giovedì , 23 novembre 2017
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Da cane schiavo a cane re?

di VALERIA ROSSI – Titolo: “Il capobranco è morto”.
Oh, poverino, penso appena letta questa frase. Che ovviamente mi incuriosisce, quindi vado a vedere di quale capobranco si tratti… ed ecco il sospiro di sollievo: non è morto nessun lupo o cane, l’autrice di questo post voleva solo ritirar fuori la vecchia solfa anti-etologica.
Infatti parte così:

Il mito del capo-branco è obsoleto. I cani non lo cercano, non sanno neppure cosa sia finché non arrivi la violenza umana a insegnarlo loro. Quello che ogni cane cerca è una famiglia, e in essa trovare un ruolo importante ed evolutivo.

… e già mi verrebbe voglia di cliccare su “esci”, ma sempre per curiosità vado avanti.
E trovo uno scritto molto autodeclamante, per la serie “guardate come sono brava, guardate come scrivo bene” (invito rivolto prima a se stessa, direi, e poi ai lettori), letteralmente infarcito di antropomorfismo e totalmente avulso dal minimo storico di cultura cinofila ed etologica.
Secondo l’autrice, udite udite,

… asservire un cane alle nostre finalità tramite la strategia del “capobranco” è una messa in atto di una forma di schiavismo. Si tratta di una relazione cristallizzata e necrotica. Il capo dice e il cane fa o non fa a seconda delle richieste. È una categoria mentale inesistente presso i cani, i canidi selvatici, tra cui anche i lupi liberi.

Per lei, dunque, non esistono i lupi alpha (oh, cavolo: decine di studiosi che tra i lupi ci hanno passato una vita sostengono il contrario), i branchi viaggiano in allegra anarchia (oh, ri-cavolo: decine di studiosi eccetera sostengono il contrario) e tutti i canidi aspirano (aspirano, eh. I canidi) solo

