lunedì , 20 novembre 2017
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Quando i cani fanno i conti col progresso: “polifunzionale” è davvero una parolaccia?

di MATTIA CERUTI – Poco tempo fa, sul mio gruppo di Facebook “Il Museo della Cinofilia”, si è acceso un interessante dibattito che girava intorno ad una parola in particolare, ben nota a noi cinofili: “polifunzionalità”. Come in ogni dibattito che si rispetti, si sono venute a creare due fazioni avverse, l’una che considerava la polifunzionalità di un cane da utilità come un pregio, e l’altra che la considerava più o meno come la definizione di un “cane buono a tutto come a nulla”.
Io mi sono divertito, alla fin fine, a fare da moderatore, restando imparziale finché mi era possibile (assieme a un paio di membri che ringrazio per l’appoggio), ma essendo uno che non si fa mancare di approfondire questo genere di temi, ho approfittato per farmi un’opinione sul tema, e qui di seguito ve la voglio spiegare.

Nel contesto del dibattito, chi considerava il cane polivalente come una sorta di incapace, se la prendeva in particolare con quelle razze “moderne”, ricostruite da tipi canini ancestrali e storicamente poco definiti, spesso a partire dall’Ottocento.
Io ho sempre intimamente apprezzato l’idea del cane tuttofare, e questa presa di posizione così drastica contro questa visione del cane da utilità mi ha turbato, soprattutto alla luce dei miei studi e delle mie abituali letture classiche sul cane.

La cosa che mi ha lasciato maggiormente perplesso, è come queste persone che tendevano a non vedere di buon occhio l’evoluzione di certe razze canine, sembrassero anche non prendere in considerazione certe variabili che spingono a modificare una razza canina nel corso del tempo, non solamente dettate da fini estetici o sperimentali: prima tra tutte queste ragioni, a mio modesto avviso, c’è stato il progresso a cui stavano velocemente andando incontro uomo e cane.

Per spiegare al meglio questo mio punto di vista, porto ad esempio alcune razze note anche ai giorni nostri: il Pastore tedesco e i Pastori belgi, i Bovari svizzeri, i Terrier di tipo Bull e il Fila brasileiro.

Attorno alla metà dell’Ottocento, in Europa la pastorizia stava lasciando il posto all’industria, ma un noto militare prussiano, Max von Stephanitz, si accorse dell’abilità dei cani pastori della sua terra d’origine, ed ebbe la bell’idea di selezionare da essi un valido cane per il servizio militare, da una parte evitando che questi cani vedessero davanti a loro la sola prospettiva dell’estinzione, e dall’altra adattandoli a un mondo che stava cambiando: stava per nascere il Pastore tedesco, il cane più noto al mondo… forse, proprio perché “cane tuttofare”, in una parola, polivalente.
Un discorso analogo si può fare per il progetto selettivo del professor Adolphe Reul della Scuola Veterinaria del Belgio, che decise di allevare scientificamente i cani da pastore locali, diversificandoli nelle quattro varietà che conosciamo ancora oggi come validi cani da lavoro e sport, e salvando anche loro dall’oblio e dal meticciamento scriteriato.
Un altro professore e cinologo a cui va molta della mia stima, è lo svizzero Albert Heim, che non volle veder soppiantare dai mezzi a motore i bei molossi elvetici che aiutavano i lattai a trasportare la loro merce tirando i carretti, e così definì l’obiettivo di allevamento dei quattro Bovari svizzeri a partire dagli antichi “cani da capanna”, per renderli i cani poliedrici e di fama proverbiale che tuttora apprezziamo.
Per progresso, poi, non intendo solo quello tecnico della società umana, ma anche quello etico: è proprio nella prima metà dell’Ottocento che in Inghilterra furono banditi gli sport sanguinari di combattimento tra cani e altri animali… ed ecco che altre razze hanno rischiato di “perdere il lavoro” e dunque di scomparire. Sto parlando dei Terrier di tipo Bull, che nonostante la cattiva fama che si portano ancora dietro, sono stati egregiamente riselezionati, come cani da compagnia e cani da utilità polivalente… pur non essendo per questo da considerare tutti come potenziali rammolliti! E che dire poi del Fila brasileiro, selezionato fin dai tempi dei conquistadores per dare la caccia agli schiavi fuggitivi? Meglio “duro e puro”, con la sua pericolosa memoria di razza originaria, meglio del tutto estinto, oppure… meglio come “cane da guardia polivalente”? Non so voi, ma io non ho alcun dubbio, specie in un contesto come quello della schiavitù e degli sport cruenti!

