venerdì , 24 febbraio 2017
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Anch’io voglio fare il soccorritore!

di ORIETTA PIAZZA – Sul web impazzano cani in ricerca sulle macerie di qualche terremoto, o cani collassati e curati, o cani della polizia o dei vigili del fuoco. Tutti eroi, tutti si indignano contro tutti. A anche quelli che il cane
– è sempre una bestia
– deve stare fuori
– non è igienico per i bambini
– ecc ecc ecc….
Per carità, sull’onda emotiva si comprende e sui social si vede di peggio ma…quanto giova tutta quest’ondata di “spontaneismo” alla conoscenza di cosa significa vivere e lavorare con un cane da soccorso?

Copincollo la reazione del titolare di un gruppo cinofilo:

Sto ricevendo richieste di informazioni da parte di persone che a botta calda vorrebbero affacciarsi al soccorso (…). Questi i consigli:
1- cercate nella vostra zona un gruppo cinofilo di protezione civile serio e iscrivetevi
2- frequentate il gruppo e le relative attività per circa 6 mesi
3 – se, solo dopo aver frequentato la vita del gruppo (senza cane), vi rendete conto che sarete in grado di dedicare il tempo dovuto e la passione è ancora la stessa,
solo allora prendete il cucciolo

14287699_10205349071966007_1534347304_nEcco, a parte il fatto che spesso arrivano alla cinoflia da soccorso persone che il cane l’hanno già e non per forza cucciolo e si può ugualmente lavorare (ammesso che il cane non abbia l’età di 15 anni, sia sano e ben socializzato), mi sento di condividere queste poche parole.
La cinofilia da soccorso è un impegno molto particolare, direi quasi di vita: vita vissuta, la mia, per anni. Primo, perché col cane per creare una vera intesa che ti fa operare in situazione complesse e spesso di rischio ci devi vivere il più possibile, mettendo alla prova te stesso e il cane in quanti più ambienti possibile. E si sente subito la prima voce critica “ma comeeee…mi hanno detto che il cane per lavorare al massimo della motivazione bisogna tenerlo chiuso nel box e farlo uscire solo per allenamenti e gare”.
Buona la scusa se lavorate 17 ore al giorno e vi resta ancora la voglia di “fare il figo” col cane. Peccato che così, a parte letteralmente maltrattare il cane, non si ottengano risultati seri e duraturi in modo onesto in nessuna delle moderne discipline sportive: anche queste richiedono affiatamento col proprio animale e metodi di lavoro che si basano più che altro sul gioco, la ricompensa e la motivazione.
Nel soccorso cinofilo a maggior ragione. Perchè si tratta di una disciplina dove il cane lavora e il conduttore, dopo avere seguito un “praticantato” di anni (possibilmente all’interno di un’associazione con istruttori seri e preparati) deve soprattutto sapere comprendere, stimolare e indirizzare bene il lavoro del cane. Costui è infatti il possessore di un naso con capacità olfattive che , confrontate con quelle dell’uomo, le surclassano pare fino a 1.000.000 di volte! Quindi, la prima regola, spesso sottovalutata, è  pensare, prima ancora che alle caratteristiche del cucciolo che si brama di acquistare, alle proprie. Farsi un bell’ecocardiogramma e una dieta dimagrante se serve…Purtroppo, spesso si vedono persone obese o semplicemente troppo poco allenate arrancare, hemm…bestemmiando, su per una salita, col cane che va allegramente dietro al proprio naso a 18 km e poi sentire gracchiare per radio con l’ultimo filo di voce “Devo fermare il caneeeeeeeeeeeeeee…ansima troppo, forse sta male”. Chiaramente è il conduttore, non il cane ad essere sull’orlo del collasso. Sono situazioni che si vedono  in questa disciplina dura e complessa e troppo spesso i responsabili delle varie associazioni, con l’ansia di avere un cane operativo in più (perché magari il cane va benone) sottovalutano questo tipo di responsabilità e mandano in ricerca persone non idonee. E l’esempio si riferiva al lavoro di ricerca in superficie, che spesso viene condotto, in operatività e in esercitazione, in ambienti di montagna con salite difficili, roveti e boschi fitti, o peggio detriti; oppure in pianura a luglio sotto il sole delle due…E’ vero che, almeno a Parma, si tende  a dividere la zona di ricerca in settori, ma l’impegno fisico è certo notevole. E il discorso si complica, naturalmente se parliamo di ricerca su macerie dove, è intuitivo, si lavora in ambienti pericolosi e difficili; è del resto vero che, trattandosi di  una specializzazione  che richiede una preparazione ancora più seria con strutture complesse a disposizione per la preparazione delle unità cinofile, è meno diffusa.

