mercoledì , 28 giugno 2017
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Considerazioni (cinofile) inattuali

di MATTIA CERUTI – Prendo in prestito il titolo della raccolta di trattati con i quali il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche analizzava e criticava la cultura europea di fine Ottocento, per imbarcarmi in una trattazione contro molti aspetti della moderna cinofilia (sperando solo che il vecchio filosofo non si rivolti nella tomba…). So che sto per avventurarmi su terreni insidiosi, e che forse, da più parti, rischio ancora una volta di attirare a me delle voci critiche, ma ci tengo a precisare che questo mio scritto non ha alcun intento realmente polemico, essendo solo un insieme di considerazioni e riflessioni personali.
Ho scelto questo periodo in particolare per mettere per iscritto i miei pensieri perché, almeno dal punto di vista cinofilo, sento di essere sufficientemente sereno, di aver trovato un buon equilibrio metodologico e nel rapporto con il mio cane (pur sapendo sempre, ovviamente, che ho ancora molta strada da fare).
Il mio buon Clint è ormai un vecchio cane con i suoi pregi e con i suoi difetti, che, passata la soglia dei dieci anni, non ha più molte intenzioni di cambiare, ma che, nelle sue continue metamorfosi, ha avuto modo di farmi da bravo maestro, per capire almeno alcune sfaccettature del mondo del cane.

Qualcuno, sicuramente memore di un mio articolo precedente fin troppo “di parte”, si immaginerà Clint come un povero cane sottomesso al soffocante imperio del collare a strangolo e delle mie coercitive pretese, ma vi posso assicurare che questa immagine del mio cane è abbastanza lontana dal vero. Ammetto che, di fronte alla difficilissima natura di Clint, ho passato un periodo in cui mi convinsi della necessità di una dominanza piuttosto fisica e brutale verso il cane, ma che mi sono reso poi conto che si tratta di una strategia tendenzialmente fallimentare; allo stesso modo, ammetto che ho trascorso un’altra fase cinofila in cui credevo che tutto passasse sempre e solo attraverso premio e bocconcino, altra grande illusione.
Queste tappe, però, le ritengo davvero necessarie e inscindibili tra loro, perché mi sono servite ad essere il cinofilo che sono ora, non tanto in termini tecnici e di competenza (ancora in divenire), quanto soprattutto in termini di capacità critica.

Se Clint fosse sempre stato il “classico” cagnolino che fa le feste a tutti e che non vuole far altro che correre dietro alla sua pallina, probabilmente avrei avuto un’adolescenza un po’ più spensierata, ma forse mi sarei illuso che tutti i cani dovessero necessariamente essere degli allegri giullari o angioletti su quattro zampe. Ebbene, Clint non è così, e non lo è mai stato, complici di sicuro una socializzazione approssimativa, piccole privazioni infantili, e un incrocio casuale di razze che, anche nella migliore delle condizioni, la dote naturale della docilità l’hanno vista giusto passare di sfuggita.
Il cane non è solo un tenero esserino peloso, ed è questo che il mio primo amico cane, forse ha voluto insegnarmi fin da subito: innanzitutto è un canide con istinti, pulsioni e desideri ben diversi dai nostri, e in secondo luogo ha la bocca piena di ben quarantadue zanne pronte all’uso, e capaci di combinare guai seri e fuori da ogni retorica buonista, siano esse utilizzate per sottolineare questioni di territorialità o gerarchiche, o per dare massimo sfogo alla propria pulsione predatoria.

