venerdì , 21 luglio 2017
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Una critica costruttiva alle scuole cinofile gentili e postmoderne

di MATTIA CERUTI – Spettabili APNEC, FICSS, GentleTeam, ThinkDog, e con voi tutte le altre associazioni e i professionisti più o meno noti al grande pubblico, facenti parte delle varie scuole cinofile a metodo gentile, o le quali comunque si presentino come innovative e in rottura con approcci cinofili considerati passati, nel presente scritto vorrei sottoporre a tutti voi, con la massima umiltà di giovane cinofilo, alcune mie perplessità, accompagnate dalla mia storia personale e al mio rapporto con il mio cane e con la stessa cinofilia.

Sono un ragazzo di vent’anni che fin da bambino ha sempre amato gli animali, e i cani in particolare, e dopo anni di richieste, più di otto anni or sono, ho adottato Clint, un incrocio di Bassotto e Terrier che allora aveva circa un anno di età: in breve, da sempre si è dimostrato un cane tendenzialmente insicuro, indocile, restio al contatto con l’uomo, e soprattutto estremamente territoriale e mordace nei confronti delle persone a lui estranee.
Inutile dire che tutto questo si è rivelato un problema non indifferente da risolvere, quindi io e i miei genitori ci siamo presto rivolti ad alcuni professionisti cinofili.
Ecco che ora è doveroso che vi sottoponga un particolare non indifferente su di me: io sono disabile, più precisamente affetto da diplegia spastica, una condizione che affligge i miei arti inferiori, e, pur non impedendomi di essere una persona decisamente attiva e dinamica, mi rende particolarmente suscettibile in termini di equilibrio e stabilità, e questo, ovviamente, anche nel condurre il mio cane.

Ebbene, i primi professionisti a cui mi rivolsi anni fa, basarono buona parte del lavoro mio e di Clint sul rinforzo positivo, a mezzo di premi in cibo e utilizzo del clicker, ignorando tutte le sue manifestazioni di aggressività, e lasciando in genere che fossi tirato qua e là da lui al guinzaglio, peraltro a rischio di cadere facendomi del male, oltre che di perdere di mano il cane: in effetti, fui molto triste quando constatammo che, dopo l’applicazione dei metodi sopra citati per mesi di lezioni, i miglioramenti nella gestione di Clint erano davvero pochi, esclusi quelli di un meccanico suo agire allo scopo di ottenere dei bocconi.
In seguito, furono davvero pianti da parte mia, quando una delle educatrici propose a mia madre di cambiare cane, non essendo a suo dire io in grado di gestire il mio Clint, e dall’altra parte un’altra educatrice altro non proponeva che accettare il cane con tutti i suoi problemi, nonostante ciò implicasse molti rischi sia per me, che per il cane, che per il prossimo, tra ribellioni, morsi a mani e caviglie, e tironi al guinzaglio.

La presente non è una critica effettivamente diretta ai metodi gentili di vario genere: vorrei solo proporre uno spunto di riflessione.
Si dimostra forse veramente valido anteporre le varie ideologie squisitamente umane contrarie ad ogni forma di disciplina del conduttore sul cane, anche quando c’è di mezzo la sicurezza e la stabilità tanto dello stesso cane, quanto di un ragazzo che a modo suo soffre non solo per il suo cane poco gestibile, ma soprattutto per il suo corpo e la disabilità che lo affligge e gli impedisce di mettere in pratica quanto imposto dai metodi dei professionisti a cui si è rivolto, con le conseguenze più infelici?

Personalmente sono orgoglioso di non aver lasciato Clint a se stesso, né di aver ceduto alla tentazione di alcuna terapia farmacologica sedativa, e di essermi informato più a fondo dell’esistenza di metodi alternativi, e di altri professionisti di certo più “tradizionali”, ma che, pur non potendo io stesso vantare risultati strabilianti, mi hanno permesso di trovare un giusto accordo con il mio amico e ausiliario a quattro zampe.
Certo, tutto questo però, anche con una certa inevitabile “coercizione”, con regole chiare ed eventuali correzioni, e con una necessaria capacità di leadership da parte mia, e consapevolezza dei limiti tecnici miei, e del cane in termini di doti psicologiche naturali.

In ultimo, gradirei davvero che rifletteste sul tema della disabilità e delle difficoltà non solamente dei cani, ma anche di chi sta all’altro capo del guinzaglio: vorrei che rifletteste sulla fortuna che molti di voi hanno nel potersi permettere di ignorare sempre il proprio cane quando trascina al guinzaglio, o ad esempio si avventa contro un gatto o qualsiasi altra distrazione, saldi sulle vostre gambe da “normodotati”, in nome di una sua discutibile “libertà di scegliere e agire”, o ancora di come possiate esser liberi di denigrare a priori strumenti come il classico collare (all’occorrenza anche “a strangolo”), che per me di fatto non è tanto uno “strumento di costrizione”, quanto più un “freno di emergenza” che mi permette di condurre in sicurezza cani che siano anche più grossi e forti di un Maltese, senza rischiare di finire steso a terra al primo balzo in avanti, ed evitando ai cani stessi di finire a loro volta sotto una macchina.

Sarei sinceramente lieto che ora esprimeste la vostra disponibilità verso una visione più ampia dei metodi di conduzione, gestione e addestramento dei cani, anche solo come forma di rispetto verso le difficoltà altrui, e verso la necessità di aiutare tutti, cani e umani che siano, per mezzo della maggiore varietà di approcci e mezzi possibili, oltre le tante e spesso limitanti ideologie e filosofie umane: penso che sarebbe un gran passo avanti, per tutti.

Con stima e rispetto, in attesa di vostre costruttive proposte.
Mattia Ceruti

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