venerdì , 20 ottobre 2017
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Etologia canina, dominanza e gerarchie: due parole da un “naturalista dilettante” – Parte I

di MATTIA CERUTI – “Naturalista dilettante” è una definizione che mi calza comodamente, e che prendo in prestito da Gerald Durrell, il famoso zoologo britannico che, negli anni Ottanta del secolo scorso, con i suoi documentari, e poi con il suo libro Il naturalista a quattro zampe (edizione italiana Adelphi, 1994), esortava la gente ad appassionarsi allo studio delle meraviglie del mondo animale, semplicemente prendendosi il tempo per mettersi lì, osservare, documentare e “pedinare” le proprie specie animali preferite, allo scopo di conoscerne caratteristiche e costumi. Personalmente, è proprio quello che, anche senza volerlo, fin da piccolo, ho sempre fatto, con anatre, oche, cigni, galline, cavalli, asini, cani, gatti… e potrei andare ancora avanti con la lista di animali che Madre Natura mi ha dato il privilegio di conoscere e osservare, pur vivendo in città! Oggi ho vent’anni, ma, sebbene le mie inclinazioni accademiche mi abbiano portato allo studio delle scienze umanistiche (scienze dei beni culturali), la mia passione per il mondo animale non si è certo esaurita, anzi si è ampliata, grazie anche al mio amore per i libri, e alle più recenti letture dei grandi zoologi ed etologi del passato e del presente, da Lorenz a Trumler, da Mainardi ai Coppinger, tanto per citare i più noti. Detto questo, sia chiaro che non sono certo qui a darmi arie da studioso, né ad accreditare teorie per le quali parteggio in particolare: sono solo un giovane appassionato, e per ora nulla di più… ma in questo scritto vorrei mettere in ordine alcune idee che mi sono fatto, proprio sull’annosa questione della dominanza e delle gerarchie nel cane, avvalorandole tanto dalle mie letture, quanto dalle mie dirette osservazioni.

Solo di recente ho letto, anzi studiato, con estrema attenzione e chilometri di sottolineature, il libro di Eberhard Trumler A tu per tu con il cane, che tra l’altro anche Valeria Rossi consigliava caldamente nella sua “biblioteca cinofila”: siccome non sto scrivendo davvero due parole a caso, ma sto cercando di mantenermi quanto più autorevole possibile nella mia trattazione, trovo giusto presentarvi il libro e l’Autore qui di seguito, prima ancora di citarli.

Eberhard Trumler (nato a Vienna il 22 ottobre 1923 e morto a Birken-Honigsessen, in Germania, il 4 marzo 1991), è stato uno dei più famosi allievi di Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, e a sua volta può essere considerato il padre degli studi etologici compiuti direttamente sul cane domestico; nel 1969 ha fondato, con l’appoggio di Lorenz, la “Eberhard-Trumler-Station: the society for pet research”, struttura attiva ancora oggi (il link al suo sito, purtroppo interamente in lingua tedesca, è http://www.gfh-wolfswinkel.de/).
Tra i tanti libri che ha scritto, quello forse più noto è A tu per tu con il cane, la cui prima edizione è del 1973 (edizione italiana rieditata, Orme, 2011).

A mio parere, Trumler ha dei meriti incommensurabili nell’impostazione e nel’esposizione dei suoi studi sul cane, e soprattutto nel fatto che, già negli anni Settanta, avesse pensato di diffonderli con tale chiarezza e semplicità al grande pubblico di zoofili e cinofili: di questi meriti, appunto, parlerò man mano, citando in modo quanto più letterale il suo libro.

Ebbene, ecco che possiamo partire con la prima sezione della mia analisi, adesso che abbiamo messo in chiaro le mie fonti iniziali.
In particolare, voglio porre come considerazione preliminare il fatto che, ad oggi, ci troviamo in un periodo storico in cui abbondano gli studi sul cane, e in cui buona parte di questi sono rivolti ad un di processo di “demistificazione”, da una parte dei miti, veri o presunti che siano, sull’organizzazione gerarchica dei canidi sociali, e dall’altra della forza dell’influenza che ha sui nostri cani domestici la discendenza dal lupo.
Cercando con le nostre ricerche di tornare molto indietro nel tempo, tanto da arrivare ai tempi della Preistoria, in cui l’uomo era poco più che uno scimmione, vogliamo da anni indagare sull’origine del nostro migliore amico animale, il cane. Oggi, sul tema della domesticazione del cane, pare che si sia giunti alla conclusione che questa avvenne nel Mesolitico: tralasciando in questa sede fasi specifiche e datazioni, gli uomini, divenuti maggiormente stanziali, formarono allora i primi villaggi, intorno ai quali cominciarono ad accumulare abbondanti rifiuti organici a seguito delle loro battute di caccia; così, per gli antenati del cane meno diffidenti, più opportunisti e meno portati per la caccia, venne a crearsi naturalmente una nuova nicchia ecologica in cui prosperare alle spalle dell’uomo.

Così raccontano la storia del cane i coniugi Coppinger, nel loro Dogs del 2001 (edizione italiana Haqihana, 2012): presentando gli Autori, Raymond Coppinger è professore emerito di biologia all’Hampshire College, negli USA, ed è tra l’altro autore di Fishing Dogs, e co-autore di Wheelchair Assistance Dogs, mentre sua moglie Lorna è stata premiata per il libro The World of Sled Dogs; insieme hanno fondato l’“Hampshire Livestock Dog Project” (centro per la ricerca sui cani da guardiania).

