di FRANCESCA M. BRUNELLO – È un argomento su cui vedo sempre abbastanza confusione. Quindi -bando alle ciance- tuffiamoci subito in questo topic.

Il veterinario mi ha prescritto un farmaco da 1 sola pastiglia e ho speso 50 euro!”

Solo in questa frase c’è talmente tanto da dire che potrei scriverci una Bibbia e mezza, quindi andiamo con calma e per punti.

I veterinari e le prescrizioni: I veterinari possono prescrivere farmaci ad uso umano?
Si, in primis dovendosi assumere tutte le responsabilità, e solo nel caso in cui non sia disponibile la versione veterinaria. Il 19 maggio del 2015 la direzione generale della sanità animale e dei farmaci veterinari del ministero della salute ha “richiamato l’attenzione” (leggasi: cazziato per bene) i veterinari che, per far risparmiare i proprietari, prescrivevano l’alternativa umana generica. Nel comunicato infatti si menziona il decreto legislativo n 193/2006 http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/06193dl.htm  articolo 10 e 11 (che spiega quello che ho scritto sopra) ma si rimanda in maniera chiara e esplicita all’articolo 108, comma 11 dello stesso decreto che parla di sanzioni tra i 1549 ai 9296 eurini.

Riproviamoci: i veterinari possono prescrivere farmaci ad uso umano? No. Fatto salvo che non ci siano circostanze avverse che impediscono l’uso del farmaco veterinario, ma quella di far risparmiare i proprietari non è sicuramente una ragione che terrebbe in tribunale.
Facciamo un esempio: è uscito da poco il Soliphen 60mg, fenobarbitale ad uso veterinario, che si usa per il trattamento dell’epilessia. Lasciando perdere il casino mediatico che ha suscitato per via del prezzo, non può essere prescritto ai cani che pesano meno di 6kg, motivo per cui – in quel caso – al proprietario del cane viene prescritto il classico gardenale (ad uso umano).

Tutti i farmaci veterinari hanno bisogno di prescrizione?

No, o meglio non proprio.
Molti farmaci ad uso veterinario (ad esempio il Bravecto, antiparassitario in pasticca che dura tre mesi) non solo hanno bisogno di prescrizone, ma la ricetta non è ripetibile e viene trattenuta dal farmacista (che se non osserva scrupolosamente le procedure per vendere i farmaci rischia sanzioni a molte cifre a sua volta).
Alcuni farmaci ad uso veterinario sono in una specie di zona grigia. Ne è un esempio il Cardotek, la pastiglia per la prevenzione della filaria: questo è un farmaco che vi prescrive il veterinario, ma che dopo due volte che entrate nella solita farmacia e chiedete di acquistarlo, il farmacista non vi chiede nemmeno di esibire la ricetta, perché questa non viene trattenuta.
Infine ci sono i parafarmaci. Sono prodotti che per definizione non hanno bisogno di una ricetta medica. Il mondo dei parafarmaci comprende di tutto: dalla siringa all’integratore, ai fermenti. Si trovano anche all’agraria o nei pet shop, di solito sono catalogati nelle maniere più improbabili, di modo da non risultare “farmaci”. Ne è un esempio il carobin pet ultra, che viene usato da molti in caso di diarrea o feci molli, catalogato come “alimento complementare”.
Anche molti antiparassitari in fiale si trovano nei pet shop, di solito si trovano quelli più “commerciali” tipo il frontline o l’advantix. Insieme a questi si trovano anche quelli naturali (di solito all’olio di neem o al geranio). Alcuni antiparassitari invece sono acquistabili solo in farmacia, come il Bravecto in pastiglia che ho citato prima o l’advocate che invece è in fiale.
Una frase che sento spesso è: “le medicine gliele compro dal veterinario”.
In Italia solo le farmacie sono autorizzate a vendere farmaci (art.70-1), dal vet potete trovare solo parafarmaci come gli antiparassitari in fiale oppure portarvi a casa le pastiglie da dare al cane per continuare la terapia in un ipotetico post-ricovero (art 84 decreto legislativo n 193/2006)

I farmaci ad uso veterinario costano tantissimo, perché?