“a metter su famiglia e a godersi le reazioni famigliari”. (omissis) Il modello etico, perfezionato di generazione in generazione tramite la trasmissione culturale, è quello della promozione dei sentimenti coesivi”.
cani_culturaliTrasmissione culturale, attenzione. Tramissione culturale di un modello etico.
Tra cani, lupi e pure volpi.
Ora, da che mondo è mondo, il termine “cultura” è sempre stato riferito  (copincollo da Wikipedia) ad un “insieme di saperi, opinioni, credenze, costumi e comportamenti che caratterizzano un gruppo umano particolare“.
Per quanto riguarda gli animali, ricordo un vecchio libro di Danilo Mainardi, intitolato proprio “L’animale culturale”, in cui però – se non vado errata – si concludeva che l’unico vero animale culturale era proprio l’uomo, e che la differenza dagli altri (nonché la spiegazione del suo grande successo evolutivo) riguardava principalmente la capacità di utilizzare un linguaggio complesso e di poterlo mettere anche per iscritto.
Dunque, se anche per un etologo “cultura” significa soprattutto parlare e scrivere, direi che questa definizione ha pochino a che vedere con i canidi.
Invece l’autrice del post, che si chiama Cinzia Barillaro e che risulta (dal suo profilo FB) aver studiato scienze naturali, insiste parlando di “dialogo” (anche questo poco realistico, quando ci si riferisce a dei cani), per poi lanciarsi in un lungo volo pindarico sul “lavoro empatico coevolutivo in cui giocare assieme le componenti d’anima“, bellissima supercazzola che non significa assolutamente nulla, però suona molto colta e profonda.
Così come suona colto dire “tautologicamente parlando, l’educazione relazionale prevede un lavoro sulla relazione“.
Che tradotto in bieco italiano da “parla-come-mangi” – visto che la tautologia è (ri-copio incollo da Wikipedia) “un’affermazione vera per definizione, quindi fondamentalmente priva di valore informativo” – sarebbe: “tanto per dire un’ovvietà totalmente superflua, se vuoi lavorare sulla relazione devi lavorare sulla relazione”.
Però se lo diceva così faceva tutt’altro effetto, dài.
La frase sembrava esattamente quello che è: un’altra supercazzola, per di più inutile.
Andando avanti scopriamo cosa dovremmo fare se un cane (o un bambino/a, o un ragazzo/a: lei li equipara tutti) ci salta addosso: prima dobbiamo ascoltarci, capire quali sensazioni ci provochi il contatto con mani, zampe, unghie (questa la so: la mia sensazione è AHIAAAAA!); poi dobbiamo rispondere con una carezza, chiedendogli/le “cosa desideri, quale messaggio mi stia recando, tramite posture, sguardi, parole, filastrocche” (sperando che le filastrocche siano destinate solo a bambini e ragazzi: perché sinceramente l’idea di mettermi a recitare a Samba, mentre mi sta prendendo a unghiate e nasate, “dalle viti viene il vino, viene il fumo dal camino, va la mucca con il bue, van le ochette due a due…” è superiore alle mie forze); poi dobbiamo “scoprire la sua domanda” (“vuoi andare da qualche parte, vuoi un cibo, un oggetto, un momento di tenerezza, vuoi raccontarmi qualcosa, sei felice, sei preoccupato?”) e provare ad esaudirla.
Provare, ovviamente: perché non potendo il cane parlare, a noi tocca tirare a indovinare.
Quindi, dopo aver recitato la filastrocca a Samba, intanto che lei mi scarnifica un braccio o la faccia, dovrei, nell’ordine: portarla a spasso, darle da mangiare, farla giocare, farle un po’ di coccole e chiedermi pure se è felice o preoccupata (salto il “cercare di capire se vuole raccontarmi qualcosa”, perché anche questo spero fosse riferito soltanto ai giovani umani).
Dunque: chiederle di stare giù e di sedersi, e coccolarla se obbedisce, è roba obsoleta da capobranco morto.
Non lo devo più fare, perché è una forma di schiavismo.
Invece mettermi agli ordini del cane, anzi ai suoi presunti ordini (visto che devo pure tirare a indovinarli), è eticamente giusto e corretto.
schiavodelcaneTautologicamente parlando, non va bene che il cane sia mio schiavo, ma va benissimo che io diventi la schiava del cane.
Ma non è mica finita, eh.
Perché a questo punto il cane “si sente indovinato” (be’… forse! Dipende dal fatto che ci abbiamo azzeccato o no…), e a quel punto, ma SOLO a quel punto, e cioè “quando la sua ansia o angoscia ha mollato la presa” (per quale motivo un cane che ti salta addosso dovrebbe essere per forza ansioso o angosciato non è dato di saperlo, perché non ci viene spiegato), nonché “quando potrebbe interessargli il mio stato d’animo” (bontà sua…), allora “posso provare a comunicargli cosa sento io quando mi affonda le sue unghie nella mia pelle, il mio dolore” (insomma, si torna al mio AHIAAAA!; solo che io l’avevo detto troppo presto, prima di portare il cane a spasso-cibarlo-coccolarlo eccetera. Che razza di insensibile sono).
A questo punto, attenzione, “il cane si sente condotto in un percorso empatico di consapevolezza” .
Come se fosse Antani.
Ma soprattutto, “scopre di avermi fatto male e di essere già stato perdonato, prima che in lui nasca il rammarico o la frustrazione”.potevorimanereoffeso
Per carità del cielo!
Non sia mai detto che Samba debba provare rammarico per avermi scarnificato un braccio: per dirla con Aldo, Giovanni e Giacomo, potrebbe rimanere offesa.
