domenica 12 Luglio 2020

Il mio colpo d’occhio sui cani di strada del Sud

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di MATTIA CERUTI – Di ritorno dalle mie due settimane di vacanza in Basilicata, sotto il battente sole e la secca e pungente vegetazione della macchia mediterranea, posso “finalmente” dire anche io di aver conosciuto dal vivo lo stato di alcuni dei più tristemente famosi “cani del Sud”.

Che dire? Cani di strada, come ce ne sono tanti in ogni angolo del mondo, fisicamente eterogenei – se escludiamo i magnifici, onnipresenti cani bianchi da guardiania – a volte soli, a volte in piccoli branchi, con o senza cuccioli al seguito.
Non sono moltissimi, anzi forse altre Regioni sono messe peggio in termini di cani randagi, ma la cosa che mi ha colpito è la forte analogia di questi cani con quelli che ho incontrato l’anno scorso in Vietnam e Cambogia: questi ultimi dovrebbero essere gli originali “cani pariah”, ma non è che ci sia tanta differenza tra loro e i vagabondi nostrani.

Ciò che ho trovato più sconcertante, è che il fatto che ci siano cani che scorrazzano qua e là per borghi e campagne, a volte ben tenuti, altre volte rognosi e malconci, ci passa sotto gli occhi come se fosse assolutamente naturale. Molti di questi cani non sono infatti tanto “poveri randagi”, quanto cani di qualcuno che ritiene che “liberi stiano meglio”… ed eccoli allora tutti presi a farsi promiscuamente la corte e ad aumentare la popolazione canina non selezionata, come se ce ne fosse bisogno.
Sottolineo che non ho trovato assolutamente cani maltrattati, anzi, il più delle volte assolutamente benvoluti, ma… cani troppo liberi, senza dubbio sì!

Poi mi sono fermato a pensare a come tutto questo sia il frutto di una cultura che ci manca, che non è tanto quella cinofila in sé – a voler bene ai propri cani non ci vuole poi tanto – quanto quella cinotecnica: etimologicamente, quella dell’ “arte di allevare i cani” (di cui in realtà parlava già il greco Senofonte nel IV secolo a.C.), il che richiede un’attenzione e uno studio dai quali siamo ben lontani. A volte facciamo anche finta di ignorare l’importanza di allevamento e selezione come forme di attenzione verso i nostri cani, e questo è quanto di più grave io abbia mai constatato… e vedere quanto è generalizzato questo atteggiamento, fa davvero cadere le braccia!

Finché infatti lasceremo tutto al caso, perché tanto “va bene così”, ci riempiremo sempre più di cani non voluti, di cani che si inselvatichiscono e che è assolutamente legittimo non volere in una casa cittadina, di cani che per forza di cose andranno prima o poi rinchiusi in un canile.
E allora, le associazioni di animalisti potranno tanto piangere, tanto inveire a vuoto contro gli allevatori (di cui in realtà buona parte della gente non conosce nemmeno la vera esistenza professionale), ma i cani resteranno sempre mal gestiti… pur con tutta la loro retorica d’amore, e i tanti buoni propositi sul loro conto.

 

Nota di Redazione: le foto che illustrano l’articolo sono foto generiche e non specificatamente riferite alla situazione raccontata da Mattia. Ma probabilmente non sono scene così diverse da quelle a cui si è trovato di fronte.

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1 commento

  1. Ero “con te” finché non hai scritto che questi cani prima o poi “andranno rinchiusi in canile”. In realtà nei canili, pieni a tappo come sempre, ci finisce una minima parte di questi cani. Gli altri vivranno e moriranno per strada.

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