di DENIS FERRETTI – I doodle & poo sono incroci fra barbone (in inglese poodle) e altre razze.
Perché proprio il barbone? Perché il barbone è un “vero” cane da compagnia.
In realtà è nato dall’evoluzione di un cane da caccia, il barbet, che è un cane da recupero in acqua tra i più obbedienti e addestrabili, snellito grazie a incroci con spaniel a pelo lungo e selezionato per docilità, pelo abbondantissimo ed eleganza delle forme. Da quando, quattro secoli fa, si è separato dal barbet, il barbone è stato però allevato esaltando le caratteristiche che lo rendono adatto al ruolo di cane da compagnia. La caccia è un lontano ricordo, spesso citato come pretesto per giustificare una toelettatura funzionale che in realtà oggi ha solo lo scopo di rendere appariscente l’eccezionale lunghezza del mantello, grazie al contrasto tra parti rasate e parti a pelo quasi integro.

Il barbone è adattissimo alla vita in famiglia nella maggior parte delle case moderne: abbaia poco, non litiga con i suoi simili, è obbediente e intelligente, non è aggressivo verso l’uomo. E tra le sue caratteristiche più apprezzate, c’è  quella di non perdere pelo in casa. Il barbone non ha sottopelo, non fa la muta come altri cani, ma il suo pelo, se accorciato regolarmente, cresce come i nostri capelli. Cresce, cresce e non si stacca mai. Il barbone è quindi particolarmente apprezzato negli appartamenti, dove non lascia peli né sul pavimento né sui vestiti.

La maggior parte delle altre razze, invece, sono soggette a muta o in alcuni casi, vivendo i ambienti riscaldati, hanno una sorta di muta continua che è l’incubo delle massaie
Il ruolo di cane da compagnia è stato poco popolare in passato. Nei tempi in cui la maggior parte degli uomini dovevano lavorare duramente per procurarsi cibo e sostentamento, il cane era accettato in quanto animale “utile”.
Da caccia, da guardia, da pastore… non era concepito che si potesse tenere un animale per il solo piacere di averlo. Le razze da compagnia erano pochissime, quasi sempre di taglia contenuta e riservate alle classi più ricche. Oggi i ruoli si sono invertiti: la maggior parte  delle razze anticamente selezionate per altri scopi, si ritrovano invece a fare forzatamente i cani da compagnia. La funzione originaria resta, nel più fortunato dei casi, solo sotto forma di sport da praticare in tempi limitati. Gli uomini, comunque, solitamente scelgono il cane in base ai propri gusti estetici o perché attratti a un certo tipo di carattere, adattandosi alle esigenze che ogni razza diversa ha e che sono maturate in ambienti e situazioni molto diverse dalle attuali.

Oggi nello stesso condominio di periferia possono convivere, nelle diverse famiglie, border collie, nati per condurre pecore nelle immense distese erbose dell’Inghilterra, cani corsi predisposti a fare la guardia nelle masserie, volpini, vigilanti e sospettosi e beagle, ideali per cacciare in muta. Tutti condividono gli stessi spazi e spesso hanno gestioni tutto sommato molto simili, tra passeggiate nel quartiere e periodi di riposo in appartamento o sul terrazzo. Ognuno con criticità diverse da gestire. Chi avrà problemi nell’approcciare altri cani, chi avrà il vicino che si lamenta degli abbai, chi avrà difficoltà a impedire fughe, chi avrà mobili rosicchiati. E tutti avranno il problema dei peli lasciati ovunque.

Se le persone scegliessero i cani cercando quelli più adatti alle proprie esigenze e di minor impatto sulle persone che condividono gli stessi spazi, il barbone sarebbe probabilmente la razza più diffusa di tutto l’universo canino.
Ma in realtà non è mai stato così. C’è una buona richiesta, soprattutto nelle taglie più piccole, ma molto inferiore a quella che sarebbe lecito aspettarsi se si considerassero le famiglie potenzialmente adatte a un cane simile.

