mercoledì , 18 ottobre 2017
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Cappuccetto rosso, ci hai rovinato!

di VALERIA ROSSI – Ho letto ieri, in uno dei ticket del “supporto cinofilo”, una storia che mi ha fatto saltare in aria come se mi avessero infilato un petardo sulla sedia. Da sola in casa, come una scema, mentre leggevo ripetevo ad alta voce: “Cretina! Imbecille! Ma come si fa! Licenziatela! Cacciatela!”
Con chi ce l’avevo? Con una maestra.
Ebbene sì.
Una maestra di scuola materna: quella di un bambino di neppure cinque anni, che chiameremo Andrea (intendo tutelare la privacy di tutti e quindi non faccio nomi reali) e che fino a ieri adorava tutti gli animali, tanto che i suoi genitori stavano dandosi da fare per prendergliene uno “giusto”. L’avevano già scelto: cagnone-one-one, ma tenerone e patatone. Solo che hanno dovuto rinunciare, almeno per il momento, perché Andrea è diventato improvvisamente cinofobo.
Ma cinofobo di brutto, eh? Ha il Sacro Terrore di qualsiasi cane, scoppia a piangere appena ne vede uno.
E che diavolo sarà mai successo, per causare un simile sconvolgimento?
In realtà di cose ne sono successe due: la prima è stata che un cane, all’uscita da scuola, ha abbaiato proprio in faccia al bambino. Lui si è spaventato, ma la mamma gli ha spiegato tranquillamente che il cane “voleva solo salutarlo”: Andrea ci ha creduto ed è tornato fiducioso e sereno… finché, qualche giorno dopo, non gli è letteralmente esplosa la cinofobia. E agli increduli genitori ha spiegato che la maestra, a scuola, aveva raccontato che un cane aveva mangiato una bambina.
Da qui i miei salti sulla sedia e i miei insulti a raffica (con Samba che mi guardava allibita, col fumetto sulla testa che diceva “Ma ce l’hai con me? Non ho fatto niente…”).

cappuccetto2Ho risposto alla mamma epurando un filino (ma neanche troppo) le mie emozioni, dicendole comunque che quella maestra avrebbe dovuto essere richiamata severamente: ma quando mi è arrivata la contro-risposta, non ho più saputo se ridere o se piangere.
La maestra, infatti, aveva semplicemente raccontato a scuola… la favola di Cappuccetto Rosso! E aveva pure ribadito più volte che il protagonista era un lupo e non un cane.
A questo punto, però, una mamma (che quella di Andrea dice di aver sempre definito “Aquila” per la sua apertura mentale…) ha spiegato al figlio che i cani sono altrettanto pericolosi dei lupi. Gli altri bambini hanno sentito, e adesso – dice la mamma di Andrea – “la paura dei cani si è diffusa per tutta la scuola… una vera e propria epidemia!”
Per fortuna la scuola stessa si è dimostrata molto disponibile: il mese prossimo ospiteranno una fattoria didattica che porterà i propri cani per insegnare ai bimbi come approcciarsi.
Però, personamente, non sono poi così convinta che questo basterà a risolvere il problema.
E vi spiego perché non sono convinta: perché il mio, di figlio, ha vissuto un’esperienza molto simile, quando aveva la stessa età di Andrea (anzi, qualcosina in meno).
Io sono savonese, quindi “bestia di mare”: ma quando Davide era piccolo vivevo in collina, dove allevavo i miei cagnoloni, e il mare lì non c’era. Siccome il mare io lo adoro, e avrei voluto che il figlio maturasse la mia stessa passione, quando aveva quasi quattro anni feci la grandissima cavolata di lasciarlo per una settimana a mia zia, che stava proprio a Savona, in modo che lo portasse in spiaggia (quell’estate io non potevo mollare l’allevamento per troppi giorni di fila, essendo rimasta senza ragazza di canile).
Bene: quella grandissima c&k§@sjxy di mia zia, pace all’anima sua, visto che il bambino prendeva troppa confidenza con l’acqua e che lei si sarebbe sentita responsabile nel caso fosse successo qualcosa, cominciò a sciorinargli storie di annegati nel tentativo di renderlo “un po’ più prudente”.
Risultato: mio figlio non è mai più voluto venire al mare.
Se ce lo portavo di peso restava a cinquanta metri dall’acqua (col magone, da piccolo: bestemmiandomi allegramente dietro quando cominciò a crescere) ed è entrato per la prima volta in piscina a diciotto anni: ma non perché si fosse convinto, bensì perché avevamo fatto un frontale in auto e i medici gli avevano prescritto obbligatoriamente il nuoto per risistemare i danni alla colonna vertebrale.
Senza quell’incidente credo che non avrebbe mai imparato a nuotare: e comunque, pur sapendolo fare ormai benissimo, ancora oggi se gli chiedo di venire al mare trova tutte le scuse del mondo (e anche qualcuna in più) per rifiutare.
Eppure vi assicuro che ho fatto l’impossibile per rimediare a ciò che aveva combinato la zia: anche se ho commesso l’errore di sottovalutare inizialmente la cosa e di credere che avrei potuto riuscirci da sola, ragion per cui non ho consultato subito uno psicologo infantile (per questo ho suggerito alla mamma di Andrea di farlo al più presto).

