sabato , 18 novembre 2017
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Allevare razze rare

di VALERIA ROSSI – Talvolta, quando mi capita di parlare della mia esperienza allevatoriale, specie quando mugugno sul fatto che gli allevatori danno troppo spesso cani alle persone sbagliate, mi sento dire cose come: “Ehhh ma per te era facile selezionare i clienti! Avrai avuto decine di richieste per ogni cucciolata, visto che allevavi una razza di moda!”
Indubbiamente vero.
Il siberian husky visse, negli anni ’90, il più incredibile ed esplosivo boom che la storia cinofila ricordi: tutti ne volevano uno e per un certo periodo sembrò che tutti ne avessero uno. Per le strade non vedevi altro.
Per questo trovo qualche difficoltà nel rispondere: “Veramente io iniziai allevando una razza rara!”… anche se questa è la verità.

rari1Perché il boom ci fu negli anni ’90, ma io cominciai ad allevare husky nel 1984 (il mio affisso risale a dieci anni prima, ma lo ottenni con i pastori tedeschi), e a quei tempi la razza non la conosceva nessuno. Nemmeno io, in realtà.
Il cane responsabile del mio colpo di fulmine era il primo che vedevo “dal vivo” e non in fotografia: era, di fatto, un “cagnaccio” al limite della taglia, grossolano e con due occhioni “a palla” che oggi farebbero storcere il naso a qualsiasi giudice… ma quegli occhi erano azzurri come il cielo, e quando li vidi io restai lì a bocca aperta come una scema.
Il cane, che si chiamava Aslak e arrivava dalla Finlandia, mi era stato portato in addestramento e il proprietario mi stava parlando tutti i guai e di tutti i casini che gli stava combinando il suo cucciolone: ma io dicevo “sìsì” e manco lo ascoltavo, perché stavo pensando “lo voglio. Ne voglio uno. Non posso più vivere senza un cane come questo”.
Quando casini e guai cominciai a sperimentarli sulla mia pelle (epico e storico il primo inseguimento di un intero gregge, con Aslak che inseguiva le pecore, io che inseguivo il cane e il pastore che inseguiva me agitando un bastone e lanciandomi dietro tutte le bestemmie conosciute, più qualcuna creata ad hoc per l’occasione), anziché demotivarmi mi arrapai ancora di più: ‘sti husky erano delle grandissime teste di cactus, difficilissimi da gestire a meno che tu non imparassi a comportarti come un vero lupo alpha e ad ottenere il loro rispetto.
Sfida iper-affascinante per una che, come me, trovava i pastori tedeschi un po’ troppo facili e già si era presa una boxer per complicarsi la vita. Con Rhumba (la boxer, appunto) avevo già dato capocciate nei muri (diciamolo: non ci avevo capito una beata mazza per almeno sei mesi), ma Aslak faceva sembrare l’addestramento di un molossoide una passeggiata di salute.

Due soggetti del mio allevamento
Due soggetti del mio allevamento

Volevo fortissimamente un husky: e decisi di prenderlo. A quel punto, visto che pur essendo ancora giovane ero già cinofila e allevatrice da dieci anni, decisi di studiarmi la razza meglio che potevo, prima di procedere all’acquisto: e qui cominciarono i problemi, perché a quei tempi (sembra di parlare della preistoria…) Internet non c’era.
Libri in italiano sulla razza? Nisba.
Articoli sui giornali? Neanche l’ombra.
Non mi restava che cercare in expo, dove incontrai gli unici due allevatori italiani. Da loro seppi che la razza era americana (io credevo che fosse russa: altrimenti perché si sarebbe chiamata “siberian” husky?), scoprii che esisteva, negli USA, una rivista specializzata (il “Siberian Quaterly”), mi abbonai di gran carriera e col mio inglese scolastico e zoppicantissimo, armata di dizionario, cominciai a leggere e a studiare, a scoprire le principali linee di sangue e a capire che Aslak non era poi ‘sta meraviglia di cane che credevo (nel frattempo era diventato campione italiano di bellezza, ma solo perché i giudici sulla razza ne sapevano tanto come me).
Alla fine ebbi un clamoroso colpo di fortuna: ad una “speciale” (cani iscritti: quattro) incontrai una ragazza italiana che però si era sposata negli Stati Uniti, dove viveva e allevava. Poiché, avendo i genitori in Italia, lei andava spessissimo avanti e indietro, da lei ottenni la mia prima fattrice, Snowwhite (con gli occhi scuri: la fissa per gli occhi azzurri nel frattempo mi era passata!) e con un suo bellissimo maschio feci la mia prima cucciolata… che mi sarebbe restata inesorabilmente sulle corna se non avessi regalato due dei cuccioli ad amici e non avessi deciso di tenere per me una femmina.
Il quarto ed ultimo cucciolo (e meno male che erano solo quattro!) riuscii a venderlo a prezzo super-stracciato ad un tizio che era venuto in allevamento con l’idea di prendere un pastore tedesco, ma li aveva trovati “troppo cari”.
Siccome il maschietto di husky mi stava crescendo sotto il naso e sarebbe diventato presto invendibile, glielo proposi come “saldo” (non solo per levarmelo dai piedi, giuro: il ragazzo mi era sembrato “giusto”, essendo un appassionato di escursionismo con tanto tempo libero e una buona preparazione cinofila).
Sta di fatto che l’idea di allevare una razza completamente sconosciuta cominciò a sembrarmi una vera follia… ma da brava folle pensai anche “no, non mi arrendo: se non la conosce ancora nessuno, ci penserò io a diffonderla!”.
Idea balzana come poche al mondo: il successivo enorme successo della razza non arrivò di certo per merito mio.
Io andavo in giro con i miei cani – con l’idea di farli vedere e conoscere – ottenendo domande tipo: “Uh… che cos’è? Un volpino gigante?” “Aiuto, ma perché porta un lupo al guinzaglio?”
Con il mio primo primo cane rosso: “Ohhh… una volpe addomesticata!”, mentre alla mia apparizione in pubblico con Stomycloud, la mia prima femmina con gli occhi eterocromi, misi in saccoccia un “Beeelloooo… peccato che sia cieco, poverino!”.
I motivi per cui, dopo circa quattro anni, l’husky diventò il cane di moda per antonomasia, sinceramente non li conosco.
Nessuno l’ha mai saputo.
Non ci sono stati cani di questa razza protagonisti di film, né di spot pubblicitari (le due cause di “boom” più frequenti); gli allevatori (tre gatti, compresa la sottoscritta) non fecero nulla di particolarmente eclatante; non ci furono “cani eroi” né altri episodi capaci di portare gli husky agli onori della cronaca.

