martedì , 25 aprile 2017
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Scarsa socializzazione… o “legittima difesa”?

di FRANCESCA M. BRUNELLO – La storia curiosa e affascinante che mi appresto a raccontarvi risale oramai a parecchi mesi fa, ma avendo appena traslocato a parecchi chilometri dalla casa madre (con la bestiaccia annessa, ovviamente) mi sono resa conto adesso -meglio tardi che mai- che è un’avventura che val la pena raccontare.

Una sera dell’estate scorsa è venuto a trovarmi a casa un amico. Erano settimane che programmavamo di vederci, ma per una cosa o per l’altra (più che altro la poca voglia da parte mia di vedere gente) sembrava non riuscissimo mai a beccarci, fatto sta che una sera ha pensato di passare e citofonare. Dopo un po’ di convenevoli e finiti i topic normalmente gettonati per fare conversazione senza parlare di niente, questo inizia a provarci con la sottoscritta.
Io, abbastanza in imbarazzo, la butto inizialmente sul ridere per sviare l’attenzione su altro, senza però ottenere il risultato sperato. Dopo un’oretta buona che buttava sarde – espressione tipicamente veneta per dire che continuava a provarci – sono passata dallo scocciata al decisamente infastidita e parecchio a disagio, tuttavia essendo una bipede dotata di una buona dose di diplomazia continuavo a cambiare argomento e declinare l’offerta nella maniera più gentile e pacata che mi riusciva.
Twiggy, che all’epoca non aveva nemmeno due anni, mi si era messa in parte sfoggiando una delle sue solite pose da terra completamente scosciato. Non aveva dato segni di nervosismo o tensione, anzi, mi pareva fin troppo a suo agio.

Ad un certo punto, proprio per creare più distanza fisica possibile con questo elemento che faceva il gradasso e che stava invadendo il mio spazio vitale, mi alzo per andare verso i fornelli.
Da lì tutto è successo in pochissimi secondi.

Io mi alzo, lui si alza protendendosi verso di me e la Twiggy con un balzo lo pianta al muro. Rugbista di più di 100kg spiaccicato al muro con le mani alzate in segno di resa.
Lei era su due zampe contro di lui, orecchie schiacciate indietro e denti tutti in mostra, della serie “tu stai qui e ‘un te mmovi”.
Non ha ringhiato ne pinzato, ha solo mostrato i denti.
Io attonita, lui pietrificato. Tempo di battere le ciglia e ho istintivamente detto “Twiggy lascia” che lei è arrivata zompettando a mo’ di cavallino da me, mi ha guardata e si è seduta, bella e serena come non fosse successo nulla.

Dopo aver ripreso fiato (e probabilmente passata la tachicardia) lui raccoglie la sedia che era caduta nel trambusto e torna al suo posto… e l’unica cosa che gli viene in mente da dire è “Certo che sto cane è poco socializzato eh”.
Non ho risposto, più che altro perché non sapevo cosa dire.
La serata poi è trascorsa in maniera tranquilla, lui ha smesso di provarci, io mi sono rilassata e tutto sommato da lì in poi due risate ce le siamo anche fatte. Soprattutto quando, prima di andare via, mi ha chiesto di accompagnarlo alla porta perché aveva paura che la Twiggy gli pinzasse il sedere, anche se lei non se lo stava badando di striscio.

Eppure per settimane mi è rimasto in testa il dubbio di aver -non tanto sbagliato- quanto mancato qualcosa nell’educazione del mio cane.
“È possibile –mi chiedevo- che davvero non l’abbia socializzata a sufficienza? Dopotutto lei le persone non se le bada mai. Addirittura se non è una voce a lei familiare a dire il suo nome manco si gira…” (NB: questo è anche dovuto al fatto che il nome Twiggy non viene quasi mai recepito giusto dall’interlocutore e allora partono una serie di tentativi tipo Tippy, Tuilly, Twinky… Perfino Whisky). L’insicurezza riprendeva il sopravvento: E se effettivamente non le avessi fatto vedere abbastanza tipi persone?” Poi però mi dicevo: “Eh no però da noi di rugbisti ce ne sono dappertutto, spuntano fuori ad ogni angolo… in più Marco lo conosceva già, bah… sarà mica che c’ho il pastore tedesco che mi è impazzito? Che è aggressivo? E se poi lo rifà? C’è da fidarsi?”

Un po’ timorosa e sempre sull’attenti comunque ho continuato a fare la solita vita di sempre, uscite, pappe, passeggiate, area di sgambamento, salamotto, palline e Twiggy non si è mai comportata di nuovo così. Addirittura un paio di mesi fa temevo che non si ambientasse bene nella casa nuova, abbiamo due coinquilini (umani s’intende) e io e lei eravamo abituate a vivere da sole.
E invece sono rimasta (piacevolmente) sorpresa da quanto si sia già affezionata ad Andrea e Gioia, li accoglie festosa quando arrivano e si fa grattare sempre volentieri sopra la coda.

Ancora adesso a volte mi riecheggiano in testa le parole del rugbista, però più passa il tempo e -sarà che Valeria Rossi c’aveva ragione che “il pastore tedesco è il cane fotocopia. È la fotocopia del suo proprietario”, sarà che a vivere senza dare fiducia al proprio cane si fa una vitaccia- io ho capito che a volte del proprio cane c’è solo da fidarsi.
Tanti quando ci vedono dicono superficialmente “è grosso, se serve ti difende!” e io ogni volta penso sempre che non ci sia niente di più sbagliato, perché se io ho paura, sto certa che quel salame di 35kg che è il mio cane è capacissimo di saltarmi in braccio e nascondersi la testa dentro al mio giubbotto. Non mi aspetto mai, assolutamente e per nessun motivo che il mio cane mi faccia da cavalier servente e si piazzi tra me e il pericolo in una eventuale situazione difficile (in cui spero di non trovarmi mai).

Inoltre la socializzazione serve proprio a questo, ovvero far conoscere al cane tante più cose possibili, di modo che eventualmente sappia valutare un pericolo, e non abbaiare e far casino per paura di qualcosa che non conosce. Tante volte quando la vedo far scenate e ringhiottare ai cani adolescenti troppo esuberanti al parco le dico “ma tira giù quel pelo, che non ti crede nessuno!”
Eppure io do per scontato che lei comunica in maniera efficace, proprio perché ha imparato bene il linguaggio con cui comunicare con gli altri cani. Ed evidentemente con gli umani anche. Quella volta si è espressa in maniera chiara e tonda, ha comunicato in un modo che, sebbene un pochetto scenografico per i miei gusti, un elemento di specie diversa dalla sua capisse che così a lei non andava bene, e l’ha fatto senza mordere, pinzare o ringhare.

Il fatto che in quel contesto lei abbia percepito il mio disagio e ne abbia individuato la fonte è incredibile per me. Ancora oggi mi sorprende quanto bene sia riuscita a cogliere come mi sentivo senza che io dicessi nulla.
Ma d’altra parte, come ci sta attenta lei a me, nessun altro.

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