lunedì , 20 novembre 2017
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Cinofilia & Disabilità: il “cane giusto” deve essere giusto per voi, non per le convenzioni.

di MATTIA CERUTI – Il tema della disabilità è estremamente vasto, spinoso, spesso doloroso e molto personale, quindi in questa sede non intendo generalizzare, o proporre una visione universale di questo delicato ambito dell’esistenza umana.
Fa molta scena, di questi tempi, parlare di “diverse abilità” anziché di disabilità, ma sta di fatto che a noi disabili manca qualche abilità in particolare, sia essa fisica, motoria o cognitiva, e dobbiamo lottare per cercare di compensare a queste nostre mancanze, piuttosto che poterci tanto sbizzarrire a trovarne di “diverse” rispetto a quelle degli altri: questo è a mio avviso un fatto importante da tenere presente per abbattere almeno una parte della barriera di diffidenza e ignoranza (sia da parte altrui, che spesso anche da parte nostra), che alle volte ci allontana dalla maggioranza delle persone, dalla grande folla dei “normodotati” che ci circonda.
Premetto che sarò molto influenzato dalla mia condizione personale, e che quindi, anche quando cercherò di “dispensare consigli”, mi riferirò soprattutto alle menomazioni relative agli arti, che implicano cioè in generale una diversa percezione del mondo dal punto di vista motorio e conseguentemente spazio-temporale: essendo affetto da diplegia spastica agli arti inferiori, parlerò soprattutto di equilibrio, di strategie per compensare ad una scarsa mobilità ed elasticità muscolare… e di certo non pretendo di poter soddisfare tutti voi altri lettori che, in un modo o nell’altro, potreste scontrarvi con altre tipologie di disabilità. Se però avete altri spunti o problemi, non esitate ad arricchire il mio punto di vista grazie alle vostre stesse esperienze!
Sotto il titolo “Cinofilia & Disabilità” vorrei cercare di mettere a frutto la mia pur scomoda posizione di persona disabile (per quanto molto giovane e non certo esempio di pacifica accettazione dei miei limiti), soprattutto in qualità di di cinofilo, anche nella speranza di trovare chi, come me, cerca di superare i propri ostacoli grazie alla nostra meravigliosa passione per i cani: in questo caso, infatti, non intendo trattare delle “classiche” attività terapeutiche in cui ci vengono in aiuto i cani, ma di vera e propria vita da disabili cane-muniti, appassionati del cane, o meglio ancora intenzionati a prenderne uno con sé.
Partiamo quindi con il primo punto di cui vorrei trattare, ponendo che siate delle persone piuttosto consapevoli della vostra problematica, ma che nel contempo non manchiate di buona volontà, e siate così sinceramente appassionate di cani, da aver finalmente deciso di portarne uno nella vostra famiglia. Ecco allora una domanda che sorge a tutti, ma proprio a tutti, abili o disabili, dritti o storti, veloci o lenti, in questa situazione: che cane scegliere?

Dal profondo del mio cuore, con la massima sincerità, in partenza vi esorto ad una cosa sola, ovvero… a prendere il cane che volete davvero.

Facile, no? Ovvio che siete intenzionati a prendere il cane che volete davvero, altrimenti chi ve lo fa fare di portarvi a casa un cane, o di adottarne uno anziché un altro?
Il problema è che siamo disabili, e se nella fattispecie siamo disabili motori, possiamo star sicuri che ci sarà sempre qualcuno che ci dirà “quel cane lì no”, o peggio ancora “quella razza lì no”: è una situazione che si verifica spesso anche se i cinofili in divenire sono perfettamente normodotati e pure piuttosto forzuti, quindi figuriamoci se non deve accadere a noi, che almeno uno dei nostri limiti lo portiamo ben visibile, impresso nella “diversità” del nostro corpo!

Attenzione però: ribadisco che vi considero a priori delle persone disponibili ad informarsi in modo approfondito e onesto, e a mettersi in discussione, e con queste mie parole non vi sto assolutamente esortando a scegliere un cane in modo avventato e superficiale, o a sentirvi giustificati a sceglierne deliberatamente uno che abbia caratteristiche che non si confacciano in alcun modo con il vostro stile di vita: ma questo vale per tutti, “abili” o disabili!

