sabato , 18 novembre 2017
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La sopravvalutazione dell’ammmore

di VALERIA ROSSI – Premessa numero uno: mio papà era un medico. Un bravo chirurgo, a cui capitava abbastanza spesso di ripescare per i capelli pazienti a cui erano state date poche speranze.
ansiosaPremessa numero due: mia mamma era un’ansiosa-apprensiva professionista. A lei capitava non abbastanza, ma molto spesso di andare nel panico più totale se io, da bambina, mi facevo una sbucciaturina cadendo dalla bici o litigando con un amichetto (io  ero una rissosa professionista, che per di più giocava sempre e solo con i maschi perché i giochi della bambine mi annoiavano a morte).
In ogni caso, l’apprensiva mi prendeva di peso e mi portava in ospedale da papà ad ogni minimo incidente: e di solito papà stava operando, per cui finivamo quasi sempre per doverlo aspettare fuori dalla camera operatoria prima che potesse intervenire con le sue grandi arti mediche (ovvero: buttandomi sulle immani ferite un po’ d’acqua ossigenata e rispedendoci a casa).
Ecco: in una di queste occasioni, in sala d’attesa, capitò di sedere fianco a fianco con la madre di un ragazzo vittima di un grave incidente stradale, che sembrava in condizioni disperate. Invece mio padre riuscì a salvarlo, ed uscì con un sorrisone dalla camera operatoria, dicendo alla madre: “Stia tranquilla, è fuori pericolo!”.
La donna, ovviamente, impazzì di gioia e cominciò a gridare “Grazie a Dio! Grazie a Dioooo!!!”. Io, che avevo otto o nove anni, la tirai delicatamente per la giacchetta e la corressi: “Ma no, signora: grazie a mio papà!”.
Non ho ricordi diretti di questo episodio: ero troppo piccola. Me l’hanno raccontato i miei genitori, e vi assicuro che diventavano rossi di vergogna anche mentre me lo raccontavano.
Però, diciamolo… avevo ragione io! Magari non azzeccai esattamente tempi e modi, però di fatto tutti i torti non li avevo.

Ecco, questo aneddoto mi è tornato in mente qualche giorno fa, vedendo su Facebook la foto di un cane salvato da una terribile esperienza. Non faccio nomi perché preferisco evitare certe discussioni (oggi sono un po’ meno rissosa di quand’ero bambina), ma diciamo che si tratta di un cane in cui è MOLTO evidente la differenza tra “prima delle cure” e “dopo le cure” (veterinarie).
Nella didascalia, però, non c’è scritto così. C’è scritto “prima di ricevere amore” e “dopo aver ricevuto amore”.
veterinarioChe è anche vero, per carità: le cure “sono” una forma d’amore. Però il messaggio rischia di essere fortemente frainteso.
Anche se mi dicono che sia stata la stessa clinica veterinaria che ha curato il cane a postare le foto, anche se forse si è trattato davvero di una forma di modestia, si rischia di far pensare alla gente che “basti l’ammmore” (quello con tante emme, forma che utilizzo quando mi riferisco all’amore di cui parlano spesso i volontari, ammantato di leggenda e ampiamente sopravvalutato) quando invece occorrono impegno, tempo, pazienza… e costi non indifferenti.
Che si tratti di cure veterinarie o di riabilitazioni comportamentali, i cani con gravi problemi NON guariscono amandoli e coccolandoli. Serve l’intervento di professionisti che, in quanto tali, alla fine presentano il conto. E chiariamo anche che fanno bene a presentarlo: perché se solo si azzardassero a fare qualche eccezione e a curare/educare/rieducare gratuitamente il caso particolare, quello che magari ha commosso anche loro… il giorno dopo avrebbero la coda di gente che si riterrebbe offesissima se anche al loro cane non fosse riservato lo stesso trattamento.
E siccome un professionista – per definizione – col suo lavoro ci deve vivere, per lui diventa veramente impossibile (per motivi di sopravvivenza, non di “cuore di pietra”) lavorare gratis.
Può “trattar bene”, può fare sconti, può venire incontro al massimo delle sue possibilità: questo sì. Ma se il caso è particolarmente serio (fisico o psichico che sia il problema), di soldini se ne dovranno comunque cacciare parecchi.
E non è giusto, a mio avviso, ignorare tutto questo quando si presenta il “caso”, l’adozione del cuore, il cane iper-sfigato da salvare.
Così come non è giusto far credere che cani deprivati, non impregnati sull’uomo, non socializzati eccetera possano essere riabilitati a suon di coccole e carezzine, perché NON funziona così. L’ammmore (e neanche l’amore con una emme sola) non basta praticamente mai, a meno che non si tratti di un cane semplicemente spaventato, che magari ha vissuto un’esperienza traumatica ma che (dentro di sé) la forza per superarla.

canecuoreIn tutti gli altri casi servirà l’intervento di persone che d’arte e d’ amore non campano: manco alla stessa Tosca è andata troppo bene, dopotutto. E prima che qualcun altro debba cantare “perché, Signore, me ne remuneri così?”… sarebbe meglio parlar chiaro. Spiegare per filo e per segno a cosa si andrà effettivamente incontro adottando Fufi o Bubi.
Perché, almeno a mio avviso, è meglio un’adozione in meno che un’adozione incosciente, da parte di qualcuno che si illudeva che con l’ammore passasse tutto… e che magari, quando si rende conto che non basta, riporta il cane al mittente. O se lo tiene con tutti i problemi incorporati, senza dargli nessuna chance di ritrovare intatte dignità e gioia di vivere.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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