14287529_10205349040845229_1460904224_nAllora come si diventa unità cinofila?
E’ indispensabile iscriversi ad un’associazione: ve ne sono di specifiche aderenti all’UCIS, di consolidata storia, ma anche allo CSEN, o corpi  speciali di Pubbliche assistenze o Croce Rossa, o altro.
Come scegliere? In genere, a parte le informazioni di base che si possono prendere sul territorio, è indispensabile davvero frequentare l’associazione per un po’, per capire se il tipo di lavoro che svolge è serio, ben strutturato o magari più orientato all’affermazione sul territorio dell’associazione stessa stile club: succede, succede.
In genere, comunque, è difficile incappare in strutture che usano sistemi di addestramento che maltrattano il cane: io, frequentando vari gruppi anche fuori Parma, non ho mai visto collari a punte o elettrici o altri strumenti discutibili (ma in genere nessuno sviene se si usa il collare a scorrimento e la pettorina in ricerca soltanto) . E’ più facile “perdere tempo” ottenendo risultai scarsi, data la scarsa preparazione degli istruttori. In ogni caso, si tratterà di un’esperienza utile perché, in genere, partecipando alla vita associativa, oltre a lavorare col cane (ma anche senza la disponibilità dello stesso) si partecipa  attività magari mai effettuate, come il montaggio di un campo, la manutenzione delle attrezzature, o la preparazione di una manifestazione; infatti, questi gruppi, anche per reperire i fondi necessari all’attività (sempre gratuita e quasi mai rimborsata: occhio ai costi, non sono da poco, tra attrezzatura e spostamenti..) , si prestano spesso alla collaborazione ad eventi sul territorio, con turni di sorveglianza o attività di ristorazione o altro. Si impara  a fare molte cose perché la partecipazione  a tutte le attività, ancorché si tratti di volontariato, è sì organizzata e a turni (se ci sono le forze) ma praticamente obbligatoria. E allora ti trovi a friggere la torta fritta alla festa del paese (almeno in Emilia!) ad agosto e non arricci il naso perché tu sei un cinofilo. Non vale.
Si deve mettere in conto che le attività di addestramento in campo si effettuano in genere due volte la settimana, tipicamente una serata quando si può e il sabato; e la domenica mattina (anche alle 7 in estate, il cane soffre il caldo!) piste. Cioè ricerche simulate. No, non solo col proprio cane, bisogna fare “la lepre”, cioè il finto disperso per gli altri. E camminare, e magari stare due ore d’inverno nascosto in un fosso, con la nebbia. Poi, é chiaro che è un lavoro talmente stimolante che si regge se ben motivati, ma non si può disporre come si vuole del week end se si intende diventare un’unità cinofila. E una volta pronti occorre tenere lo zaino pronto (non c’è cosa peggiore di un soccorritore da “soccorrere” perché ha dimenticato la pillolina magica o non può comminare con  gli scarponi senza lacci. Attrezzatura pronta  e a posto sempre. I pigri e i distratti riflettano:-). Una volta esaminati questi aspetti e decisa la “grande avventura” si può cominciare. Un programma di preparazione di un’unità cinofila può durare anche anni, non meno comunque in genere di uno intero, dipende dalle attitudini del binomio uomo-cane. Non si potrebbe intervenire in emergenza se non in possesso del brevetto operativo. In Emilia Romagna (e non solo) esiste un protocollo per l’abilitazione delle UCS ed occorre superare degli esami appositi in cui viene valutata sia la capacità raggiunta dal binomio di scovare il disperso che l’equilibrio dell’animale e il comportamento del conduttore. E non può che essere così, perché si opera in ambienti quanto mai vari ed  interagendo con una pletora di persone diverse (curiosi, soccorritori di altri corpo che spesso vengono chiamati prima, dai carabinieri, agli alpini ecc.) e animali, non necessariamente solo i cani delle altre unità; il proprio cane deve allora saper rimanere indifferente  a tutti gli stimoli e continuare la ricerca nella zona che gli vien affidata, percependo quell’unica molecola odorosa del disperso tra le milioni di altre fino al ritrovamento e la segnalazione o all’esclusione della sua presenza in quella zona: una bella responsabilità vero? VERO.
Come si arriva al fatidico abbaio al figurante o al disperso, che riempie di ansia, ma anche soddisfazione il conduttore?

