sabato , 23 settembre 2017
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I veri mali della cinofilia italiana

di EMANUELE VITOLO – Chi ha la fortuna di avere un cane (o più), di vivere insieme a lui, di condividere momenti belli e meno belli, di offrigli una vita dignitosa e di impartirgli una buona educazione, si renderà conto di non poterne più a farne a meno: lui diventa membro della tua famiglia e il tuo miglior amico, ancor più di un essere umano e, al contempo, tu diventi la persona che lui non tradirebbe mai ed il suo punto di riferimento. Ovviamente ciò avviene se si fanno le scelte giuste: se ci si informa su vita, morte e miracoli sui cani in generale e sulla razza che si è intenzionati a prendere (o, quanto più è possibile, sul singolo cane o cucciolo che si vuole adottare in canile), se si scelga un allevamento serio (o un volontario in canile serio) e si impartiscano al cane, anche poche ma chiare, regole (in autonomia o con un educatore competente).

Fin qui sembra tutto facile e scontato, ma chi abbia, o abbia avuto, almeno un cane in vita sua sa che il mondo cinofilo non è tutto rose e fiori. Infatti, già prima che il cucciolo arrivi a casa e durante tutto il vostro cammino insieme, ci si accorge che anche in questo meraviglioso mondo esistono “addetti ai lavori” veramente senza scrupoli e che dei cani, e degli animali in genere, non gliene frega davvero nulla e di conseguenza, pensano solo ed esclusivamente al Dio denaro.
Altri, a mio avviso i più pericolosi, invece agiscono solo per pura e dannosa ignoranza pensando di fare il bene dei cani, ma invece li ledono doppiamente e ledono anche i loro padroni (aspiranti e non) soprattutto a livello mentale. Chi sono queste persone che rappresentano il male della cinofilia? E soprattutto come ci si difende da queste persone? L’elenco non finirebbe più, però ce ne sono quattro che, a mio avviso, rappresentano il peggio del peggio del mondo cinofilo, da cui ci si può difendere solo con informazione, buonsenso e un po’ d’esperienza.

NEGOZI DI ANIMALI
Su Ti presento il Cane ci sono millemila articoli che trattano quest’argomento però, evidentemente, non sono bastati, allora a quanto pare ci vuole una degna ripassata. I negozi di animali vendono cuccioli provenienti da paesi dell’Est, strappati alle loro madri (che subiscono gravidanze una dopo l’altra) a nemmeno un mese di vita, messi in camion uno sull’altro e affrontano un viaggio di oltre mille km. All’arrivo in Italia molti di questi cuccioli già sono morti e quelli sopravvissuti sono venduti ai negozi a prezzi che si aggirano intorno ai cinquanta massimo cento euro a cucciolo. All’aspirante proprietario di un cucciolo che entra in negozio (ignaro di tutto) viene invece raccontato di un cucciolo nato in un allevamento italiano, che ha due mesi, che ha tutte le vaccinazioni in regola e che se l’aspirante cliente volesse anche il pedigree (ovviamente falso) dovrebbe spendere oltre la cifra richiesta per il cucciolo (normalmente va dai trecento agli ottocento euro) anche altri cento o centocinquanta euro (mentre un pedigree vero ne costa circa trenta, viene SEMPRE dato con il cucciolo, e non viene applicato alcun sovrapprezzo: semplicemente non esiste l’opzione “senza pedigree”, in un allevamento serio).
Il tutto con l’appoggio di veterinari “comprati” (molto spesso presenti in negozio) che altro non fanno che confermare le menzogne del negoziante.
Quale il finale di questa storia di pura criminalità?  Che se il cucciolo una volta giunto nella sua nuova casa dopo un mese (o anche subito) non si becca una parvovirosi o un cimurro mortale, sarà un cane sempre malaticcio, atipico nella morfologia di razza e con gravi problemi comportamentali che vanno dalla paura sino all’aggressività inter/intraspecifica, con conseguente rammarico dei suoi padroni grandi e piccoli. Come si può allora risolvere questo vero e proprio traffico criminale di esseri viventi innocenti? Semplice: la prima arma è sempre e comunque l’informazione, la seconda, invece, è quella di fare una proposta di legge (che dovrebbe partire proprio dall’Enci in Italia, da tutti i club di razza e dalla Fci a livello internazionale) che vieti la vendita di animali da compagnia nei negozi. Di conseguenza chi voglia un cucciolo di razza si deve recare solo ed esclusivamente da un allevatore serio con affisso Enci (anche se ci sono molti allevamenti “cagnari” con affisso Enci e molti allevamenti amatoriali che allevano davvero seriamente, quindi l’affisso non sempre è una garanzia).

