venerdì , 24 novembre 2017
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Memorie di un giovane cinofilo

di MATTIA CERUTI – Ormai più di dieci anni fa, le scuole elementari stavano finendo, e io, già da qualche tempo, mi stavo appassionando in maniera straordinaria ai cani.
Tutti gli animali sono da sempre stati la mia massima fonte d’interesse, ma i cani… fino all’infanzia relativamente tenera non così tanto, anche se è indubbio che uno dei primi desideri che espressi era quello di avere un cane, e che in famiglia ci sono ancora dubbi se la prima parola che pronunciai ad appena otto mesi di età (compensando all’incapacità motoria) fosse “papà” oppure “ba-ba” a imitazione del verso del cane, e ancora che già dal passeggino – che dovette accompagnarmi fino alla fine della scuola materna – lasciavo a bocca aperta alcuni proprietari di cani sapendo indovinare a prima vista la razza dei loro quadrupedi.

Parlare di passione per i cani, specie in quel periodo della mia vita, è estremamente riduttivo. Certamente non per me, che avevo ancora troppi pochi libri e troppe poche conoscenze per i miei gusti, ma per chi mi stava intorno questo mio interesse aveva assunto su di me l’aspetto di una vera ossessione: monotematico, mi dicevano… non si può parlare altro che di cani con lui, o al massimo di qualche strana bestia nota solo a lui! Le maestre, i compagni di classe e di scuola, e presto anche i genitori miei e dei miei amici più affezionati… tutti erano preoccupati per il mio stato mentale e sociale.

La causa materiale di tutto questo preoccuparsi (a mio modesto avviso, assolutamente superfluo), fu la mia affezione quasi compulsiva per un manualetto compatto che decisi di comprare con le mie prime mance, e che era troppo invitante e facile da infilare nello zaino: così piccolo e maneggevole, potevo portarlo comodamente con me a scuola, e consultarlo ogni qualvolta ce ne fosse l’occasione, tra un cambio dell’ora e l’altro, e soprattutto durante l’interminabile “pausa lunga” dopo il pranzo.
Il bello di questo libretto è che rimpiazzava efficacemente l’altra enciclopedia dei cani che avevo da bambino, che purtroppo riportava la classificazione americana delle razze canine, e tra le altre cose, mi aveva convinto che prima o poi, con relativa facilità, avrei incontrato anche qui a Monza un qualche cane del Grande Nord come il Chinook o l’Eschimese, oppure una di quelle magnifiche bestiacce da caccia grossa come il Plott Hound o il Catahoula Leopard Dog, o ancora il nerboruto Bulldog americano. Finalmente, potevo contare su più solide basi elementari di cinognostica, e imparare meglio la classificazione europea, con i dieci gruppi della Federazione Cinologica Internazionale e la suddivisione in taglie e tipi morfologici di Pierre Megnin. Ancora oggi custodisco gelosamente questo piccolo testo, con la spirale stortata dall’usura e alcune pagine a rischio di cadere, e ricordo a memoria la disposizione delle razze e in particolare le fotografie dei soggetti, dal Border collie dagli occhi vivaci alla muta di Poitevin “inadatti alla vita d’appartamento”, fino ai maestosi Alani e al vecchio Cocker dalle orecchie incanutite… e potrei andare avanti all’infinito a parlare dei musi che hanno alimentato così tante delle mie fantasie di piccolo cinofilo!

Allora, in questo modo equipaggiato, meglio ancora se con un foglio e delle matite per ritrarre le mie razze preferite, mi ricavavo il mio angolino in cortile sul ruvido asfalto, o in mezzo agli aghi dei pini, oppure ancora – uno dei punti più comodi e tranquilli – alla base delle scale, tra i muri di cemento che si scrostava ospitando muschi odorosi e una folla di piccoli insetti: proprio in questo mio luogo prediletto, ricordo che una volta vidi spuntare sopra di me, arrampicato a testa in giù sul corrimano della scalinata, un compagno della classe accanto che, incuriosito dalla mia insolita materia di studio, sbirciò verso una delle foto del mio libro e proruppe in un allegro: “Bello, il Cane di Pireni!”
Io che – ahimé! – sapevo cosa e dove fossero i Pirenei, oltre a conoscere il nativo cane da montagna, mi trovai imbarazzato nel rispondere, soprattutto perché, come mi aveva insegnato mia mamma, avevo ben presente che non stava bene correggere gli altri, dato che così si faceva la figura del saputello… e allora, mi limitai a sorridergli storcendo un po’ la bocca, ad annuire e a continuare il mio studio.

Un altro vivido ricordo che ho del mio tormentato, primo incontro passionale con la cinofilia, è di quando un nostro compagno di classe, che si era dovuto trasferire con la famiglia in un’altra zona d’Italia, era tornato a Monza ed era venuto a trovarci.
Vedendo tutti in festa per il ritorno dell’amico, anche io cercai di essere cordiale con lui: stavo crescendo però, e senza potermene nemmeno accorgere, proprio come certe razze di cani un po’ ombrose di natura, non ero già più il chiacchierone che tendevo ad essere fino a un annetto prima. Quando poi, infatti, ci saremmo dovuti riunire definitivamente, durante la pausa in cortile… beh, sarà pure brutto da dire, ma io avevo altro da fare che far finta di correre dietro agli amichetti rischiando ogni tre per due di essere travolto, e nemmeno mi piaceva che i ragazzini si dovessero sforzare di adattare qualche loro gioco alle fastidiose esigenze delle mie gambe. Soprattutto, per quel pomeriggio avevo un appuntamento delicato con una maestosa testa di Alano arlecchino del mio libro, che dovevo a tutti i costi riuscire a ritrarre, e alla fine ci riuscii, nonostante le preghiere della maestra affinché mi unissi al gioco dei miei compagni: del resto, i miei studi e ritratti cinofili erano molto più sicuri del gioco del “ce l’hai”, e mille volte più interessanti delle divisioni a due cifre o della Maschera di Tutankhamon di cartapesta.

Tra l’altro, i miei studi sul cane erano urgenti, perché finalmente in famiglia si parlava sul serio di concedermi il possesso di un cane, appena ci fossimo trasferiti nella nuova casa più grande, e avessi iniziato con profitto le scuole medie, e allora… non volevo sicuramente arrivare impreparato al grande giorno! Tra l’altro, dimenticavo di precisare che tutto questo allarmismo per lo sbocciare della mia grande passione, più che preoccupare anche me, sotto sotto mi procurava un brivido di piacere e di orgoglio personale, e parlare con il massimo entusiasmo di tutte le mie scoperte sul mondo del cane a chiunque mi stesse intorno era il modo migliore per dare sfogo al mio essere più intimo.
Agli altri non importava nulla di quanto dicevo? A malapena sapevano distinguere una coda da un tartufo, e alcuni, come non mancarono di dimostrarmi un giorno – pure con la pretesa di avere ragione – consideravano il Pastore bergamasco e lo Spinone della nostra custode nient’altro che due Pit bull… giusto perché sapevano fare la guardia abbaiando con una certa “aggressiva” decisione.

A questo punto, lasciatemelo dire: che stessi loro sulle scatole per la mia precisione nell’esporre le caratteristiche delle più insolite razze canine, e per il fatto che avessi quasi solo la cinofilia come mio interesse, il più delle volte, non mi importava affatto. L’unica circostanza che mi faceva venire davvero un po’ di magone, era quando mi si prendeva in giro perché al pomeriggio guardavo Lassie anziché Dragon Ball: alla fin fine, anch’io ero ancora solo un bambino!

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