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Un anno con Bruce

di FEDERICA SANGIORGI – Io e il mio ragazzo ci siamo innamorati dell’Alaskan Malamute più di due anni fa. È stato un vero e proprio colpo di fulmine. Ci siamo guardati e ci siamo detti: “Quando prenderemo un cane, sarà un Malamute”. Da quel momento è iniziata una spasmodica ricerca di informazioni, abbiamo letto di tutto e di più, e più ci imbattevamo in caratteristiche che avrebbero fatto desistere chiunque più pensavamo che fosse il cane per noi.

brucePoi finalmente, dopo mesi e mesi di ricerche e di attesa, il 2 maggio 2015 entra a far parte della nostra vita Bruce (come Springsteen), un maschietto di due mesi dal pelo chiarissimo, con due chiazzette nere sui fianchi.
Il primo tragitto in macchina va alla grande, il piccolo è tranquillo, ha solo un po’ di nausea ma la cosa non sembra turbarlo granché. Arrivati a casa, dopo aver esplorato e battezzato il corridoio con la prima pisciatina, si impossessa subito di un pallone da calcio più grande di lui (l’unico gioco durato più di qualche ora, adesso è sgonfio ma ancora ci gioca!). Non sembra soffrire molto lo stress del cambio di ambiente o la mancanza di mamma e fratellini; già dopo qualche ora si è perfettamente ambientato e rivelato per quello che è: una macchina da pipì! Io ho sempre avuto cani, ma per il mio ragazzo Bruce è il primo, e nonostante lo avessi preparato rimane sconvolto da quanta pipì possa produrre un esserino di neanche 7 kg. Così iniziano i turni per portarlo in cortile ogni mezz’ora, dopo il pisolino, dopo la pappa, dopo aver giocato… arriviamo a sera sfiniti, tutti e tre, e anche la prima notte trascorre liscia.
Devo ammettere che, avendo avuto quando ero piccola un cucciolo che i primi mesi tentò di demolirci casa, ci eravamo preparati a qualche danno tipico dei cuccioli. Bruce per i primi mesi ci sorprende: le scarpe non le degna di uno sguardo (anche se le tengo comunque fuori dalla sua portata, per sicurezza), e a parte una finestra leggermente mangiucchiata, la casa rimane incolume. Lo stesso non si può dire dei vestiti: basta una pinzatina durante il gioco che su maglie e pantaloni si aprono buchi neri che neanche la migliore delle sarte riuscirebbe a rimediare. Credo di aver buttato più vestiti in quel periodo che in tutta la mia vita.

I primi mesi con lui quasi volano; Bruce impara a fare i bisogni fuori, a dare la zampa, a sedersi e restare in posizione, persino il richiamo, che stando a quanto avevamo letto sembrava uno degli bruce2ostacoli più difficili da superare vista la testa dura dei nordici. Sembra così diverso dagli standard che ormai sappiamo a memoria, e dai commenti degli altri proprietari di Malamute.