ALLEVATORI CON SOLO SCOPO DI LUCRO

Meglio conosciuti come cagnari, canivendoli e termini affini. Tali “allevatori” non badano ad alcun tipo di selezione nei loro soggetti, né a livello morfologico, né caratteriale e, tantomeno, salutare. Il loro unico e solo scopo è lucrare, e per tale scopo farebbero di tutto compreso vendere un cucciolo ben prima dei sessanta giorni.
Fare ciò, quindi, non solo non è allevare, non solo (come dicono gli animalisti) è un vero e proprio sfruttamento di povere vite innocenti ma è anche un maltrattamento di animali. Il finale di questa storia si può facilmente immaginare, poiché non si discosta di una virgola dal destino che ha un cucciolo acquistato in negozio.
Allevare seriamente, invece, è tutta un’altra cosa. Innanzitutto l’allevatore serio lo fa semplicemente per passione ed ha un suo lavoro (che molto spesso non ha niente a che fare con la cinofilia), però più che passione allevare è uno stile di vita, un vero e proprio tributo all’amore che si ha per una razza. L’allevatore serio ama i suoi cani e ancor di più i suoi cuccioli; spende denaro, tempo e fatica per loro con grandi sacrifici che spesso lo costringono a non potersi permettere neanche una vacanza l’anno che dura un week end; si preoccupa di attuare una selezione soprattutto salutare, poi caratteriale e infine morfologica sui suoi cani; si preoccupa del loro equilibrio psico/fisico; ed i sui due unici scopi sono quelli di consegnare i suoi cuccioli in buone mani, e poi, perché no, avere l’ambizione che un giorno i suoi cani rimarranno nella storia poiché egli è riuscito a dar vita a vere e proprio opere d’arte di razza. I soldi vengono per ultimi anzi, spesso non vengono proprio.
In conclusione, come riconoscere un vero allevatore da un cagnaro? Semplice: girare quanti più allevamenti possibili (evitando come la peste gli allevamenti che allevano molte razze), documentarsi su internet e, infine, se si chiama un allevatore per un cucciolo e questo tizio si preoccupa solo di dirvi quanti cuccioli ha e il prezzo senza chiedervi voi chi siete, da dove venite, non vi mette in guardia sulle esigenze che ha quella specifica razza e non vi fissa un appuntamento per parlarne da vicino, escludetelo in partenza!
Una volta, invece, che un allevatore vi convince e fissate un appuntamento, preoccupatevi di constatare lo stato generale dei cani e come siano curati (pretendendo di vedere i documenti dei genitori del vostro cucciolo e le loro analisi/radiografie che escludano malattie legate alla razza) e, infine, aspettatevi che l’allevatore vi sottoponga ad un bel primo, secondo, terzo e anche quarto grado per capire voi chi siate e che stile di vita abbiate. Se così non fosse: fuggitevene!

