lunedì , 20 novembre 2017
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I “quasi-amori” della mia vita

di MARTA VARNIER – Ho il prepotente ed inarrestabile desiderio di arricchire la mia vita con un cane: non avendo la possibilità temporale e monetaria, per il momento mi limito a informarmi sulle razze, sull’addestramento e su come scegliere il (o meglio, la) futura compagna della mia vita. Nel mentre mi sono messa a pensare a tutti i cani che hanno gravitato su binari paralleli della mia vita, lasciandosi amare ma senza che mai fossero davvero miei: ho cominciato a scrivere di loro… e volevo condividere con voi i “non miei” cani.

quasiamori2La mia vicina di casa ha sempre avuto pastori tedeschi: ricordo ancora vagamente il primo incontro con Doc, un (ai miei occhi di allora) enorme cane nero, verso il quale mi lanciavo gioiosa ogni volta che lo incrociavo sulle scale, con in parallelo mia sorella che strillando dalla paura saltava in braccio a mia madre.
Doc era già anziano quando io ero piccola, così arrivò Jambo: timidissimo e adorabile, mi perdevo nelle coccole e nei suoi contenuti bacetti linguosi, mentre la coda roteava a mille dalla gioia.
Jambo era un gentiluomo pacato e malinconico, che venne portato via da un tumore ancora piuttosto giovane.
Arrivò così Frida, una sottospecie di tornado con le orecchie: casinista, distruttiva, vivacissima l’incubo di mia sorella (a cui i cani piacciono solo sotto i 10 kg) e la mia gioia più assoluta!
Doc, Jambo, Frida… li ho amati e li amo tutti.
Come fossero stati miei, rimpiangendo di non poter passare del tempo con loro, fare delle cose, portarli fuori e addormentarmi con loro ai piedi del letto.
Questi cani sono stati il mio primo contatto con il mondo a quattro zampe: le origini della mia famiglia sono nella campagna friulana, dove ho passato le mie estati fin dalla più tenera età e dove ero libera di scorrazzare quasi senza controllo per campi, fattorie, fienili e maneggi, molestando con accanimento da terrier ogni lontano parente/conoscente in possesso di un cane, di qualsiasi razza, colore o dimensione fosse.

quasiamori1Conobbi così una delle mie più care amiche, proprio mentre stava giocando in giardino con il cane dello zio, un meticcetto biondo miele, Dick; sapeva andare in motorino con il suo padrone, teneva il passo in bici con la padrona, apriva serenamente il cancello e si faceva gran giri per il paese…. e ogni tanto nascevano misteriose cucciolate bionde dalle più insospettabili cagnine d’alto borgo, vittime dell’inarrestabile tomboeur de femmes.
Oltre all’intelligenza e alla simpatia, la dote che adesso più mi commuove di Dick era la pazienza: l’abbiamo pettinato, vestito, lanciato per aria, trasportato come un agnellino, infilato in cestini della bici, imbragato come cane da slitta, sbaciucchiato e molestato oltre umana sopportazione, eppure ogni agosto, al mio ritorno al paesello, appena mi facevo vedere a casa della mia amica spuntava subito all’orizzonte il suo codino biondo arricciato, emozionato di rivedermi almeno quanto lo ero io.
Il biondo rubacuori era un cane forte, intelligente, dalla sensibilità estrema, che con gli umani aveva chiaramente stretto un patto di stima, amicizia e perculamento: quando lo incontravo a spasso per il paese gli si dipingeva istantaneamente un’ombra di colpa negli occhi, subito soppiantata da un sorrisone paraculo, un’energica scodinzolata e grandi feste a balzi “meno male che ti ho incontrata! Anzi ti stavo proprio cercando! Sono rimasto chiuso fuori! Aiuto!”.
Anno dopo anno le sue escursioni diminuivano, le corse per il giardino diventavano pacate passeggiate, e di sorprese bionde nelle cucciolate non ce n’erano più; ma anche l’ultima volta che l’ho salutato, ormai quasi tutto bianco, anziché biondo, ho visto immutata la scintilla perculante nei suoi occhi.
“Voi non sapete esattamente per cosa ma… ve l’ho fatta!”

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