venerdì , 24 novembre 2017
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E’ morto un cane: cosa dire (e cosa NON dire) ai suoi umani

di VALERIA ROSSI – Dovrei iniziare questo articolo con un “ogni riferimento (alla recente scomparsa di Rebecca) è puramente casuale”: in realtà è davvero “quasi” casuale, nel senso che ovviamente lo spunto me l’ha dato proprio questo fatto… ma non mi riferirò a qualcuno in particolare e nessuno deve sentirsi toccato personalmente.
Detto questo, è anche evidente che ci sono mille modi diversi di sentire la scomparsa di un cane (così come ci sono mille modi diversi di sentire quella di un umano) e che ciò che scriverò qui non può valere di certo in assoluto: non so neppure se valga per Fabiana (l’umana di Rebecca, per chi ancora non lo sapesse).  Vale per me.
Sono le cose che mi farebbe (e che purtroppo mi ha fatto, più volte) piacere o dispiacere sentirmi dire, ma che magari sono diverse da quelle che farebbero piacere o dispiacere ad altre persone.
Il mio vuole essere soprattutto un invito a riflettere magari un pochino, prima di parlare o di scrivere: perché a volte si rischia di fare più male a chi invece si vorrebbe aiutare/consolare.

compassione2a) quella di tacere è sempre una bella scelta… se c’è empatia
Basta uno sguardo, basta una mano sulla spalla o un abbraccio, se si è molto in confidenza (però non a tutti piace essere toccati): non c’è bisogno di tanti discorsi.
L’importante è che si senta che l’altra persona ti capisce, che sa quello che stai provando e che rispetta il tuo dolore.
Se “tacere” diventa sinonimo di “infischiarsene palesemente di come ti senti”, allora è un’altra cosa: ma siccome, pur essendo animali prevalentemente blateranti, siamo ancora capaci anche di esprimere sentimenti con gli occhi o con il linguaggio del corpo, la differenza si nota benissimo.
Se proprio si vuol dire qualcosa, “ti capisco” o “mi dispiace” sono le parole più giuste. Forse le uniche giuste. Basta che siano vere: altrimenti, meglio star zitti.

b) il tempismo è fondamentale
Le condoglianze (tutte, a mio avviso, anche quelle umane) vanno fatte al momento giusto: fatte dopo un mese, magari giusto per convenienza, servono solo a riportare alla mente qualcosa che magari ci si era impegnati con tutte le proprie forze a dimenticare.
Se proprio vogliamo toccare l’argomento, aspettiamo che sia l’altra persona a sollevarlo.
Ma anche nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del cane, magari evitiamo di cogliere proprio l’attimo in cui palesemente la persona non ci sta pensando (magari sta sorridendo a una battuta, o è tutta presa dal lavoro) per andargli a dire: “Uh, ho saputo del tuo cane, mi dispiace tanto!”.
Questa non è compassione né buona educazione: questo è sadismo. Anche quando è involontario.

c) sdrammatizzare va bene, se non si sconfina nella mancanza di rispetto
Qui l’esempio reale posso farlo, visto che è in positivo: ieri al Debù c’era la presentazione dell’attività invernale, con piccole dimostrazioni pratiche delle varie discipline. A Fabiana è toccata l’esibizioncina di dog dance con Tuono, e il nostro direttore tecnico Davide – come sempre fa, accidenti a lui – ha preso un po’ in giro la dog dance, sfottendoci per “la carica di adrenalina” che comporterebbe.
Questo andava benissimo, tant’è che a Fabiana è scappato perfino un sorriso.
Invece quest’altra cosa non è successa a Fabiana, ma a me: ed è successa secoli fa, quindi posso anche raccontarla.
Mi era morto un cane due giorni prima, e l’amicone di turno arriva, mi molla una pacca sulla spalla (tipo Canavacciuolo: di quelle che ti spostano di due metri) e fa: “Ehhh, ho saputo, mi dispiace. A proposito, la sai la barzelletta di quello a cui era appena morto il gatto, e che…”
Ecco, a quel punto è partito un MAVAFFANCULO! che ritengo si sia sentito fino in India.
Il cretino c’è rimasto male, e tutto mortificato mi fa: “Scusa, volevo solo sdrammatizzare…”
Be’, c’è modo e modo di sdrammatizzare. Sapevatelo.

pontearcod) i voli pindarici più o meno mistici possono piacere come no
Dipende. Dipende un sacco dalla persona: di solito chi è credente è più disponibile a sentir parlare di ponti e di arcobaleni, chi è ateo un po’ meno… ma non è neanche detto, perché a me per esempio (pur essendo ateissima) non dispiace, ogni tanto, illudermi che ci sia un “qualcosa”  che mi permetterà di rivedere i miei animali (degli umani mi frega decisamente meno, che vi devo di’).
Non ci credo per niente, eh… però a volte un’illusione romantica può aiutare un pochino nei momenti più duri. L’importante è (almeno per me) che il romanticismo non diventi un’infinita sviolinata retorica.
Due ore di arcobaleni e di angeli e di “starà correndo sul Ponte con… (immancabile nome del cane dell’amico, morto anni prima, che non abbiamo mai visto né conosciuto)” proprio non le reggo. Non so voi.