rari2Probabilmente furono proprio gli occhi azzurri a decretarne il successo: ma questo enorme successo fece sì che gli allevatori si moltiplicassero come i funghi, che purtroppo ad essi si affiancassero maree di cagnari, che gli husky (inizialmente affidati solo alle persone “giuste” dai tre gatti di cui sopra) finissero in mano a cani e porci e che le difficoltà di gestione di questa razza ben presto diventassero più famose dei cani stessi, causandone il successivo “sboom”. Nel giro di una decina d’anni il siberian husky passò da una cinquantina di iscrizioni all’anno a 6000, per poi precipitare a 3-400 (oggi siamo risaliti a 800 circa).

rari3
Terrier giapponese

Ecco: tutti questi ricordi mi si sono affollati alla mente quando un lettore, qualche giorno fa, mi ha scritto che gli piacerebbe acquistare – e in futuro, magari, allevare – un terrier giapponese.
Razza che in Italia, semplicemente, non esiste.
Mi sono pure confusa e l’ho indirizzato verso un’amica allevatrice che mi sembrava ne avesse avuti in passato: invece lei aveva avuto il terrier brasiliano (sono quasi uguali, uffi… per questo ho fatto confusione. Ma intanto nel nostro Paese sono ugualmente sconosciuti).
Il lettore mi chiede, nella sua ultima email, cosa ne pensi dell’idea di mettersi ad allevare una razza rara. E si fa le stesse domande che mi facevo io all’epoca: “Possibile che un cane fantastico come quello che ho in mente io non possa avere la giusta diffusione? Possibile che sia solo questione di moda? E’ davvero folle pensare di mettersi ad allevarlo?” eccetera eccetera.