cappuccetto1Questa storia ci insegna due cose: la prima la sapevamo già tutti, credo, ed è che Cappuccetto Rosso non è una favola adatta ai bambini. Tantomeno quando è corredata da immagini splatter/horror (e cioè molto spesso).
Nonostante sia evidentemente un invito rivolto alle ragazzine a non fidarsi dei maschi (secondo alcune interpretazioni è più che altro un invito a non battere i marciapiedi: la “fanciulla nel bosco”, come si legge su Wikipedia, è uno stereotipo che in molte culture viene associato alla prostituzione, e nella Francia del XVII secolo – epoca in cui è stata scritta la favola – la “mantellina rossa” era un segnale esplicito in questo senso…), l’unico effetto che ottiene sui bambini di oggi è quello di creare cinofobia.
Nessuna ragazzina ha più paura delle mestruazioni (altro possibile significato recondito della mantellina rossa) e quindi della maturità sessuale: e il lupo non viene certamente associato alla figura maschile, ma a quella che in realtà gli somiglia di più, e cioè quella del cane.
La seconda cosa che possiamo imparare da questa storia è che i traumi psichici ricevuti in età prescolare si fissano in modo dannatamente resistente.
Proprio come succede ai cuccioli durante i “periodi sensibili”, il bambino che riceve una “messa in guardia” traumatica verso un ipotetico pericolo ne resta  condizionato molto, ma molto a lungo.
Quindi insegnanti e genitori non dovrebbero mai e poi mai spaventare i bambini con storie di kanikattivi, esattamente come non dovrebbero usare metafore terrificanti come quella dell'”uomo nero”, che per fortuna è quasi scomparsa.
Invece Cappuccetto Rosso rimane, purtroppo. E continua a far danni.

cappuccetto3Ogni volta che leggo articoli cinofobi come quelli che spesso commento da questo sito, io mi chiedo se la mamma del giornalista, quand’era piccolo, gli avesse mai detto “Non toccare quel cane, che ti mangia”.
Da oggi mi chiederò anche se non gli abbiano letto Cappuccetto Rosso: che da solo, magari, non è in grado di fare danni così gravi (ce lo siamo cuccato tutti, da piccoli, e per fortuna il mondo non è diventato tutto cinofobo)… ma basta “l’Aquila” di turno, che faccia fare al subconscio dei bambini il collegamento lupo-cane, e la frittata è fatta.
Tanto da avere, come in questo caso, una vera e propria epidemia di paura dei cani.
E allora, magari, evitiamo di raccontare ai bambini ‘sta favola del cappero.
E ovviamente non diciamo neppure mai a nessun bambino “non toccarlo, che ti mangia”.
Se proprio abbiamo paura che nostra figlia finisca sul marciapiedi, spaventiamola con l’AIDS o con Jack lo Squartatore, che almeno era un uomo reale e non metaforico.
Ricordiamo, soprattutto, che i bambini cinofobi sono quelli che corrono maggiormente il rischio di essere morsi, perché scappare e strillare di fronte a un cane significa stimolare il suo impulso predatorio.
I bambini vanno educati a rapportarsi in modo corretto con i cani facendogli anche presente che il cane può esprimersi solo attraverso la bocca, e quindi, se disturbato, può mordere.
Ma di mangiare i bambini, per carità, evitiamo di parlare.
Già ci pensano i comunisti… almeno i lupi e i cani, lasciamoli in pace.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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