In genere, appunto, dopo un lavoro di svariati mesi o anni, in campo  e in ricerca.
14247890_10205349071926006_474270764_oIl cane da soccorso lavora in campo perché deve imparare ad essere, come si dice, “in mano”, cioè a lavorare sì libero e valutando nella ricerca tutte le variabili, ma anche sempre in contatto col conduttore, che deve potergli fare superare ostacoli come un corso d’acqua o un muretto oppure mandare  a perlustrare una zona intricata di vegetazione o fermare improvvisamente davanti a  un pericolo come una strada trafficata. Quindi, i cani imparano ad accettare serenamente di lavorare con un numero di distrazioni veramente elevato (persone, rumori, situazioni), a superare passerelle, ponteggi, a infilarsi in cunicoli e vari ambienti appositamente allestiti…ecc ecc. Non occorre in genere una precisioni di esecuzione da Obedience, ma piuttosto che il cane non abbia timori a lavorare in qualsiasi situazione richieda l’emergenza (ovviamente ragionata: i coordinatori, in genere fanno lavorare i cani di notte solo se il disperso è un bambino e si valutano le condizioni, o almeno così dovrebbe essere..) e si fidi di quanto gli chiede il conduttore. Poi c’è il lavoro di ricerca vero e proprio, che può essere insegnato con vari metodo (a scovo tra le varie tracce umane,  o seguendo la traccia del disperso individuato dall’odore che il cane riconosce dopo avere annusato un suo indumento) ma che in genere si svolge con il cane libero. Bisogna, quindi, imparare a seguire il quadrupede e a non influenzarlo (è lui che cerca..) e allo stesso tempo fare attenzione ad eventuali pericoli e al coordinamento, in genere via radio, con gli altri membri del gruppo in ricerca e con i coordinatori sul posto. Non sempre facile, ve l’assicuro.
Il lavoro su macerie io non l’ho mai svolto: giustamente molti gruppi decidono di non preparare unità cinofile specializzate in questo tipo di intervento a causa della ancora più grande preparazione specifica e delle caratteristiche  psicofisiche di  cane e conduttore  che richiede. Qui l’improvvisazione è deleteria. Ci possono essere crolli e altri pericoli, non è il caso di essere d’intralcio se non perfettamente preparati ed in grado di fare fronte ad ogni situazione e si ha la responsabilità di escludere la presenza di una persona in quel punto sotto le macerie.  Il percorso di formazione con cui preparare sia il conduttore che il cane deve tenere anche conto che il binomio viene esposto a emozioni molto forti: dolore,  paura,  disperazione di altri uomini. Per un’adeguata formazione è importante far abituare i cani a muoversi con disinvoltura sulle macerie.
Soprattutto in questa specifico tipo di ricerca (ma anche in superficie) , un ruolo fondamentale nella formazione pratica del cane è quello del figurante, in gergo “lepre” cioè  del finto disperso, usato per allenare il cane al ritrovamento in tutte le possibili circostanze. Il cane, attraverso il lavoro del figurante, impara ad entrare in ogni anfratto e cercare ovunque, a fidarsi del proprio naso, a segnalare con l’abbaio il ritrovamento della stessa. Per questo ruolo così delicato non c’è mai sufficiente disponibilità di persone tecnicamente preparate, anche attraverso corsi specifici, persone di cui ogni gruppo dovrebbe disporre. Purtroppo, non sempre è così e si vede il lavoro dei cani rovinati da “lepri” che non sanno svolgere il loro lavoro.