Sicuramente, la teoria della “domesticazione spontanea” del cane è molto condivisibile e realistica, ed è piuttosto logica la sua contrapposizione alla teoria secondo cui sarebbe possibile, nel giro di poche generazioni, selezionare cani domestici allevando giovani lupi selvatici… ma in queste affermazioni non c’è nulla di totalmente nuovo: i Coppinger hanno solo il merito di aver messo in ordine e approfondito la faccenda!
Infatti, se facciamo entrare in scena, con sincerità e senza pregiudizio, gli studi ben precedenti di Trumler, scopriamo che egli già paventava ipotesi sul tema dell’auto-domesticazione, nella storia di cani e dingo, e nella comparsa spontanea di tratti psico-fisici relativi alla domesticità, come diminuzione della taglia, mutazioni del colore e minore abilità venatoria autonoma, grazie a cambiamenti dell’ambiente e dello stile di vita, e all’incipiente tasso di endogamia che aveva luogo vivendo in comune nei villaggi umani: tutto questo lo si può leggere chiaramente nel primo capitolo di A tu per tu con il cane. Inoltre, Trumler sdogana già il tanto sopravvalutato mito della “doma del lupo” da parte dell’uomo primitivo: infatti, mette ben in chiaro, in più occasioni, che è già molto difficile ottenere docilità e obbedienza da parte del dingo semi-domestico (specie da adulto)… e che è quindi praticamente impossibile ottenerla da un vero lupo selvatico, per quanto abituato, anche artificialmente, alla convivenza con l’uomo! Per chi volesse approfondire sul tema, sia Trumler che i Coppinger citano, tra le altre, la storia dei due lupi dei Crysler.

Abbiamo quindi scoperto adesso che già secondo Trumler, il cane non è più da lungo tempo esattamente un lupo, né dal punto di vista fisico, né da quello comportamentale, e che anzi, “solo l’animale selvatico possiede l’inventario completo e immutato dei modelli comportamentali della propria specie”: dunque, non può proprio possederlo ad esempio un cane di una razza molto selezionata, e questo, non a caso, spiega la scelta di Trumler di studiare innanzitutto i comportamenti istintivi dei cani più primitivi in assoluto (ad esempio i cani da alce, oltre ai dingo), e di escludere in partenza i terrier, i molossi e i cani da grembo.

In più, se oggi ci si fa in quattro per identificare “il cane” universale, e similmente anche “il lupo” universale, Trumler spiegava la differenza tra lupi nordici, più sociali e gerarchici, e lupi orientali, a loro volta meno sociali e meno gerarchici, e non mancava di confrontare le loro caratteristiche con quelle dei cani domestici, dei dingo, e perfino degli sciacalli: questo processo di indagine si chiama “etologia comparata”, ed è oggi oggetto di frequente condanna per avere, a volte, paragonato fin troppo il cane domestico con il lupo. Ma, in fondo, cosa c’è di male nel mettere a confronto, pur con il giusto buon senso, i diversi componenti del genere Canis? Sarebbe come dire che è un male di per sé confrontare le caratteristiche di umani e scimmie antropomorfe… mentre in realtà questi studi dimostrano il più delle volte fatti meravigliosi! Personalmente, temo che ci sia un certo pregiudizio umano sia nel voler riscontrare similitudini lampanti tra noi e le scimmie rozze e impudiche, sia tra i nostri amati cagnolini e i loro spesso temibili parenti selvaggi…

Un altro punto focale della critica al passato da parte dei nuovi e tanto acclamati studi sul cane, risiede nel fatto che i primi studi comportamentali furono svolti su cani e lupi tenuti in condizioni di cattività: questo fatto è spesso usato in riferimento alla più nota delle critiche moderne all’etologia classica, ovvero quella all’esistenza o meno di gerarchie all’interno di gruppi sociali di animali (nel nostro caso specifico, nei gruppi di cani).

Se pensate che Trumler ignorasse le influenze della condizione di cattività sui primi animali studiati dagli etologi, vi sbagliate di grosso, soprattutto se vi volete riferire alla maggiore inclinazione allo scontro fisico e alle rivalità per ragioni gerarchiche che dimostravano trovandosi confinati, e per di più in gruppi disomogenei (come nel caso dei lupi di Schenkel negli anni Quaranta). Penso che mi basti citare testualmente Trumler qui di seguito.

“È molto probabile che le gelosie per questioni di rango come quelle che si verificano nei giardini zoologici nei branchi di lupi arbitrariamente composti siano un fenomeno legato alla cattività.”

Inoltre, sempre in questo contesto, il tanto mitizzato pallino per la gerarchia, viene da Trumler radicalmente ridimesionato… senza però bisogno di essere negato o denigrato!

“Animali che per procurarsi il cibo spesso devono percorrere parecchi chilometri al giorno non hanno certo il tempo di scervellarsi per ore su questioni di branco ma hanno bisogno della loro energia per cose ben più importanti.”

Tra l’altro questo fatto l’ho constatato personalmente osservando i “cani pariah” del Vietnam e ho potuto anch’io confermare che non si tratta tanto di un’idilliaca anarchia, quanto più di scarsità di risorse, e della necessità impellente di andarsele a cercare, cosa ben più urgente del rivaleggiare con il vicino di turno!

Per oggi è tutto… a domani per la seconda parte!

 

 

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