venerdì , 20 ottobre 2017
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Etologia canina, dominanza e gerarchie: due parole da un “naturalista dilettante” – Parte II

di MATTIA CERUTI – Abbiamo concluso ieri la prima parte parlando della critica relativa al fatto che i primi studi comportamentali sul cane fossero svolti su soggetti in cattività. Riprendiamo da questo discorso: mi viene in mente un altro appunto da fare sul mito dei “canidi studiati in cattività”.
Quanti di noi hanno a che fare con un branco di cani davvero naturale, formato solo e unicamente da parenti o esemplari che si siano scelti da sé come partner, e che vivano in uno stato di assoluta libertà? Penso nessuno, a meno che, appunto, non viviate in un Paese in cui il cane non è un animale di casa (come in Vietnam, appunto)… perché, alla fine, anche i “cani da discarica” di molti Paesi occidentali, non vivono certo tutti in armonia assoluta tra loro, ma formano branchi alla bell’e meglio, nel migliore dei casi per correre dietro a una cagnetta in estro in condizioni di semilibertà, e nel peggiore, per far fronte all’abbandono nel quale riversano e per mezzo del quale noi umani non li abbiamo nient’altro che traditi.

Peraltro, da noi, permettere ai propri cani di vagabondare è considerato sinonimo di degrado, potenziale pericolo e omessa custodia di animali, quindi… anche il gruppo di cani più fortunato, che vive scorrazzando in un giardino di tanti ettari (come il “vecchio mulino” di Trumler, pur suddiviso in recinti per esigenze organizzative), dovrà essere per forza di cose confinato… con tutti i disagi, e le questioni gerarchiche, che la convivenza ristretta e forzata può comportare!
Questa è la ragione per cui trovo più calzanti al nostro mondo le osservazioni di Valeria Rossi sui suoi Huskies, piuttosto che quelle dei Coppinger sui “cani da villaggio” di Pemba. Per spiegarmi ancor meglio voglio scomodare nientemeno che Desmond Morris, il popolarissimo zoologo britannico autore de La scimmia nuda (ultima edizione italiana Bompiani, 2001): nel suo studio sull’uomo, Morris introduce escludendo dall’interesse comune le tribù primitive e le popolazioni più isolate e sperdute, proprio perché a suo dire non rappresentano un campione effettivamente indicativo delle condizioni in cui ci troviamo a vivere noi “scimmioni nudi” occidentali moderni, ma più che altro rappresentano degli interessanti ma singolari “vicoli ciechi” evolutivi e culturali… a mio parere, molto similmente ai vari “cani pariah”, che vivono ancora in una condizione primitiva che, appunto, i nostri cani di casa, di norma non si possono assolutamente permettere.

Assodato ora che, confinati nel giardino di casa nostra, i nostri Fido e Lilli non possono fare a meno di formare tra di loro un preciso ordine gerarchico, allora è vero che per farlo si devono continuamente sbranare? Niente di più falso… e sapete chi ce lo dice? Ancora una volta, Eberhard Trumler, nel lontano 1973. Lo cito di seguito.

“Secondo natura l’aggressività fra individui della stessa specie occupa un posto di secondo piano rispetto ai modelli comportamentali sociali e di coesione di gruppo ed è colpa dell’uomo se questo rapporto viene turbato e se nel cane l’aggressività diventa un fattore predominante… Il mio sforzo nel corso di questo libro è stato di mettere in risalto la struttura psichica dell’animale da preda cane che per la sua stessa natura è orientato a una pacifica coesione di gruppo e inoltre di dimostrare che per il mantenimento dell’ordine nella società canina l’aggressività riveste un’importanza secondaria… Ovunque si formino delle famiglie naturali predomina un comportamento comunitario all’insegna del rispetto caratterizzato da molti elementi di coesione di gruppo.”

E, nel caso i nostri due amici a quattro zampe decidessero di metter su famiglia, imposterebbero poi l’educazione dei piccoli a pane, urlacci e “alpha roll”, della cui pratica spesso molti “psicologi canini” di oggi accusano i cinofili di ieri, allo scopo di screditarli? Anche qui, lascio la parola a Trumler e a ciò che ha imparato dai suoi cani…

“Occorrono una grande esperienza e una notevole sensibilità per stabilire un rapporto di sottomissione senza l’uso della forza come fanno i genitori cani… Bisogna precisare che fra cani l’autorità è qualcosa di molto diverso da quella pseudo-autorità sviluppatasi nell’ambito delle società occidentali e che si compiace di instaurare un rapporto di sudditanza tra padre e figlio.”

Quindi, un’altra scoperta significativa che abbiamo fatto argomentando sulle fonti di queste righe, è che sicuramente è importante per i cani riconoscere un ordine gerarchico all’interno del proprio gruppo sociale, per quanto non esattamente come i progenitori lupi, e con certe differenze a seconda della loro razza e del gradino che occupano sulla scala neotenica (se ne volete avere ulteriori conferme, andate a leggere e approfondire alcuni studi più recenti sul tema, a questo link: http://www.sciencemag.org/news/2014/08/wolves-cooperate-dogs-submit-study-suggests), ma anche che dominanza e gerarchie non escludono assolutamente un rapporto di collaborazione e amicizia tra i componenti del branco: penso che basti questa affermazione, ricavata da ciò che ho appena tratto da Trumler, a non lasciarsi ingannare troppo dalle affermazioni contenute nel recentissimo e discusso documentario di SuperQuark (lo si può vedere, assieme alla puntata completa, a questo link: http://www.raiplay.it/video/2017/06/SuperQuark-fbd03424-29f2-46e2-809d-135e5ea43552.html, mentre in un mio recente articolo ho discusso di come è stato interpreato da alcune persone sui social).