Ricerca su macerie

E’ evidente che un lavoro di questo tipo da buoni risultati solo se il cane lavora in simbiosi col proprio conduttore, divertendosi (per lui c’è sempre un premio alla fine e  il lavoro di fiuto è del tutto naturale ) ; quindi, si deve usare un metodo strutturato e cognitivo, mai coercitivo: non si può parlare di un metodo specifico e univoco. In genere, l’esperienza dell’istruttore deve guidarlo nel capire i tempi e a volte i modi da usare  con ogni cane (“amore, pazienza e un passo indietro” è il bello slogan dell’indimenticabile Paolo Villani…), ma la “molla” che guida il lavoro è la capacità del conduttore di gratificare il cane nei tempo e nei modi giusti a seconda del soggetto: si vede usare il cibo, la pallina, il gioco, il contatto fisico..In ricerca, si parte fin da cuccioli, facendo cercare il conduttore all’inizio per fare comprendere quello che vogliamo dal cane, cioè un ritrovamento dopo il quale verrà generosamente premiato. Molti cani “impazziscono” per quest’attività per loro perfettamente congegnale perchè utilizza il senso meglio sviluppato, l’odorato.
Già: il cane da soccorso ben addestrato (anche se questo termine ad alcuni non mi piace io non ci vedo nulla di negativo, significa solo preparato..) lavora volentierissimo e anche la vita al campo in genere  è fonte di soddisfazione per lui, visto che il lavoro dovrebbe essere preceduto da socializzazione e giochi con i propri simili. Ma che caratteristiche deve avere? Vanno bene tutti dal bichon frisee al mastino spagnolo? Evidentemente no: Il cane da soccorso deve deve essere un soggetto robusto, di media taglia con delle doti caratteriali ben definite, almeno in un certo range; di base, indispensabile una certa sociabilità e socializzazione (su questa caratteristica si lavora fin verso i 6 mesi, dopo si può fare meno..)
macerie1Ogni razza va bene, meticci compresi, purché rispondano a dei requisiti di taglia e caratteriali minimi. Più che la razza è importante valutare l’indole (socievolezza e duttilità sufficienti), la tempra (capacità di concentrarsi sul lavoro malgrado i tanti stimoli avversi) e il temperamento (capacità di reazione allo stimolo proposto)  del singolo soggetto. Alcune razze, per caratteristiche proprie, si sono dimostrate particolarmente efficaci e facilmente addestrabili per il lavoro da soccorso, di qui la loro diffusione nell’ambiente. Tra queste, il classico pastore tedesco,  ma anche il belga e, attualmente sempre più border collie e australian shepherd: attenzione stiamo parlando di razze non per tutti, che richiedono molta attenzione e interazione! Vanno benissimo anche i retriever come il labrador o il golden; o i boxer, e gli schnauzer per quanto meno diffusi (la mia media pepe sale l’ho provata un annetto ed è risultata attenta e motivata in ricerca, poi ho dovuto, purtroppo smettere). E’ una breve carrellata: nessuna razza esclusa, nemmeno quelle da caccia; da escludere, invece,  i piccoli e delicati cani da compagnia  e i molossi troppo pesanti (per ovvie ragioni…)
L’addestramento deve iniziare prima possibile. Già il cucciolo può, anzi deve, imparare a stare in “società”. Poi lavoro, lavoro, lavoro, sempre giocando, sempre con umiltà e occhio rivolto al cane  e ai suoi bisogni e alle sue reazioni. Se tutto va bene, si diventa Unità Cinofila operativa e, davvero, la soddisfazione è immensa, lasciatemelo dire, ancora la rimpiango. Nel tempo, chissà…
Se qualcosa va storto e ci si sta bene, si rimane ugualmente in associazione. C’è il lavoro logistico, a volte le esibizioni per far conoscere il proprio lavoro ai cittadini, c’è da fare le “lepri” per gli altri.
Alcune associazioni hanno un gruppo sportivo, che magari finanzia le unità cinofile e che è comunque sempre interessante per continuare ad  approfondire il percorso di addestramento del proprio 4 zampe, ma anche le proprie conoscenze cinofile. C’è chi si cimenta nelle basi di discipline come l’Obedience e l’Agility Dog. Personalmente, ritengo più utile concentrarsi sull’attività che si sta facendo, di per sé già tanto complessa e impegnativa…
Un volontariato? Sì, data l’adesione di tipo volontaristico all’attività. In realtà una scelta di vita, un’occupazione a tutto tondo che meriterebbe adeguata attenzione da parte delle istituzioni anche per arrivare a superare il discorso di “tappare i buchi” di dove lo Stato non è in grado d’intervenire. Dotare di attrezzature e compenso adeguato questi gruppi potrebbe essere una buona fonte di occupazione anche per qualche giovane che ce n’è tanto bisogno?? Per carità??!! Ok, ok…Viva il volontariato….

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