martedì , 21 novembre 2017
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Giuro che non ti volevo

di M. KATIA PALLAVER – Febbraio 2002. Una vita fa. Ci eravamo trasferiti definitivamente da Milano nella casa in campagna solo 8 mesi prima io, il marito e la primogenita di 3 anni. Erano venuti a vivere con noi l’indimenticato Yuri (pastore belga groenendael, ma a quei tempi tutti i belga erano neri: i malinois ancora non li avevano inventati…) reduce da un abbandono in canile a soli 6 mesi da parte della sua famiglia originaria, con l’incarico di fidato baby sitter e capo della sicurezza e Miky, gattone rosso simil garfild trovato scheletrico al mare succhiante la lisca di una triglia, immediatamente assunto col ruolo di responsabile unico derattizzazione. Formavamo un buffo insieme per i contadini della zona, ci battezzarono subito “i milanesi”, presumo intendendo “i diversi, gli strani, gli imbranati”. Poi a settembre erano nati i due gemelli.

Non so come, al marito viene in mente che ci va una femmina per fare compagnia a Yuri. Ma anche un’altro cane….e poi ci devo badare io….e ho già il mio bel da fare tra su e giù da Milano per il lavoro e i bambini….niente da fare! Quando si mette in mente qualcosa è peggio di un mulo con l’aterosclerosi. E la vuole belga anche lei! Ma cosa te ne frega che sia belga? Tanti Yuri è sterilizzato! Mica deve insegnare il francese ai bambini! E niente, la vuole belga, vuole fare il paio, come gli orecchini…e va be’: si inizia il giro delle telefonate ai canili. Niente belghe.
Poi arriva col giornale sotto il braccio: vendono cuccioli di pastore belga, neppure tanto cari, in un paese a 2 ore d’auto da qui, possiamo fare una scampagnata, portiamo anche i bambini! Ma se li allatto ancora! Ma che scampagnata che in campagna ci viviamo? Ma lasciami riposare che sono stanca morta!
Niente da fare: si parte.

Arriviamo a una cascina diroccata sporca oltre ogni dire, dentro ci accolgono con un grugnito il gatto e la volpe sotto forma di sdentata coppia scorbutica, ci fanno entrare in una cucina con 4 sedie ed un tavolo su cui di depositano strati e strati di grasso appiccicoso solidificato nei decenni, un camino acceso non toglie ne’ freddo ne’ umidità. Tengo i gemelli in braccio, uno per parte, non saprei dove appoggiarli, sono incavolata nera. Il marito va a prendere le cucciole….cucciole, insomma…hanno 6 mesi. Torna in un concerto di guaiti ringhi ed abbai tenendo sollevate per la pelle della schiena 2 femmine che si divincolano e tentano di morderlo, le scaglia sul pavimento e si gira per andare a prendere la terza che subirà la stessa sorte.
Mi piazzo tra l’angolo dove si sono radunate le cagne tremanti e mia figlia primogenita facendole da scudo. Dichiaro di non volerne sapere nulla di quelle tre bestie selvatiche. I due mariti (mio e della strega) si precipitano a spiegarmi che sono la solita donnetta isterica, in disturbo ormonale per il parto recente (non dicono proprio così ma si capisce che è quello che intendono): le cagnoline sono buonissime, sono solo un po’ spaventate perchè non mi conoscono…e per dimostrarlo mio marito allunga la mano ad accarezzare quella con la stella bianca sul petto e la ritira sanguinante. Cerco di ricordare quando gli scade l’antitetanica, febbre gialla e colera sono ancora attive dall’ultimo viaggio…la lava nel lercio lavandino e la fascia nella carta da cucina. Ribadisco il concetto: NON VOGLIO QUELLE BESTIE SELVATICHE IN CASA MIA!
L’immondo troll mi spiega che ha reagito così perchè non ha ancora riconosciuto in noi i nuovi padroni, dobbiamo picchiarla quando mangia per farle capire chi comanda, lui fa così e le cagne lo rispettano.
Mi assale una pena infinita.
Chiedo come si chiamano: non hanno nome, nessuno gliene ha mai dato uno, più comodo per me, no?
Ribadisco che non penso saranno mai recuperabili, sono animali selvatici.