e) i particolari, magari, evitiamo di chiederli
Il cane è morto improvvisamente? E’ morto di ictus, di avvelenamento, o magari di torsione, come è successo a Rebeacca?
Ecco… se proprio ci tenete a sapere com’è successo nei minimi dettagli, chiedete a Google: troverete tutti i particolari che vi interessano su quella malattia, senza bisogno di andare a girare il coltello nella piaga dell’umano direttamente colpito.
Confesso che questo è un errore che a volte faccio anch’io: un po’ per la mia formazione di quasivet, che mi porta a guardare sempre il lato clinico, ma soprattutto perché – come tutti, credo – ogni volta che muore un cane mi prende un terrificante attacco di sciuramarienesimo.
In particolare, divento la tipica Sciuramaria che ha appena letto l’enciclopedia medica (veterinaria, in questo caso): comincio a vedere tutti i sintomi in tutti i miei cani (e tanti saluti agli studi fatti).
Però bisognerebbe pensare un attimo a come si sente il proprietario del cane, quando gli chiediamo di rivivere i momenti drammatici che ha appena passato: e infatti, quando è successo che lo chiedessero a me, ho risposto educatamente e nel modo più esaustivo possibile (proprio perché li capivo), ma pensando “ne farei volentieri a meno, grazie”.
Poi, anche qui… c’è differenza tra preoccupato interesse e curiosità morbosa (e anche questa si vede abbastanza chiaramente): e se il primo è comprensibile, la seconda infastidisce a sangue.

ridacchiaref) ridacchiare non è carino
C’è sempre quello che arriva, ti chiede “come stai?” e sorride, o addirittura ridacchia.
Forse per l’imbarazzo o per il nervosismo, forse perché vorrebbe sdrammatizzare anche lui, forse perché (come ha detto il figlio) “ha i muscoli facciali che non si rendono conto, come la Bisturi”.
Sta di fatto che a te sorge spontaneo il “che cazzo ridi?“.
Magari non glielo dici, ma che lo pensi è garantito: perché è irritantissimo.
Se non sapete fare le condoglianze a qualcuno senza ridacchiare nervosamente, vi prego, non fa-te-le

g) serve dirlo? Accennare al fatto che “fosse solo un cane” fa incazzare di brutto
E non parlo dell'”era solo un cane” dispregiativo, sia chiaro: quello credo proprio che non si sognerebbe di dirlo nessunissimo frequentatore di questo sito (altri sì… e tocca sopportarli senza strozzarli, anche se la voglia è tanta. Magari solo per il gusto di dirgli subito dopo: “Ecco, adesso sei morto tu. Eri solo uno stronzo, e mi è dispiaciuto molto di più per il cane: quindi avevi torto”. Nun se po’ fa’: non perché certi personaggi non lo meritino, ma perché si va in galera).
Comunque, qui sto parlando di quelli che la prendono larga, che magari ti dicono cose come: “Eh, lo so, è proprio terribile: ma muoiono anche i bambini, di queste cose…”, sottintendendo quindi che se fosse morto tuo figlio sarebbe stato peggio.
E grazie, lo so anche da sola che sarebbe stato peggio: peccato che questo non mi faccia stare meglio. Mi fa solo girare le palle a mille.

Altro, al momento, non mi viene in mente.
Se a voi è capitato qualcosa di diverso, e volete aggiungerlo nei commenti, fatelo: perché credo che in generale serva avere un’idea su come comportarsi (e soprattutto NON comportarsi) di fronte a quella che per il resto del mondo è effettivamente “solo” la morte di un cane, ma per chi la vive è una tragedia, senza se e senza ma.
Il fatto è che i casi sono due: o si sa quello che prova chi ha perso il cane, oppure non lo si sa (e se appartenete a questa seconda categoria, non sapete quanto siete fortunati).
Nel primo caso, io penso che la cosa migliore sia proprio far sentire all’umano la nostra comprensione e la nostra empatia, senza retorica e senza troppi proclami.
Nel secondo caso il messaggio che preferisco ricevere, personalmente, è solo questo: “Non capisco quello che provi, ma mi rendo conto che dev’essere una cosa molto brutta da provare e cerco comunque di starti vicino”.
Non c’è bisogno di fingere un’immedesimazione e una comprensione che non possono esserci: fateci solo capire (con poche parole o con un semplice gesto) che ci volete un pochino di bene e che quindi vi dispiace che stiamo male.
Ce n’è d’avanzo, ve l’assicuro. E sarete rispettati per questo.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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