L’assistenza veterinaria (ricerche, visite, esami diagnostici e farmaci) NON è a carico del sistema sanitario nazionale pubblico, quindi tutto quello che ne deriva non può passare “per la mutua”. Esistono (o almeno dovrebbero esistere) le versioni generiche dei farmaci ad uso veterinario, che sono (in soldoni) gli stessi principi attivi, ma con un altro nome, meno commerciale. Il farmaco generico può essere proposto dall’azienda produttrice dopo 8 anni che il farmaco è in circolazione e 10 anni (periodo in cui il brevetto del farmaco in questione è scaduto) trovate tutto nel decreto legge che vi ho linkato sopra, articolo 13.
Vi dico la verità, io di generici ad uso veterinario non ne ho mai trovati: sarà che sono tutti farmaci piuttosto recenti, sarà che io di medicine diverse da quelle di routine – per fortuna – non ho mai dovuto acquistarne.

Ma quindi non posso dare i farmaci ad uso umano al mio cane?

Ecco il dilemma, vorrei essere bacchettona e dirvi che “no, i cani sono animali e per questo si devono beccare esclusivamente i farmaci ad uso veterinario”. Però diciamoci la verità, io per prima ogni tanto aggiro un po’ il sistema.
(Per favore non mettetemi in galera).

Ci sono delle categorie di farmaci che vanno bene sia per l’umano che per il cane, fatto salvo di aggiustarne il dosaggio, ma questo ve lo spiego dopo.
Ricordiamoci che ci sono tutta una categoria di farmaci che per il cane sono supertossici, per cui per favore non date la tachipirina al cane se ha la febbre che rischia di schiattarvi e basta.
Le categorie di farmaci che bypassano il problema sono gli antibiotici, i cortisonici (se usati per brevi periodi), gli antipropulsivi (antidiarroici e antiperistaltici), antiemetici, psicofarmaci (ansiolitici e miorilassanti), antiepilettici e pochi altri.

Facciamo un esempio, per capirci meglio: il cane risulta positivo alla giardia, il veterinario vi prescrive lo stomorgyl (spiramicina e metrodinazolo) in compresse per 15 giorni. È possibile sostituirlo con il flagyl (metrodinazolo) ad uso umano, ma il veterinario non può prescrivervelo essendoci in commercio l’equivalente farmaco veterinario, il Metrobactin. È necessario che la prescrizione del flagyl venga fatta dal vostro medico di base su ricetta bianca.

Hanno tossicità media, ovvero possono risultare dannosi in sovradosaggio, i chemioterapici.
Quelli supertossici, da non dare mai, sono la maggior parte degli antidolorifici (tipo buscofen o moment) antipiretici (tipo tachipirina) e anticoagulanti.

L’effetto paradosso

L’effetto paradosso è uno spiacevole inconveniente che si verifica quando il farmaco da l’effetto contrario. Si osserva spesso nell’uso di ansiolitici e miorilassanti.
Il classico esempio: il cane è agitato, irrequieto, non sta fermo un secondo, gli si da lo xanax e questo sembra impazzito del tutto. Caricato a molla, salta sui divani, si arrampica sui muri e si esibisce in vari ed eventuali giochi di prestigio, della serie: “Guardami sono qua, adesso sono la, puff adesso non mi vedi più!”.
È un’evenienza fastidiosa, ma per fortuna con le altre classi di farmaci è tutto sommato infrequente, e finito l’effetto del farmaco, se ne va così come è arrivata. È una controindicazione che si verifica sia nei cani che negli umani, solo che essendo noi consapevoli dell’assunzione del farmaco, del perché lo stiamo prendendo e di come funziona, l’effetto placebo (che in realtà non è proprio effetto placebo, ma non sto qui ad annoiarvi con i termini tecnici) la fa da padrone e a livello statistico per noi è piuttosto inusuale.