Riconoscendo il dono che mi ha dato il mio cane proprio grazie al suo carattere difficile, fin dai tempi del ginnasio ho smesso di lamentarmi della mia sfortuna con un cane del genere e con professionisti cinofili a vario livello poco competenti (non sto certo parlando solo di “gentilisti”, ma anche di altri che se proprio non sono “macellai”, spesso gareggiano per diventarlo), e ho cominciato a studiare… evidentemente non solo greco e latino!
Ho iniziato con i testi divulgativi di Valeria Rossi, alla quale va sempre il mio riconoscimento, per poi passare a vari manuali tecnici di addestramento e di psicologia canina, fino alla lettura più recente di alcuni classici di etologia: ad oggi, la mia biblioteca cinofila conta quasi settanta testi, inclusi i miei storici preferiti,Trumler, Lorenz, Scanziani e Fiorone.

A questo punto, ritengo quindi di avere i mezzi per esporre qui di seguito le mie “considerazioni inattuali” sul mondo della cinofilia.
Parto col dire che, nel corso dei miei studi, mi sono accorto presto che c’è una certa scissione, anche in ambito scientifico, tra etologi classici e comportamentisti: si potrebbe dire, in modo molto semplicistico, che esiste ancora una sorta di braccio di ferro alla “Lorenz VS Skinner”, nonostante siano ormai passati quasi cent’anni dai primi studi di entrambi gli scienziati.
Detto questo, non mi lascio scappare la mia prima e fondamentale “considerazione inattuale”: meglio i cani di Pavlov imbragati in attesa del campanellino e del boccone, o i cani di Trumler che accudiscono liberi le loro cucciolate, pur ringhiandosi addosso quando necessario o facendo fuori qualcuno dei piccoli ogni tanto per il bene della specie?

So di essere fin troppo di parte, convinto sostenitore dello studio dell’etologia classica sugli animali che si comportano in modo quanto più libero possibile e soprattutto istintivo… Però, questo mio spunto di riflessione nasce dal fatto che mi pare che si stia diventando fin troppo “behavioristi” nel nostro approccio verso i cani, influenzati come al solito dall’esempio degli Stati Uniti d’America: questa sembrerebbe infatti essere la patria della maggior parte delle università in cui si professano le “nuove” scienze relative al comportamento animale, in prima linea nel negare ad esempio i concetti “classici” di dominanza e sottomissione, per poi ridurre il tutto a processi di apprendimento meccanici, dettati alla meglio dal “click and treat”, e alla peggio dal collare elettrico (come mostrano buona parte dei video degli addestratori di Oltreoceano)… per non parlare dell’incipiente affezione per gli psicofarmaci ad uso veterinario!

Insomma, gli istinti, il comportamento naturale, il linguaggio degli animali, e Lorenz, e Trumler, stanno andando via via nel dimenticatoio, mentre, rimessi a lucido a dovere, Pavlov e Skinner, tra condizionamento classico e condizionamento operante, sono sulla bocca di tutti. Attenzione però, a non fraintendermi: so benissimo che anche il condizionamento torna molto utile nell’avere a che fare con i nostri cani, e io stesso a volte uso anche il clicker. Il punto della mia critica è un altro, e spero si capisca nell’esempio che voglio fare nelle prossime righe.

Sicuramente saprete chi è Karen Pryor, la madrina del “clicker training”, metodo ad oggi tanto amato sia dai più classici “gentilisti”, sia dai più “aggiornati” esperti del comportamento del cane. Io ho il suo libro in lingua originale (Clicker training for dogs, la cui prima edizione è del 1999), e l’ho letto con relativo piacere. Mi è piaciuto soprattutto constatare come il tutto sia nato dalle sue osservazioni in veste di addestratrice di delfini in un parco acquatico: lavorando con animali per nulla domestici, relegati in anguste vasche praticamente prive di stimoli, e quindi letteralmente costretti ad aspettare il click e il pesciolino dell’istruttore per poter dare sfoggio almeno di una parte della loro proverbiale intelligenza! Sicuramente è ammirevole da parte della signora Pryor il procedimento scientifico di catalogazione dei rinforzi in “primari” e “secondari” e via dicendo, e l’intento di divulgare questi importanti concetti, ma… ancora una volta, dove sono i comportamenti naturali dei nostri amici delfini? Tra l’altro, a mio parere è assolutamente ridicolo che sia nata da qui la pretesa di poter frenare tanto l’aggressività di un cetaceo quanto quella di un cane semplicemente ignorandola e negando all’animale il click e il boccone. Con ciò, tutte le volte che sento di un’orca che ha sbranato il suo istruttore, io sono sempre dalla parte dell’animale, ma non tanto per “fare l’animalista”, quanto più perché ritengo che avesse ragione, vuoi per frustrazione, per stress, per pulsione predatoria o, guarda un po’, per conflittualità da dominanza… insomma, secondo i suoi comportamenti naturali, che nelle vasche di un delfinario, pur tra un delizioso pesciolino e l’altro, non sono altro che tenuti forzatamente a freno, celandosi dietro al tanto osannato “gentle training”.