Poi, un giorno, ci svegliamo e scopriamo che al nostro tenero cucciolo è stato fatto un reset. A parte i bisogni che ormai fa solo fuori, tutto il resto sembra averlo dimenticato. Gli dai il comando ‘seduto’ e lui ti guarda con un fumetto sulla testa che dice “Ce l’hai il biscotto? E comunque, adesso non mi va”, ti gira il culo e se ne va. Lo chiami e nonostante sia a pochi metri e tu ti stia sgolando non da segni di averti sentito; se, per la disperazione, al suo nome aggiungi “Vuoi la pappa?” si avvicina scettico di qualche passo e il suo sguardo dice “Spero per te che sia davvero ora della pappa”. Lo sgridi e ti risponde a tono, e a volte ti fa perdere così tanto la testa che in quei vocalizzi credi di aver sentito qualche insulto. Quando torna a casa dalla passeggiata non fai in tempo a togliergli il guinzaglio che si lancia in una corsa folle travolgendo qualsiasi cosa trovi sul suo cammino, non importa che quella cosa sia un gioco, una sedia o la nonna del mio ragazzo; tutto questo dura all’incirca cinque minuti, e comprende un tuffo carpiato sul divano, meglio se con le zampe sporche. Solo a tavola diventa un angioletto: ti si siede vicino (di solito vicino alla nonna, la più corrompibile), ti guarda con il suo miglior sguardo da cane bastonato e ti porge la zampetta. Se neanche così funziona, si mette in posizione “da bruce3preghiera”, con le zampe davanti unite sul bordo del tavolo. E se neanche così cedi, aspetta pazientemente che qualcuno si giri per rubare con un’agilità felina l’oggetto del suo interesse. Quando lo lasci da solo ti guarda con gli occhi da tipregononmilasciare mentre ti stai vestendo, ma non appena chiudi la porta il suo cervello sta già pensando a qualcosa di tuo da farti trovare masticato proprio nell’ingresso al tuo ritorno. Però poi sa farsi perdonare eh: si siede spontaneamente, appiattisce talmente tanto le orecchie da farti pensare che le abbia retrattili come le unghie dei gatti e ti offre tutte e due le zampe (sempre spontaneamente, anche se non hai del cibo in mano!) contemporaneamente nella perfetta imitazione di un cane da circo. Al che, anche se ha masticato le tue cuffie preferite, un sorrisino ti scappa per forza.

A questo periodo di pazzia adolscenziale si aggiunge la muta, che a causa di un inverno per niente freddo sembra protrarsi all’infinito: mesi e mesi di montagne di pelo che da l’illusione di una nevicata dentro casa e che fa fuggire terrorizzati anche i migliori aspirapolveri. Insomma, le tre fasi dell’adolescenza descritte da Valeria nel suo articolo ( a) chi me l’ha fatto fare; b) io lo porto al canile; c) io lo ammazzo ) le abbiamo attraversate tutte.bruce4

Ma alla fine, una delle cose migliori e peggiori dell’avere un cane simile è la rezione della gente quando lo porti fuori. Già dalle prime brevi passeggiate risulta impossibile fare dieci passi senza fermarsi e radunare una piccola folla urlante che si tuffa a smanacciare il cucciolo perché “E’ troppo carino” oppure “Ommioddio ma è un peluche!!” o ancora “Ma com’è morbidoooo” e via dicendo. Dopo anni passati con un Beagle al guinzaglio, razza che bene o male riconoscono tutti, andare in giro con un Malamute è quasi esilarante. In un anno ne ho sentite di ogni, e sono convinta che tante ne sentirò ancora. Dal classico e intramontabile “E’ un Lasky, vero?” al più preistorico “Guarda, un Husky Mammuth!”, e ancora la signora che, dopo averti fatto il terzo grado su dove lo hai preso e soprattutto quanto lo hai pagato, ti guarda con compassione e scuotendo la testa con aria grave sentenzia “Eh, ma ti hanno proprio fregato, non è puro… non ha gli occhi azzurri!”. Anche se il premio va a un’altra signora, che dopo aver riempito il cucciolo di complimenti chiede “Ma è un cane?”. Ammetto, la tentazione di risponderle “No, è una pecora nana” è stata forte.
Il 2 maggio è stato un anno esatto che Bruce è con noi. La vita ce l’ha cambiata, impossibile negarlo. Ne abbiamo passate di tutti i colori, compreso il contatto (per fortuna lieve) con una processionaria. A chi mi chiede se lo rifarei, se avessi la possibilità di tornare indietro, rispondo che sì, lo rifarei altre mille volte. E chi chiede ci ce lo ha fatto fare di ‘condizionarci’ la vita a soli 22 anni, soprattutto un tipo di vita come la nostra (fidanzato musicista, perciò siamo sempre in giro), rispondo che probabilmente non hanno mai provato l’amore che può dare un cane e le cose che può insegnare.

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