Sono arrivato a buon punto nella mia trattazione, ma mi accorgo che c’è un altro “cavallo di battaglia” che i cinofili postmoderni portano in primo piano per negare la possibilità di un naturale ordine gerarchico anche in un branco-famiglia misto di cani e umani: il fatto che il cane non consideri affatto l’uomo come un conspecifico.
Ma certo che sa che noi non siamo cani! Eppure, grazie alla meraviglia dell’imprinting (o meglio della “doppia impregnazione”), sa benissimo anche che facciamo parte dello stesso branco-famiglia allargato, soprattutto se lo abbiamo cresciuto con noi nel migliore dei modi.

Ancora Trumler insegna…

“Il periodo critico per l’imprinting sull’uomo dura dal diciottesimo giorno circa fino alla settima settimana di vita del cucciolo… l’uomo deve diventare per il cane una diversa forma di conspecifico… se non si verifica un processo di imprinting del cane sull’uomo non si verifica mai un rapporto di comunità tra uomo e cane… Nel proseguire dell’imprinting il cane mantiene comunque una netta distinzione tra conspecifici cani e conspecifici uomini.”

Ad essere sincero, posso capire che il processo di imprinting vero e proprio perda un po’ di significato nel caso ci si riferisca ai “cani pariah”, come quelli che ho conosciuto io in Vietnam, dato che di norma non c’è assolutamente nessun umano che favorisca questo processo toccando i cuccioli o giocando con loro, ma quindi… ecco allora un’altra vistosa falla dello studio dei “cani pariah” come modello assoluto! Infatti, se ci pensiamo bene, al contrario di loro, chi dei nostri più comuni cuccioli di casa non è stato accuratamente imprintato sull’uomo fin dai suoi primissimi giorni, specie se a casa di un bravo allevatore? Questo, se non altro, favorisce nel piccolo l’idea che l’umano… non sia altro che una “mamma aggiuntiva”, quindi, in divenire, un naturale “superiore gerarchico”, tanto che ancora Trumler dice così…

“Il cane si aspetta qualcosa dall’uomo che ai suoi occhi ha assunto la funzione di guida pur continuando a essere anche l’equivalente di un genitore e di un amico… Un cane non deve assoggettarsi per paura ma deve riconoscere l’autorità in modo aperto e libero.”

Questa è la dimostrazione che il mito della dominanza intesa come brutalità non ha mai avuto fondamento tra i cinofili veri, ma semmai è stata presa come pretesto di finta etologia da alcuni addestratori violenti o improvvisati (che comunque, di pari passo con il “gentilismo” dilagante e di facciata, sopravvivono eccome, alla faccia del sano buon senso e del “giusto mezzo” che già ci insegnavano gli antichi Greci…). In un’altra sua bella citazione, sempre sul tema della dominanza dell’uomo sul cane, l’etologo austriaco scrive…

“Se il cane ha un padrone dall’animo rozzo che basa la propria supremazia sulla forza bruta e quindi non trova in lui il modello superiore di un capo intelligente e saggio e sicuro di sé una volta adulto riterrà probabilmente che la sicurezza della propria esistenza può essere garantita solo se lui stesso si innalza a capobranco.”

L’equivalenza tra addestramento tradizionale e violenza non è altro che una trovata commerciale di pessimo gusto, e anche Trumler, nonostante non fosse certo figlio della cultura del Duemila, rifiuta chiaramente i metodi duri, asserendo tra l’altro, in particolare riferimento ai cani da polizia, che l’ambizione di avere nel più breve tempo possibile un cane perfettamente addestrato ed educato ha già rovinato molti animali”. E, sempre sul tema dell’addestramento, sostiene fermamente che questo “deve basarsi su impressioni positive per il cane e attraverso il piacere del gioco e della ricompensa”. Potrebbe essere abbastanza questo scritto degli anni Settanta per demolire sul nascere tutte le pretese di innovazione dei “metodi gentili”… ed è allora proprio vero che, come si dice, “la storia è maestra di vita”!

Ciò che ho, non da ultimo, maggiormente apprezzato di A tu per tu con il cane, è la semplicità e naturalezza, nel contempo accompagnata da rigore scientifico, con cui l’Autore spiega buona parte dei comportamenti più “strani” del cane a cui assistiamo quotidianamente, come l’abbaio, l’orinazione, l’orripilazione, eccetera… tutti interrogativi apparentemente banali, che proprio oggi vengono ampiamente snobbati dalla letteratura di settore, a scapito di strane filosofie sul conto del cane (inclusa la sua presunta affezione per l’anarchismo), ma che forse, il proprietario e il cinofilo comune, si pongono con ben più interesse.
E allora, per fortuna che c’è ancora in circolazione questo bel libro, ma anche altri, se si sa cercare bene in libreria: e tra questi, richiamando ancora Desmond Morris, voglio anche citare Il cane: tutti i perchè (edizione italiana – non l’ultima, ma quella che ho io – Oscar Guide Mondadori, 2010) che, nella sua impostazione lineare, soddisfa curiosità cinofile ben più realistiche e sincere di quelle che continuamente sono al centro delle tante e sterili lotte ideologiche e pseudoscientifiche di oggi.

Per salutarvi, concludo con un’altra frase del nostro grande maestro Trumler, che forse dovrebbe ancora ispirarci e farci riflettere.

“Perché dovrebbe essere soltanto il cane a imparare e a sforzarsi di comprendere il comportamento dell’uomo? Una volta tanto potremmo anche noi avventurarci nel linguaggio canino, pur sempre mantenendo la nostra dignità!”

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