Il bello è che queste stesse persone, che partono da teorie scientifiche avvalorate tra i vetri di un delfinario (o, prima ancora, nelle celle dei laboratori), spesso criticano aspramente le prime ricerche etologiche sui lupi e i cani in quanto studiati “in condizioni di cattività”: come al solito, viva la coerenza!
E ora che ho brontolato a sufficienza intorno ai soliti “gentilisti” e “cliccatori compulsivi” e ai loro compari “spacciatori di pastiglie”, non risparmio di certo le mie considerazioni sul conto del “fronte opposto”, se così si può dire.

Senza dubbio è vero che bisogna porsi nei confronti del cane come una guida affidabile, una specie di genitore quasi-canino sostitutivo, o, se preferite, come capobranco: lo dice lo stesso Trumler, uno dei miei più grandi miti di etologia canina (come forse si sarà capito), ed è una forma di cultura ammirevole citare lui e altri “classici” del comportamento animale e dell’addestramento del cane. Eppure, non ho letto da nessuna parte, tantomeno tra le parole del vecchio etologo appena citato, che la superiorità sul cane la si debba ottenere nel giro di cinque minuti di addestramento capottando la povera bestia di turno solo perché un po’ ribelle… cosa che io stesso ho visto fare, invece!
Questo, a mio avviso, significa essere delle specie di domatori, non dei capibranco, e appendere il cane per il collare e rifilargli ceffoni ad ogni minimo sgarro non incarna quel meraviglioso e necessario “usare le mani come una bocca” a cui esorta sempre il nostro etologo austriaco, ma più che altro sembra l’emulazione infelice di un certo famosissimo (e discutibilissimo) “sussurratore”, anche lui pervenutoci da Oltreoceano.

Perché non ho risparmiato proprio nessuno, in questo mio scritto?
Forse perché ho paura che, tra una divisione e l’altra, la cultura cinofila classica più “sana” stia morendo man mano, sia in termini di selezione del cane di razza, soprattutto da lavoro (ne ho parlato, almeno in parte, in un mio precedente articolo), sia per colpa dei vari “domatori” di turno, che non fanno che confermare i più popolari fraintendimenti e pregiudizi in termini di etologia classica e sviluppata letteralmente “a tu per tu con il cane”.

Nella speranza di aver stimolato la sensibilità di qualcuno come me, mi auguro che i miei presagi siano sbagliati, e mi rallegro dei miei primi passi da cinofilo, godendomi il mio cane e pregustandomi quelli futuri, mentre cerco di essere un bravo capobranco senza bisogno di schiacciarlo a tutti i costi, di essere un cinofilo senza bisogno di grandi “metodi”, di divertirmi e studiare la sua natura tra battute di caccia alla pallina e lotte ritualizzate, e di infischiarmene delle maggiori mode pseudo-cinofile di questi tempi… sperando di poter strappare almeno un immaginario sorriso al vecchio Trumler e a tutti gli appassionati e validi cinofili di ieri, e forse (sarò pure un po’ poco modesto), anche di oggi.

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