VETERINARI VENDUTI AL PET FOOD

E’ vero che la legge italiana parla chiaro, ma un po’ è strana: infatti, essa recita che il  comparaggio è “L’impegno, assunto da un medico o da un veterinario, di agevolare, a scopo di lucro, la diffusione di prodotti farmaceutici di una determinata marca; è un reato previsto dalle leggi sanitarie”.
Ergo: se un veterinario si vendesse ad una casa farmaceutica (tramite rappresentante) e agevolasse uno specifico farmaco (prendendosi la mazzetta) andrebbe in galera; se invece si vendesse ad una multinazionale di petfood agevolando, elogiando e spacciando mangimi a suo dire “di qualità”, la passerebbe tranquillamente liscia. Quali sono le conseguenze di tutto ciò? Che spesso tali mangimi di livello qualitativo hanno poco o nulla; molti tra i quali sono fatti con farine animali e sottoprodotti di origine animale (quindi ossa, becchi e tumori compresi) e ciò spiegherebbe, a livello statistico, l’incremento di malattie tumorali spesso mortali che riguardano sia cani che gatti.
Un veterinario che adotta questo modus operandi è una persona che non ama gli animali, di conseguenza non ama il suo lavoro e lo esercita solo ed esclusivamente per soldi. Tali soggetti non solo non meritano di indossare il camice bianco ma (se il comparaggio riguardasse anche il vendersi al petfood) dovrebbero anche essere radiati dall’albo; e perché no: anche andare in galera.
Come difenderci allora da questi delinquenti in camice? Occorre un po’ di tatto: se vi accorgeste che il veterinario è irremovibile nonostante voi gli diciate che quella marca già l’avete provata e non va bene per il vostro cane e costui non vuole sentire ragioni e vi indirizza magari a cambiare solo ingrediente di quella singola marca, già questo è un campanello d’allarme. Un’altra arma che avete (ed è quella più forte) è imparare a leggere le etichette: è vero che la nutrizione dei nostri cani è un argomento molto complesso in cui ognuno ha le sue idee e dice la sua, ma non ci vuole un Nobel in nutrizione canina per capire che un mangime che abbia come primo ingrediente carne fresca (o disidratata) e come secondo ingrediente il riso con le dovute percentuali accanto, qualitativamente è superiore rispetto ad una marca che ha come primo ingrediente il mais e per secondo il riso. Il terzo modo per capire se avete a che fare con un veterinario venduto, in realtà è il più semplice: se il veterinario è così spudorato, sicuramente avrà tappezzato tutto lo studio, peggio di un’edicola, di poster e volantini di quella sola marca e non di altre. Concludendo: qualora sentiate puzza di “comparaggio legalizzato” da parte del vostro veterinario, cambiatelo! Perché un veterinario serio e che ha a cuore la salute del vostro cane, saprà consigliarvi il mangime giusto per quest’ultimo che sarà innanzitutto di qualità e poi terrà conto delle sue esigenze specifiche (età, stile di vita, peso, eventuali allergie etc. etc.) senza badare troppo alla marca ma solo all’etichetta.

ANIMALISTI E VOLONTARI FANATICI

Qui occorre fare una breve e chiara distinzione. Esiste una categoria di persone che accolgono un cucciolo in casa, cane o gatto che sia, e gli danno un tetto sotto cui vivere, affetto, rispetto, cibo, acqua, amore e anche un briciolo di educazione; e magari hanno anche salvato molti cani e fanno, o hanno fatto, i volontari al canile.
E già questo basterebbe, a mio avviso, ad essere degli ottimi animalisti nei limiti della ragione umana.

