martedì , 30 maggio 2017
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Ma che cos’è questo “rapporto”?

di LOREDANA MATTICARI – Prendo spunto da questo articolo apparso su “Ti Presento il Cane”, per esporre alcune riflessioni su quello che dal mio personale punto di vista è il rapporto “vero” tra cane e padrone, o per lo meno su quello che tale dovrebbe essere.

Perché ancora oggi mi capita spessissimo, praticamente quasi sempre, di accertare quanto in realtà siano confuse le idee in merito per la stragrande maggioranza dei proprietari.

La convinzione regina è quella in base alla quale avere un buon rapporto con il proprio quadrupede consista:

  • nell’offrirgli del buon cibo (e che sia tanto, mi raccomando, così non patisce la fame)
  • allungargli snacks golosi extra a go-go (altrimenti di fare gli esercizietti tanto simpatici che gli ho insegnato non se ne parla proprio)
  • fargli tante coccole (ovviamente sempre e solo quando lui sia ben disposto)
  • regalargli un sacco di ninnoli graziosi con cui giocare (da solo, così non si entra in competizione e soprattutto perché il tira-e-molla proprio non si deve fare)
  • portarlo al parco (una tantum magari) per farlo sfogare rigorosamente con i suoi simili (quando e se non se li vuole direttamente mangiare al posto degli snacks di cui sopra)
  • regalargli una cuccia morbida su cui acciambellarsi (nel caso in cui il divano o il nostro letto non siano sufficientemente di suo gradimento)
  • ma, soprattutto, non essere mai “coercitivi” con lui, assolutamente (altrimenti il nostro rapporto con lui – da subalterni – rischia di essere irrimediabilmente compromesso)

A metterla così, sembrerebbe proprio una situazione idilliaca.

E magari per alcuni cani forse potrebbe anche essere, soprattutto se si tratta di soggetti le cui doti naturali rientrino in un quadro generale da medio in giù, se ci si riferisce all’aggressività, alla possessività e, entro certi limiti, anche alla tempra.

Ma siccome la situazione caratteriale quasi “ ideale” su descritta non è che capiti proprio sempre sempre, ecco uscirmi fuori l’ironia che, perdonatemi, ho utilizzato per accompagnare ciascuno dei punti su menzionati.

Perché con un cane anche solo mediamente fornito di un corollario di doti un filino più marcate o “disarmoniche”, attuare un simile programma significa apprestarsi più o meno inconsapevolmente a scavarsi la fossa da soli.

Un rapporto vero e soprattutto “sano” con il proprio cane non può assolutamente prescindere da tutta una serie di comportamenti che ben poco hanno a che vedere con le modalità e con quelli su menzionati: esso si basa principalmente sulla tipologia dell’interazione nel quotidiano, ed esula in larga parte dall’insegnamento di “esercizi” specifici proprio perché troppo spesso solo di “singoli esercizi” si parla.

Un esercizio in sé, infatti, sia come apprendimento che come esecuzione, non mi garantisce assolutamente la creazione di “rapporto” proprio perché consiste principalmente nel far sì che il cane associ un “suggerimento” verbale (che guai a parlare di “comandi”…) o visivo ad un’azione da compiere o ad una posizione da assumere.

Ma quanti di voi hanno già più volte sperimentato la frustrazione di “suggerire” qualcosa al proprio cane in un contesto diverso da quello abituale e vedere come questo “suggerimento” non venga assolutamente colto quando non addirittura volontariamente ignorato?

Perché quello splendido “seduto” che il cane esegue in casa, con rapidità e compostezza, non si riesce ad ottenerlo quando invece siamo in strada con tutti i rumori ed il passaggio di altre persone/cani, al bar a fare colazione con le briciole del cornetto che cadono in terra oppure al parchetto in mezzo alla baraonda degli altri cani?

Ci hanno forse cambiato cane e non ce ne siamo accorti? Oppure abbiamo un Dr Jekyll e Mr Hyde e non ce ne eravamo resi conto prima?

Niente di tutto questo, tranquilli (per modo di dire…): semplicemente, l’esecuzione di un esercizio in sé ha sì a che vedere con l’apparato muscolo/scheletrico del cane ma, soprattutto, dovrebbe averne con il livello di interesse/attenzione che lo stesso cane nutre nei confronti di “chi” glielo propone… e non certamente per quale ghiottoneria riceverà.