Non vado oltre, perché l'”oltre” è incommentabile: ci si ritrova a non poter materializzare un bosco e a dover sopperire con un guinzaglio “il più lungo che ci sia permesso” (ovvero, secondo la legge italiana, un metro e mezzo: ma com’è che dopo tutto ‘sto lavoro di relazione e di empatia ci tocca ancora tenere il cane al guinzaglio?); si scopre che i cani, “invece di anelare alle albe del futuro lanciati verso l’infinito, sentiranno di dover viaggiare nel qui ed ora” (ma è quello che i cani hanno sempre fatto, da che mondo e mondo! Non c’è alcuna prova scientifica che possano capire il concetto di “futuro”, figuriamoci anelarne le albe…) e, dulcis in fundo, “ci avvolgerà la loro gratitudine. Non accompagnati da cani sottomessi, depressi, falliti”.
Oh, perfetto.
Peccato che i cani depressi e falliti io li abbia sempre e solo incontrati al fianco di persone che avevano tentato percorsi simili (ovvero, diventare  i cavalieri serventi del cane): l’ultimo pochi giorni fa.
Un cucciolo di quattro mesi che, approcciato secondo i dettami di una delle scuole cinofile new age più in voga, ha sviluppato contemporaneamente paura e aggressività nei confronti degli umani estranei.
A questa età già si permette di ringhiare e di far scattare i denti se qualcuno allunga una mano per accarezzarlo quando è al guinzaglio (lungo o corto che sia, gli impedisce sempre di fuggire), mentre se il guinzaglio viene staccato si dedica ad un pregevole “abbaia e scappa” decisamente zeppo di frustrazione.
Questo è stato il risultato dell'”ascoltarlo” sempre e di cercare sempre di rispondere alle sue richieste, senza dargli uno straccio di regola e – per carità! – senza assumere ‘sto dannato ruolo obsoleto di capobranco.
Così, proprio come fanno tutti i cani del mondo, lui si è sentito in balia degli eventi, senza una guida a cui fare riferimento; ed ha pensato bene di diventare lui il capobranco (o capofamiglia, se preferite), perché tutto il suo DNA gli dice che senza una guida il branco (o la famiglia) vanno allo sbando… solo che è un cucciolo, non sa come fare, sa benissimo di non essere in grado di guidare niente e nessuno… e presumo che si senta proprio un “fallito”.
Ha quattro mesi, ripeto, e già ci sarà parecchio da lavorare per restituirgli sicurezza e serenità. Non certo trasformandolo in uno schiavo, ma in un partner di vita, di lavoro o di sport (si vedrà…), guidato e indirizzato da un maestro che ne sa più di lui e che riesce a fargli capire in modo chiaro e non confuso cos’è lecito e cosa no, cos’è gradito e cosa no, cosa si può fare insieme e cosa no.
Perché è questo che fa davvero il famoso “capobranco”, che in natura, grazie al cielo, è ancora vivo e vegeto: e tutti i cani, oltre che tutti i lupi, sanno benissimo cosa significhi… almeno finché non arriva l’arroganza umana a scrivere post come questo e a buttare allegramente al vento l’etologia e tutti gli studi scientifici esistenti (e che l’autrice del post, data la sua formazione, dovrebbe pur conoscere).
delirio_socialIl problema, comunque, non sta nel fatto che qualcuno si alzi una mattina e scriva un post delirante: ognuno è libero di  esprimersi come gli pare e piace, dopotutto.
Il problema sono i social network, che i post come questo li rimbalzano ovunque.
Il problema è che post come questo raccattino “like” a tutto spiano sia da chi non ci ha capito un’acca, ma apprezza il linguaggio forbito (l'”effetto Luigina” di cui parlai in questo articolo tempo fa), sia da chi cade facile preda della dilagante deresponsabilizzazione travestita da buonismo.
In altre parole: “non bisogna impegnarsi, non bisogna lavorare, non bisogna andare al campo: basta lasciar fare al cane tutto quello che gli pare, così lo faremo felice senza far fatica“.
Comodissimo da pensare e ancor più comodo da realizzare: peccato che i cani trattati in questo modo non siano affatto felici… ma per rendersene conto bisognerebbe capirli per davvero.
Capire (e non “interpretare a proprio uso e consumo”) il loro linguaggio, la loro espressività, la loro mimica: tutte cose evidentemente lontanissime dalla portata di chi li umanizza al punto di parlare di “aspirazioni”, “cultura”, “dialogo”… riferiti ai cani.
Alla signora o signorina Barillari (non la conosco, quindi non ne conosco lo stato civile) manca una cosina: le manca il rispetto per il cane in quanto cane, e non in quanto “strana versione pelosa e munita di coda di un bambino”.
Nelle sue parole c’è tanto amore, tanto sentimento… ma il rispetto no, quello manca proprio. Peccato che lei non lo sappia: ma spero che sia molto giovane  (non conosco neppure la sua età) e che abbia il tempo di capirlo.
Se un giorno lo scoprirà (magari dopo aver provato a recitare la filastrocca ad un cane che la sta mordendo, senza curarsi neanche un po’ del suo stato d’animo e senza sentirsene minimamente angosciato), forse comincerà a scrivere cose un po’ meno retoriche e un po’ più realistiche.
E magari otterrà qualche like in meno, ma anche qualche cane realmente felice in più.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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