Terrier brasileiro
Terrier brasileiro

Provo a dargli delle risposte, non solo in base alla mia esperienza che fu – diciamolo – accompagnata da una botta di fortuna sfacciata (ritrovandomi a partire con la razza rara per poi venire subissata di richieste nel giro di pochi anni), ma anche in base a ciò che sento dire da allevatori di razze che continuano ad essere assai poco conosciute.
Diciamo, che, in linea di massima, ci sono i seguenti vantaggi:
a) poca concorrenza, e soprattutto nessuna – o quasi – concorrenza “cagnara”.
Soprattutto la seconda parte rappresenta  un grandissimo vantaggio, perché nessuno si sognerà mai di importare (per restare al nostro esempio) terrier giapponesi o brasiliani dell’Est. Dove non c’è mercato, non c’è neppure cagnaresimo; e dove non c’è cagnaresimo non c’è sputtanamento della razza, perché i soggetti ben allevati, a qualsiasi razza appartengano, non danno praticamente mai problemi di salute, sono equilibrati di carattere e così via;
b) in esposizione si vince di tutto e di più.
Qualche settimana fa, a “Cronache animali”, prima ancora di sapere di quale razza si sarebbe parlato vidi entrare un tavolo stracolmo di coppe, coccarde e affini. “Ue’!  – pensai (perché ormai penso in napoletano, visto che son sempre là…) – Chi sarà mai questo stravincitore?”
Dopodiché entrò l’allevatrice, tutta orgogliosa di avere “tutti cani campioni italiani e internazionali”; ed io, da vecchia volpacchiotta dell’ambiente expo, pensai “Bella forza”. Non vi dico di che razza si trattasse, perché non sarebbe gentile: vi dico solo il numero di iscrizioni all’ENCI, che nel 2015 è stato di quindici soggetti. Ovvio che vincano: ci sono solo loro!
Sia chiaro: questo non significa affatto che quelli non siano ottimi cani (nella fattispecie, lo erano)!
Però, con la razza rara, è indubbio che “ti piaccia vincere facile”. D’altro canto, c’è anche da dire che un allevatore che possa sfoggiare bacheche intere di coppe e coccarde fa una bella impressione sul cliente; quindi riesce a vendere… e in questo modo aiuta anche la diffusione della sua razza;
c) se serve un cane della tua razza da mostrare in un film, o in uno spot pubblicitario, chiameranno per forza te. Quindi potrebbe essere proprio un tuo cane a “lanciare” la razza stessa… sperando che il “lancio” si limiti ad una crescita di interesse e che non sfoci nella moda, che è sempre assolutamente deleteria proprio perché chiama a raccolta i cagnari da una parte, e gli aspiranti proprietari incompetenti dall’altra.

rari6Gli svantaggi sono, invece, i seguenti:
a) hai minori possibilità di selezionare i clienti.
Perché si fa presto a dire “un buon allevatore dovrebbe selezionare sempre e comunque”… ma non si pensa mai che, quando selezioni troppo, rischi di trovarti l’allevamento invaso da cuccioli invenduti. E non è umanamente possibile tenerli tutti. Quindi, se hai poche richieste, rischi di dover dare qualche cane anche al tizio che sì, non sembra malaccio… ma non è neanche il prototipo del proprietario ideale che avevi in mente per le tue creature;
b) devi mettere in conto che qualche cane invenduto ti resti. E finché sei all’inizio dell’attività, poco male: tanto “ti servono cani” per ampliare l’allevamento.
Quando ne hai già a sufficienza, e tenendone altri rischi di non poter dedicare loro tutto il tempo e le cure che ritiene necessarie… allora il problema si pone: anche perché non è che puoi allevare soltanto con cani fatti da te, perché finiresti per ritrovarti con tutti consanguinei.
Di solito si risolve dando cani in affido (e cioè gratis… il che moltiplica immediatamente il numero degli interessati): ma c’è una controindicazione, perché saltano sempre fuori i furbetti che ben sapendo che hai difficoltà a vendere i cuccioli aspettano proprio di cuccarseli gratuitamente. E qui selezionare i vari appassionati dai furbetti diventa difficilissimo.

Sono tutte considerazioni di tipo tecnico ed economico, senza traccia di “ammmore”?
Ma certo che sì!
L’ammore fine a se stesso se lo possono permettere solo i nababbi, oppure gli animalisti da FB (quelli che con la realtà dell’allevamento serio, con i suoi costi e con il suo impegno, non si sono mai confrontati). L’allevatore normale, quello che in banca non ha milioni di euro, deve fare per forza i conti della serva, perché altrimenti finisce sotto i ponti.
Posso personalmente assicurarvi che proprio quando siete spinti da passione VERA e da vero amore con una emme sola (che tra l’altro è l’unica cosa che può farti venire in mente di allevare una razza sconosciuta!) faticherete a far quadrare i bilanci anche in presenza di molte richieste: perché allevare bene, seriamente e con passione, costa carissimo.
Ne ho già parlato millemila volte e non voglio ribadire la solita solfa, ma i soldi con i cani li fanno solo i cagnari (che comunque allevano sempre e solo razze commerciali).
Quindi sì, i conti vanno fatti: e a conti fatti si può concludere che la razza rara si può, anzi si dovrebbe allevare, perché se la si ama è anche giusto cercare di diffonderla… però si deve andare coi piedi di piombo.
Pochi soggetti super-selezionati (e quindi lunghe ricerche iniziali, sbattimenti vari per studiare, capire, saper scegliere… e tanti auguri se la razza che ami è originaria di Paesi poco propensi ai rapporti con l’estero, o in cui si parla una lingua particolarmente astrusa!), poche cucciolate (mettendo anche in conto di doversi fare migliaia di chilometri per trovare lo stallone giusto) e, almeno all’inizio, giusto la pia illusione di “starci dentro” con le spese.
Con questi principi ben saldi in testa, è bello, giusto e corretto cercare di far conoscere una razza di cui nessuno sa nulla. Però dev’essere proprio questione di pura passione DOC, mettendo in conto una marea di spese ed entrate risicatissime. Chi non se lo può permettere, meglio che lasci perdere l’allevamento di razze rare (e forse anche l’allevamento in generale).

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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