malignata? Sì, ce la infilo perché purtroppo sembra avere basi piuttosto realistiche: l’impressione è questa collaborazione manchi perché addestratori e istruttori riescono quasi sempre a risolvere il problema senza ricorrere al supporto medico. Però qui devo anche dare un colpo alla botte, dopo averlo dato al cerchio: ci sono casi in cui l’addestratore/istruttore manca dell’umiltà necessaria a capire che la sua tecnica da sola non basta e che un supporto medico (o almeno un consulto in più!) potrebbe essere di grande aiuto;
e) avessimo tutti, ma proprio TUTTI, meno pregiudizi, competenze più ampie e soprattutto più desiderio di aiutare i cani, anziché quello di “far bella figura” (per tacer del lato economico, eh… ) con i proprietari.

E adesso… si aprano le danze: ovvero, diamo pure via alle discussioni, che saranno probabilmente molto accese. Ma solo con il confronto (e magari con un po’ di autocritica, quando è il caso) è possibile crescere!

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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