A meno che non si abbia un cane cosiddetto “fogna”, il quale al solo vedere cibo in qualsiasi forma esso si  presenti perde letteralmente il lume della ragione, le probabilità di essere ascoltati in determinate circostanze si riducono miseramente a zero o poco più. E se anche dovessimo essere così “fortunati” da avere un cane che rientri nella suddetta categoria, il verificarsi di stimoli esterni particolarmente invitanti può tristemente superare l’acquolina in bocca del nostro quadrupede, non fosse altro per il semplice fatto che di norma un cane mangia regolarmente almeno una/due volte al giorno e non ha quindi idea di cosa esattamente significhi “essere affamati”.

A parte tutto ciò, ma veramente vi rende felici la consapevolezza di avere un cane che vi da retta solo se gli sbandierate un bocconcino più o meno sotto al naso?

A me personalmente la cosa darebbe un filino noia, in verità.

Da buona “coercitiva” quale oramai apertamente dichiarata sono, infatti, preferisco di gran lunga essere io in prima persona il “bocconcino” succulento per il mio cane, e non certo nel significato stretto della parola. Il mio cane, per come la vedo, deve poter nutrire nei miei confronti un grande rispetto (RISPETTO, sottolineo, non timore) ed un’altrettanto grande, se non di più, voglia di “fare insieme a me”, di modo che le due cose messe insieme mettano in secondo piano tutto il resto che accade intorno.

Esattamente così, avete capito bene: incredibilmente, proprio noi addestratori “KattiFi” puntiamo decisamente sulla costruzione di questo famoso “rapporto”, e lo facciamo da svariate decine di anni, molto prima che questa parola venisse “scoperta” e tanto pubblicizzata ed enfatizzata da altre scuole. Solo che lo abbiamo sempre fatto in concreto, sul campo di addestramento – io personalmente anche a casa dei miei clienti, visto che la prima parte del lavoro la svolgo proprio lì – giorno dopo giorno, con e per ogni singolo binomio cane/padrone del quale ci siamo presi e continuiamo a prenderci cura. Magari senza grosse risonanze mediatiche, per mancanza di tempo o proprio per mancanza di iniziativa al riguardo, troppo concentrati sul da farsi reale per aiutare chi si rivolge a noi in cerca di aiuto a situazioni più o meno compromesse o semplicemente per “partire con il piede giusto”.

Perché “rispetto” e “voglia di fare insieme” non si ottengono blandendo il nostro cane con profferte di cibo: ci vogliono tempo, pazienza, dedizione, spirito di sacrificio e soprattutto tanta, tantissima voglia di mettersi in discussione e di imparare cose nuove sul nostro beniamino peloso, su chi egli sia in realtà.

E bisogna anche essere disposti a cambiare il nostro modo di agire “da umani” quando ci rapportiamo con lui, perché lui, toh!!! guarda caso, proprio esattamente “umano” non è: è un cane!

Mettere in atto tutto ciò sicuramente costa molta più fatica che non limitarsi a rifornire costantemente il sacchetto dei premietti con il quale ci autocondanniamo a girare perpetuamente, ma se veramente vogliamo instaurare un “feeling” sano con il nostro cane ed avere modo di godere della sua compagnia non importa dove, regalandogli così la possibilità di seguirci ovunque e di avere a sua volta tutta la libertà, gli stimoli mentali e l’attività fisica di cui ha bisogno, è proprio il caso di mettere la pigrizia (tanto mentale quanto fisica) da parte e cominciare ad assumerci le responsabilità derivanti dalla nostra stessa scelta di condividere la nostra vita con lui.

Occorre smettere di ragionare da esseri umani ed iniziare invece a vedere le cose dal punto di vista del cane, ma quello “vero” così come è e non certo come alcune correnti di pensiero vorrebbero farci credere che sia: perché un cane è un animale, nello specifico un predatore e con tutte le caratteristiche di cui la sua specie dispone.

E se diciamo di amarlo sul serio, come prima cosa dovremmo imparare ad accettarlo per la sua natura, a comprenderlo ed a comunicare con lui in un linguaggio comprensibile e chiaro, così da creare il giusto rapporto.

Diversamente, stiamo solo soddisfacendo delle nostre più o meno nascoste necessità personali, le quali  però ben poco hanno a che vedere con l’amore che tanto diciamo di provare per lui.

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