Poi c’è un’altra categoria di persone che accolgono un cucciolo, o un cane adulto, in casa rigorosamente preso al canile; che gli fanno fare quello che vuole perché già è stato sfortunato e quindi ora ci vuole solo ed esclusivamente l’amore; che sostengano che tutti gli allevatori sono esseri spregevoli e che mangino sulla pelle di povere vite innocenti; che le razze non esistano e l’unica razza è quella canina e, di conseguenza, i cani siano tutti uguali; gli addestratori/educatori (ma per loro sono la stessa cosa) siano torturatori seriali; ovviamente essi sono o vegetariani o vegani e, dulcis in fundo, ritengano che la razza umana sia da sterminare e che dovrebbero esistere solo animali sulla faccia della terra: questi sono gli animalisti fanatici.
La questione è che fin quando il loro fanatismo rimane nelle quattro mura delle loro case, non lede a nessuno se non ai loro malcapitati animali. Ma già quando entra nei social network e nei blog pieni zeppi di bambini, adolescenti e di persone adulte con menti facilmente condizionabili e, infine, varca la soglia dei canili, iniziano problemi molto seri.
Perché fin quando un cane pauroso, per esempio, viene adottato grazie ai post su facebook (rigorosamente strappalacrime) da parte di questa categoria animalisti fanatici, e va nelle mani giuste, effettivamente è un colpo di fortuna per il fanatismo ed un cane in più salvato dal canile; ma se lo stesso cane pauroso va in mano a persone che non hanno mai avuto cani in vita loro e magari hanno anche bambini, posso accadere problemi irreparabili.
Conseguenze? Trauma infantile per i bambini, cane riportato al canile, doppio abbandono = trauma raddoppiato.
Tutto questo perché? Perché ci sono individui ignoranti, che pensano di fare il bene dei cani ma in realtà in tutta la loro vita non hanno mai aperto un libro di cinofilia e quindi non sanno, per esempio, che un cane pauroso è più “pericolos”o di un cane aggressivo. Al contempo, invece, pensano che i cani siano tutti uguali e qualsiasi cane, anche il più problematico, basta che gli sia dia amore e affetto e il problema è risolto. Non è così e magari lo fosse! Allora bisognerebbe urlarlo a squarcia gola: un cane preso in canile spesso ha bisogno del doppio dell’educazione e il doppio delle regole rispetto ad un cane preso in allevamento! Di conseguenza un cane che vive in canile avrebbe bisogno, da parte dei volontari se avessero la competenza per farlo, di una selezione della famiglia adottante maggiore rispetto a quella che farà un allevatore serio per i suoi cuccioli proprio perché, anche se fosse un cane buonissimo, comunque ha subito almeno un trauma e già il canile in se è un trauma!
In conclusione, come fare se si vuole adottare un cane in canile ma in tutta la propria vita non si ha mai avuto cani? Semplice, in primis iniziare a farsi una cultura cinofila quanto più approfondita possibile (questo vale, anche se decideste di acquistare un cane in allevamento); in secundis visitare il canile e farsi guidare da un volontario serio (perché ce ne sono, eccome) che vi dirà quanto più ne sa su quel cane, vi descriverà il suo comportamento e sarà stesso lui a dirvi (e non mentirvi come fanno spesso pur di far svuotare i canili) se quel cane è adatto a voi o no; Infine, se proprio volete essere maggiormente sicuri, potete rivolgervi ad un educatore cinofilo il quale verrà con voi e vi aiuterà nella scelta del vostro cane.

Per concludere, potrei scrivere migliaia di altri mali: educatori/addestratori che non hanno né arte né parte e invece di risolvere un problema in un cane ne fanno sorgere altri cento; giornalisti che di cinofilia non sanno niente e sono sempre pronti a sbattere in prima pagina rottweiler, pit bull e affini senza neanche informarsi se si tratta realmente dei tali e perché abbiano morso, gettando fango sull’immagine di queste razze e su chi le alleva; la televisione che di cinofilia parla poco quanto niente, anzi se in televisione si parlasse di cinofilia, come si parla di cucina e di calcio, l’Italia diventerebbe la nazione più acculturata in campo cinofilo; i numerosi  club di razza che spesso sono delle vere e proprie sette in cui della razza non si parla proprio più ma si pensa solo al denaro.
In realtà non basterebbe un libro per descrivere tutti i mali della cinofilia nostrana, e men che mai la si può cambiare del tutto, però se ognuno facesse la sua parte, nel proprio piccolo, informandosi, acculturandosi e soprattutto denunciando dove c’è da denunciare, qualcosina cambierebbe e ne gioverebbe la vita dei nostri amici a quattro zampe.

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