Insomma, alla fine che male c’è, nel fatto che certe razze siano state nel tempo “ammorbidite” e adattate a necessità utilitaristiche più moderne? Che male c’è nell’aver reso qualche cane un tempo specializzato, una razza più “polivalente”? Meglio che estinto, no?
A me personalmente affascinano un sacco i veicoli a trazione animale, e i relativi cavalli e cani da tiro, ma non è certo perché questi animali oggi non possono che dare sfoggio delle loro doti in prove amatoriali, che li considero dei poveri incapaci destinati solamente all’oblio. Anzi, nel caso dei Bovari svizzeri ad esempio, sono ben felice di constatare che nella nostra società potrebbero mettere a frutto fisico forte e indole tranquilla per accompagnare conduttori in sedia a rotelle. E non vedo quindi la ragione di considerarli cani “inutili”, come invece qualcuno sosteneva sul “Museo”.
Tra l’altro, chi mai ha detto che tutti i cani “validi” debbano essere per forza iperspecializzati, e debbano andar forti come “Ferrari a quattro zampe”? Il Rottweiler è forse meno veloce e vincente in una gara di IPO rispetto a un Malinois, ma non mi pare assolutamente che per questo non sia un buon cane da difesa personale, specie in mani umane intelligenti ed esperte di psicologia canina!

Tanto per avvalorare il mio discorso, voglio citare uno dei miei classici cinofili preferiti, “Il Cane Utile” di Piero Scanziani, di cui conservo gelosamente in libreria l’edizione del 1980, che in tema di razze e (polivalenti) attitudini addestrative, dice così…

Chi stima un setter o un pastore bestia diversa da un molosso o da un pechinese non è un cinologo né un cinofilo. Chi insegna al cane da caccia una ferma perfetta ma non a ritrovare l’oggetto perduto, ha un ausiliario a mezzo servizio, mentre potrebbe facilmente averlo completo. Chi ha un cane eccellente difensore, ma che non sa usare del proprio naso ha un guardiano mutilato e che non si esprime quanto potrebbe e vorrebbe.
Ogni cane è insieme da guardia, da caccia, da compagnia. Per conoscere davvero l’addestramento occorre il periplo totale. Oggi più che mai. Finita la circumnavigazione, ognuno sceglierà quel che gli conviene, a ragion veduta…
Tutti i cani, di ogni razza, possono essere addestrati: i boxer come i setter, i molossi come i bassotti, i pastori come i terrier, i volpini come i pointer. Anche i cani da caccia possono divenire ottimi difensori, ottimi pistatori. Ho veduto bracchi tedeschi vincere gare per cani poliziotti. Ho addestrato un epagneul bretone e un labrador a divenire cani da difesa; un airedale a divenire cane da cerca; un cocker a mettersi accucciato davanti al selvatico come fosse in ferma… Certo un piccolo schnauzer non avrà la forza del molosso, l’efficacia del dobermann, la presa del boxer, la potenza del pastore, ma per chi lo saprà addestrare sarà ugualmente un ottimo compagno, un buon difensore, un avvertitore solerte e un caro piccolo amico. E riesce perfino nella pista e nel riporto a caccia”.

E per aggiungere una fonte un po’ più recente, ecco un passo di “Dogs” di Raymond e Lorna Coppinger, testo del 2001.

Il messaggio fondamentale, in questo capitolo, è che qualsiasi cane è in grado di fare qualsiasi lavoro, se allevato e addestrato adeguatamente. Brian Plummer, in Scozia, ha una piccola muta di King Charles Spaniel che scorrazzano per la campagna alla ricerca di conigli che uccidono sul posto. Una muta di cani da caccia davvero uniforme, questo è sicuro. Questi spaniel sono stati cagnolini da salotto per secoli; non sono stati selezionati per essere cani da caccia. Eppure Brian, che si vanta di essere un ottimo addestratore di cani, li usa per dimostrare la sua idea: se ci pensi bene e ci lavori su, e se conosci i tuoi cani, puoi addestrare qualsiasi razza a fare qualsiasi cosa”.

Non è che vada pazzo per l’impostazione degli studi dei Coppinger, ma su questo passo mi trovo particolarmente concorde: proprio quest’estate, in montagna, ho avuto l’onore di assistere al solerte lavoro di un attivissimo incrocio di Yorkshire, che ha riportato all’ovile almeno una ventina di capre con un’efficacia da fare invidia ad un vero pastore conduttore!
Ora però, non mi si dica che ritengo la selezione morfologica e funzionale un processo inutile, e che ignoro le doti psicologiche razza-specifiche. Anzi, è tornando a citare i Coppinger che ritengo di poter concludere questo mio discorso.

Chiesi a Brian se avrebbe potuto addestrare il (suo) Golden a radunare le pecore e lui rispose subito «ma certo, sarebbe facile insegnare a un Golden a condurre le pecore». «Potresti quindi partecipare col tuo Golden a una gara di conduzione e vincerla?» «No di certo» mi disse senza esitazione. Sapevo di parlare con una persona che ne capiva, eccome, di struttura comportamentale… La ragione per la quale non si può insegnare a un Golden a radunare le pecore tanto bene da vincere un trial è la stessa ragione per la quale non posso insegnare a un bassotto a tirare la slitta: hanno la forma sbagliata – la struttura sbagliata. Il bassotto ha la struttura fisica sbagliata e il Golden ha la struttura comportamentale sbagliata per radunare le pecore”.

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