Il problema sul quale vorrei focalizzare l’attenzione è un altro, e per spiegarlo voglio portare la mia esperienza personale…

Ero ancora un ragazzino che, da poco finite le scuole elementari e in procinto di iniziare l’avventura misteriosa delle scuole medie, mentre si ambientava nella nuova casa di famiglia, pregustava l’imminente possibilità di realizzare il suo sogno più grande: avere un cane.
Mentre leggiucchiavo qua e là, entro le capacità di approfondimento di un bambino di undici anni, libri e riviste di cinofilia, mi affidavo per lo più ai pareri di conoscenti e passanti che già avevano un cane, mentre mi facevo guidare dai giudizi dei miei genitori.
Il guaio è che ero già fin troppo sveglio e appassionato, e mi ero fatto una sufficiente idea di massima di come sarebbe dovuto essere il mio cane ideale, sia dal punto di vista fisico, che caratteriale: di taglia media, di modo tale da non dovermi abbassare troppo per accarezzarlo, condurlo o giocarci insieme, e possibilmente dinamico, docile e giocoso, per potergli ad esempio lanciare la palla a distanza e divertirmi con lui senza doverlo incitare molto all’azione o correre troppo, cosa in parte contro le mie possibilità… in definitiva, sarebbe dovuto essere un Retriever o un Collie, o almeno un incrocio di questo tipo. Così, ne parlavo in famiglia, e… mancava poco che scoppiassero liti sul tema della taglia del cane, perché, nonostante i miei non me lo volessero far capire, temevano che un cane “grosso” avrebbe potuto mettere nei guai con la sua potenza fisica tanto me quanto loro: perché anche un Collie, nella mente degli ignoranti, è un cagnone enorme, che, per quanto addestrato, passa notoriamente la vita a rischiare di travolgere i bambini handicappati!
Ricordo, in particolare, quel giorno in cui stavo accompagnando mia mamma a comprare dei vestiti, e mi intrattenni con la negoziante a parlare della mia intenzione di prendere un cane. Ecco che la negoziante, appena sente dire che voglio un cane di taglia media, della stazza di un Setter (tanto per stare sul vago), sfodera prontamente la sua invidiabile esperienza e comincia con la solita solfa: “Un cane grosssooo? Ma nooo che poi ti fa cadeereee! Io avevo un Alano da un metro e trenta al garrese, e sai quante volte mi ha fatta cadere!”.
Ebbene sì, me lo ricordo precisamente, testuali parole: un Alano da un metro e trenta al garrese! Praticamente, un cavallo di taglia media, non un cane… ma si sa, ovviamente per questa cara signora il garrese equivale alla punta delle orecchie, possibilmente erette!
Vuoi mettere un bel Jack Russell, tanto piccolino e carino… nello specifico, ai tempi finito in canile per via della simpatica abitudine di voler sbranare tutti i suoi simili? Perché quello era il soggetto che lei mi consigliava in particolare come valida alternativa! Un cane pazzo, in sostanza, ma che vuoi che sia… così piccolo che non avrei certo rischiato di cadere!