L’omeopatia, fitoterapia, naturopatia e il il pentolone della confusione

Già che ho citato l’effetto placebo, non posso non scrivere due righe sulle terapie alternative.
Non mi interessa se quello che sto per dirvi vi causerà disagio, non provate nemmeno ad argomentare teorie per provare il contrario: l’omeopatia è solo fuffa.

Non lo dico io, lo dice la scienza. Le teorie di Hahnemann da cui è nata sono state sbugiardate più volte, smantellate dalla comunità scientifica una per una.
Che voi poi decidiate di usarla comunque, sono ovviamente affari vostri in cui io non metto becco, ma se la usate e vi pare che non funzioni, sottoscrivo che non sta funzionando; se invece vi pare che qualcosa faccia, non è merito del “farmaco” ma il problema probabilmente si è risolto da solo.

Mia mamma è tutt’ora convinta di avermi curato le coliche gassose di quando ero piccola così come è convinta di aver trovato il miracolo per i sintomi della menopausa. Non c’è proprio niente di miracoloso, a me passavano spontaneamente le coliche come a lei passano le caldane.
Il resto è solo e unicamente effetto placebo.
Scritte le “due righe” sull’omeopatia, un altro discorso vale per la fitoterapia (che è una disciplina completamente diversa) e le terapie non occidentali come l’agopuntura, che possono avere un ottimo riscontro, purché si ricordi che la miglior cura per un cane è la terapia a breve termine. Ovvero, il cane si ammala, lo si cura e il cane guarisce.

Adottare rimedi che durano una vita può funzionare per noi, ma non ha senso per il cane, perché nel tenere a bada una disfunzione per molto tempo, spesso si scopre che questo era in realtà sintomo di qualcos’altro.
Scrivo l’ovvio – che non si sa mai – questo non vuol dire accorciare la durata della terapia, e dal discorso sono escluse le malattie degenerative, la leishmania (che spesso va tenuta a bada tutta la vita del cane), l’epilessia e la fase ultima della vita del cane, in cui di certo un nonnino di 18 anni non guarisce dall’artite.

Dosaggi

Una volta individuato il farmaco ad uso umano da dare al cane, con l’ok del veterinario, bisogna però fare i calcoli. I farmaci ad uso umano sono tarati su individui ideali con un peso standard di circa 60kg, motivo per cui in qualsiasi bugiardino ci sono sempre i dosaggi a parte per i bambini.
Nei farmaci ad uso veterinario è sempre indicata la dose in mg per kg di peso vivo, nei farmaci ad uso umano non la si trova sempre, per cui, a meno che non disponiamo di un prontuario aggiornato che sappiamo leggere, è il caso di farsi aiutare dal veterinario.

Oltre al dosaggio, cambia anche la posologia e spesso la durata della terapia, per cui PER FAVORE prendete quello che scrivo come puramente informativo, non sognatevi nemmeno di dare farmaci “nel dubbio” senza aver almeno chiamato il veterinario per conferma.

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Nata a Latisana il 16 ottobre 1992 e cresciuta a San Donà di piave (VE), Francesca Brunello studia all'Università di Firenze. Pessima studentessa di medicina, convive dal 2014 con Twiggy, pastorina tedesca allergica alle coccole, decisamente poco socievole con sconosciuti, bambini e gatti. Sfegatata per l'UD, il mondioring e grande fan del fai-da-te, insegna ai suoi cani comandi utilissimi come salutare con la ssssampetta, sfilare i calzini, e disfare la lavatrice. Seguace della cinofilia di Valeria Rossi, è ferrea sostenitrice del fare cose cum grano salis e fiutare bufale e cugginate da lontano. Astemia e celiaca, stressa la redazione di Ti Presento il Cane dal marzo 2015 con la sua chiacchiera compulsiva e il suo scadente senso dell'umorismo.

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