mercoledì , 22 novembre 2017
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I “quasi-amori” della mia vita – Parte seconda

di MARTA VARNIER – La situazione è rimasta invariata dall’ultimo articolo (e parliamo di quasi due anni fa): sono sempre senza cane, ma sempre con l’occhio che vaga ad altezza ginocchio e un “macciaopuccipù” sempre in canna.

Mi ero fermata a raccontare dell’amato cagnolino biondo della mia campagna friulana: tra Dick e il peloso che l’ha seguito c’è stata una pausa gattofila, durata ahimè troppo poco.
Ho avuto la fortuna di farmi comandare e dileggiare da due stupende gatte, entrambe adottate in Friuli, entrambe richiamate al Grande Gatto con troppo anticipo e fiumi di lacrime, la prima per un boccone avvelenato e la seconda per un brutto tumore.

Mi piomba così nella vita l’unico cane davvero quasiquasi mio: Loki, lupacchiotto spelacchiotto arrivato dal Sud Italia, ufficialmente adottato dal mio fidanzato di allora, di fatto fui la prima a tenerlo in braccio, quando arrivò magrolino e spaventato da una lunga staffetta.
Uno sguardo umido e una leccatina ed ero fritta, completamente innamorata di quel fetido commediante.
E iniziava così la maratona di cacche e pipì e portalo fuori e no sul letto no e ma dai povero piccino e MOLLA SUBITO LE MIE SCARPE e dai amorino non avere paura COSA stai mangiando Sputa subito e chi è l’amorino puccettino cicciottino di mamma chi? Chi?

Un amore di cucciolo, buono, affettuoso, pacato, amante di pisolini e belle ragazze: durante la prima passeggiata assieme il fetido schivava le carezze maschili per buttarsi zoccoleggiante tra le gambe di belle ragazze adoranti. Inutile dire che il rientro a casa del mio fidanzato fu accompagnato da una sequela di minacce a entrambi i maschi pelosi, che pensassero anche solo di fare i furbi, ci avrei messo un attimo a farmi un cappotto con la pelliccia di entrambi.

Fu molto dura chiudere quella storia e gli occhioni adoranti di Loki lo resero ancora più difficile: so che sta bene ed è rimasto il meraviglioso tartufino che ho preso in braccio, ormai tanti anni fa, e da brava Sciuramarietta spero forse un po’ scioccamente che non abbia dimenticato la sua prima mamma.

A mettere alla prova la mia pazienza è arrivato poco dopo il cane della mia migliore amica: un meticcetto del sud, nero, prepotente, iperattivo e convinto di essere il più fico, il più grosso e il più cattivo di tutti. In tutto.
Un cane molto spesso difficile, faticoso, nervoso, uno stancacervelli senza pace, un imperterrito allontanatore di altri proprietari di cani, guarda caso se prestanti e piacenti (i padroni, non i cani… l’ho detto che è pure geloso?).
La mia migliore amica tenta di smontare e mettere alla prova la mia cieca determinazione affibbiandomelo saltuariamente, per prepararmi all’eventualità di un cane difficile, ai sacrifici, ai disagi…

Poi, circa due anni fa, le arrivo in casa con lo sguardo un po’ scuro e il cuore pesante, a causa della rottura con il ragazzo con cui stavo: mi siedo sul divano, le racconto tutte le logiche e razionali ragioni per cui ci siamo lasciati, nel parlare mi scappa qualche lacrima.
Il feroce bestio si alza di scatto, mi plana in braccio e in preda alla disperazione più totale inizia a leccarmi via le lacrime, pigolandomi sotto il mento, probabilmente giurando di portarmi la testa di chiunque mi stesse facendo soffrire così.

La mia amica ha alzato gli occhi e ha capito di avere perso.
In una vita di incertezze e cambiamenti, precarietà e imprecazioni tiro dritta alla ricerca della stabilità necessaria per coronare il mio sogno di bambina (tanto pure la mia famiglia s’è messa il cuore in pace di vedermi con accanto un maschio della mia specie).

Ora scusate, ma la mia vicina di casa ha preso un cucciolo di pastore tedesco di 3 mesi e devo andare a costruire un ponte levatoio tra la mia finestra e il suo giardino e dare l’arrembaggio a quel trottolino peloso.
Dududdù, daddaddà.

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