Il marito (mio) parte col pippone sull’ammore, si, proprio quello con la doppia m: tempo una settimana di carezze e coccole e sarà il cane più affettuoso del mondo. Il marito (l’altro) fa si con la testa ma si vede che è poco convinto, secondo lui le legnate mentre mangia sono meglio…
Non le voglio! NON LE VOGLIO! SONO SICURA CHE NON SON RECUPERABILI!
Non ne sapevo nulla di impregnazione sull’uomo, non ne sapevo nulla di nulla in realtà (non che adesso ne sappia chissà quanto ma insomma ai tempi ero di un’ignoranza disperata), mi facevano parlare solo quei due grammi di buon senso contadino che il mio nonno m’aveva tramandato con il DNA.
“Insomma, siamo arrivati fino a qui e io non torno a casa a mani vuote! Che ne vuoi capire tu di cani? Fidati di me che ne ho sempre avuti! Una settimana ti ho detto e vedrai come sarà cambiata! Sceglila tu! Quale vuoi?”
“Quella che ti ha morsicato!”
E’ così che sei arrivata a casa nostra.
Minny.
In giardino abbiamo aperto il bagagliaio e sei sparita.
Ti vedevamo, a volte, da lontano.
Una settimana di coccole….seeee….e come ti ci acchiappo per fartele le coccole?
Il mese dopo faceva meno freddo, avevi fatto subito amicizia con Yuri, ma neppure lui riusciva a convincerti ad avvicinarti a noi.
Non avevi ancora neppure il collare.
Ho iniziato a smettere di lasciarti il cibo in giardino, mi sedevo sul gradino di casa con la ciotola tra i piedi e ti lanciavo le crocche il più lontano possibile.
Ti ho preso per fame.
Sempre meno lontano.
Dopo un paio di mesi mangiavi dalla ciotola in mezzo ai miei piedi.
Prima che compissi l’anno son riuscita a toccarti.
Per lungo tempo son stata l’unica a poterti toccare.
Poi il viaggio in macchina fino a Torino, la sterilizzazione ed il tatuaggio, risvegliandoti dall’anestesia mi hai trovata seduta al tuo fianco, ti accarezzavo e nell’altra mano reggevo una sigaretta che non avevi mai visto. Piangevo, avevo scoperto il giorno prima che il mio matrimonio era definitivamente finito. Per la prima volta mi hai leccato la mano, poi, dato che mi ero paralizzata per lo stupore hai messo il muso sotto il mio avanbraccio a cercare una carezza.
Che scelta di tempi!
La veterinaria sosteneva fosse l’effetto dell’anestesia, tutto uno spiegone sull’effetto disinibente del farmaco. A me, da brava sciuramaria, piace pensare che te lo fossi tenuto in serbo per un momento speciale.

Tanta strada, tutta in salita, ma intanto si faceva…
Sei rimasta selvatica, dormi fuori in giardino ancora oggi, nessuna brandina, nessun riparo.
Qualche anno fa il freddo dell’inverno è arrivato a -22° C. Ti ho rinchiuso in cucina per forza e tu con le unghie ed i denti mi hai distrutto la porta.
Non ti ho insegnato nulla, nessun “seduto”, nessun “resta”, nessun richiamo.
Non sai andare in condotta al guinzaglio e se hai bisogno del veterinario cerco di far venire lui da noi perchè ti stressi troppo.
Io non ti ho insegnato nulla, ma tu hai imparato tanto.
Hai imparato a fidarti di me: sono anni che anche se ti blocco le vie di fuga tu non mi mordi più.
Vieni in passeggiata in campagna col resto del branco e hai persino capito che ho i premietti nella sacca, sei felice, corri in giro senza fuggire e ogni tanto ne chiedi uno così, senza motivo e sei l’unica del branco che, senza motivo, l’ottiene.
Nelle sere più fredde accetti di stare in casa a dormire e le porte non le mangi più. Da qualche anno hai preso l’abitudine di entrare in casa la mattina a pretendi la tua dose di coccole, poi esci, con aria di soddisfazione: anche per oggi siamo a posto!
Ti prendiamo in giro: “adesso che devi morire diventi brava?”. Tu scodinzoli, con aria di scusa e pretendi che ti si grattino le orecchie…
L’anno scorso hai persino imparato a fare le scale e ti sei lasciata fare il bagno nella vasca!
Hai 15 anni, sei sorda, mezza cieca e un poco artrosica.
Ti guardo e lo so che non sei mai stata il cane che volevo, ma nella tua diversità mi hai dato tanto.
Ho difeso le tue paure, le ho rispettate. Nessun addestramento e nessuna richiesta se non che un lungo, costante, fidati di me ancora un po’, se ce la fai.
E tu ancora adesso fai dei passi avanti, ancora adesso mi regali delle sorprese. Il cancello aperto e tu non scappi, ti volti per capire se ti porto a passeggiare e poi scodinzolante imbocchi il sentierino quando capisci se ti seguo.
Mi domando quanto la tua vita sarebbe stata migliore in mano a qualcuno di più capace di me. Mi domando se ho fatto bene a non forzarti.
Eppure mi pare che nel mio ignorante agire ci sia stato del rispetto e che la tua vita non ti sia poi cosi tanto dispiaciuta. O almeno mi piace crederlo.

P.S.: Continuo ad essere ignorante come una capra in campo cinofilo, Valeria avrebbe spiegato bene l’impregnazione sull’uomo e i suoi tempi limite. Forse sarebbe stata in grado di capire se un branco sempre presente, cibo, rifugio e presenza umana a un centimetro in meno di distanza rispetto a quella richiesta dal cane è rispetto o abbandono alla propria sorte. Io no. Quindi, prima di dir sciocchezze mi limito a raccontare la nostra storia, dove l’ammore non è bastato a riplasmare questa creatura, l’amore, forse sbagliando, io l’ho usato nel tentativo di rispettarla. Che ognuno ne tragga le riflessioni che crede.

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