Oltre al problema della taglia, in famiglia c’era un altro inconveniente non da poco: quasi dogmaticamente, “una vita non si compra”. A convincermi della necessità di un’opera buona adottando un cane in canile anziché acquistandone uno da chi “lucra sulla sua pelle” (perché gli allevatori seri erano per noi ancora un “oggetto misterioso”), è stata mia madre in particolare. A tutt’oggi mi meraviglia la presa che ha sulle persone di poca cultura cinofila la propaganda animalista: e dire che adesso mia madre stessa è la prima a sostenere che la scelta migliore e più sicura soprattutto per il neofita è un cucciolo selezionato da persone di provata competenza!
Dopo aver girato e rigirato per il canile nell’arco di più di tre mesi, con le gote rigate di lacrime perché non si riusciva proprio a trovare un cane giovane adulto che facesse al caso mio, io dovetti cedere, e, spalleggiato da genitori impazienti di vedermi tacere sull’annoso motivo “voglio un cane”, e peggio ancora da operatori di canile con la cultura cinofila di un forasacco, fui costretto a cedere e accettare il grave compromesso di nome Clint.
Io che volevo un cane con cui non dover fare il Gobbo di Notre-Dame per dargli una carezza o un bocconcino, avevo accettato un incrocio di Bassotto. Io che volevo un cane con cui passeggiare, ne avevo accettato uno che di farsi condurre al guinzaglio non ne voleva assolutamente sapere. Io che volevo un cane con cui giocare a palla per ore, ne avevo accettato uno con cui ci son voluti quasi dieci anni per insegnargli a riportare e a mordere lo straccetto come si conviene. Io che volevo un cane anche per stringere nuove amicizie, ne avevo accettato uno che solo dopo anni di addestramento ha imparato che gli estranei non li si deve accogliere abbaiando furiosamente o azzannandoli alle caviglie…
Ma, ancora una volta, l’importante era che non potesse buttarmi a terra, e che fosse rigorosamente non di razza, men che meno acquistato in allevamento!
Evidentemente, ero troppo piccolo per portare ancora pazienza, e mi vergognavo troppo a chiedere di pagare una somma non indifferente per un cucciolo davvero scelto da me, per quanto potenzialmente più equilibrato, gestibile e sano (perché, tra l’altro, il povero Clint, poco dopo essere arrivato a casa, ha dovuto subire una pesantissima cura a base di iniezioni contro la filariosi, come se non bastasse il suo già particolare profilo caratteriale).

Ciò non toglie che mi sia molto affezionato a Clint, e che sia anche piuttosto orgoglioso di averlo portato al punto di “equilibrio” in cui ci troviamo adesso, ma non nascondo che tuttora mi fa arrabbiare constatare che è praticamente l’opposto di quanto avrei sperato in un cane, e che anche oggi sogno un altro cane, un cane mio dal suo secondo mese di vita, mio perché l’ho scelto personalmente e con il supporto degli allevatori e degli addestratori professionisti che ora conosco, mio perché ci divertiamo insieme a fare sport, e non perché “ci tocca” fare il recupero comportamentale e gli esercizi di controllo. Credetemi, non sono più un bambino, ma anche a vent’anni mi si gonfiano gli occhi tutte le volte che penso che dovrò aspettare ancora anni per realizzare questo mio grandissimo desiderio da cinofilo, e tutto per colpa dell’ignoranza che sta dietro all’adozione scriteriata di un cane!

Ho raccontato tutto questo, anche nella sua luce meno felice, perché vi rendiate conto che è importantissimo che scegliate il cane che volete davvero, che lo scegliate voi con la vostra testa e con il vostro cuore, e che non siano (ad esempio) le vostre gambe, o quello che altri pensano di esse, a condizionarvi poi tanto. Già la consapevolezza della nostra disabilità è un fatto duro da accettare: si dà il caso che, almeno la scelta del nostro cane, non debba essere solo il frutto di una serie di limitazioni.

Allora, siete patiti fin dall’infanzia di Terranova, ma non ne avete mai preso uno giusto perché non siete dei palestrati, e per di più da sempre zoppicate da una gamba? Informatevi con serenità, e rendetevi conto di una cosa: avere al fianco come compagno proprio il cane della razza che più amate è un supporto mille volte migliore di qualsiasi bastone o stampella, soprattutto se si conoscono le sue vere esigenze (che non dipendono dalle belle gambe del padrone, ma dalla sua competenza e capacità di leadership), e se si è in grado di avvantaggiarsi di tutti i metodi e gli strumenti che l’addestramento, l’allevamento, e la cultura cinofila in generale sono in grado di metterci a disposizione! Ah, quasi dimenticavo: anche se volete (davvero) un bel meticcione di canile, il segreto è stringere i denti nell’attesa, e soprattutto farsi supportare in anticipo da cinofili seriamente competenti… perché anche questa scelta, se fatta bene, vi fa soltanto onore!

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