Questo perché? Innanzitutto per un fattore di gusti estetici.
Il barbone è un cane che piace a pochi. Molti lo trovano ridicolo, antipatico, da snob. Il paradosso è che la ragione principale di questo disamore è l’aspetto del cane a seguito della toelettatura prevista dallo standard, nata in tempi in cui imperavano lo stile barocco e rococò e le nobili donne indossavano parrucconi e si agghindavano con collari e gorgere.
In realtà lo standard ammette diverse toelettature, ma tutte, chi più chi meno, portano al risultato di dare al cane un aspetto pomposo, forzato e innaturale. Per molte persone passeggiare con un barbone toelettato alla leoncina equivale ad uscire vestiti in costume settecentesco. Gli uomini in particolare lo considerano poco virile.
Certo, sarebbe sufficiente rinunciare alla toelettatura da expo e sceglierne una più lineare… Per alcuni è così, ma non tutti arrivano a scindere la componente artificiale da quella insita nella genetica. E questo pregiudizio è di per sé una barriera all’entrata. Già quando ci si informa sulle razze e si vedono su libri e riviste le foto dei barboni toelettati con i pon pon, per molti scatta il “questo no”. E la rosa delle razze tra cui scegliere si restringe a razze più popolari.

Gli allevatori tradizionali sembrano però non essere particolarmente interessati alla crescita numerica della razza. Forse, essendo una razza “da snob”, ha finito per attirare i veri snob che non hanno piacere che la razza si diffonda tra i “plebei” e preferiscono che la razza resti in mano a “pochi ma buoni”.

Le caratteristiche del barbone, paradossalmente, piacciono invece al grande pubblico quando si uniscono a quelle di altre razze. Il particolare mantello del barbone dipende da una combinazione di quattro fattori: lunghezza, arricciatura, assenza di sottopelo e presenza di pelo lungo su muso e parte anteriore degli arti.
Due di essi sono dominanti e si presentano sempre anche negli incroci con razze a mantello diverso. Gli incroci con barbone hanno perciò sempre, già alla prima generazione, un aspetto da peluche. Piacciono a tutti e hanno il vantaggio di non lasciare pelo per casa.
L’intelligenza e la versatilità del barbone, di gran lunga superiori alla media, inoltre apportano un miglioramento al carattere di ogni altra razza, rendendola più adatta alla vita in un contesto urbano. Sono questi i motivi che hanno spinto molte persone, soprattutto negli Stati Uniti, a incrociare i barboni di tutte le taglie con ogni altra razza.

Piccola parentesi: l’incrocio “poodle” più antico è il “pudelpointer”.
Incrocio avvenuto in Germania e già da tanti anni razza ufficialmente riconosciuta. Il motivo di questo incrocio però non fu quello di avere un cane esente da muta e adatto alla città (esigenza che nel 1863 non era sentita), ma di miglioramento genetico del pointer finalizzato a renderlo più rustico, più versatile, più addestrabile e più vicino allo stile di caccia tedesco. Più “cane da carniere”.
Il velocissimo pointer è infatti il più specializzato tra i cani da ferma. Oggi in molti lo considerano un cane “da gara”, capace di grandi performance, ma anche difficile da contenere, non adatto a tutti i terreni e soprattutto, ideale per cacciatori “esperti”.
Inoltre il pelo raso non ne fa un cane rustico e incline a immergersi in acqua e non è tra i migliori riportatori (gli inglesi per tradizione gli affiancano un retriever). Insomma, per mediare a tutte queste caratteristiche, Walther, padre della razza, pensò bene di accoppiare pointer e barbone e di mettere insieme successivamente un piano di accoppiamenti mirati che lo portarono in poco tempo al riconoscimento della razza da parte della FCI.

La razza non ebbe comunque una grande fortuna. Oggi è una razza tra le meno diffuse. Le abitudini di caccia infatti finirono per andare nella direzione opposta, ovvero verso la specializzazione e non in direzione della versatilità. Si caccia per sport e non per utilità. Oggi si ricercano prevalentemente stile,  velocità, tempi di cerca ridotti da valutare in situazioni standard, anziché la capacità di adattarsi a situazioni diverse. Comunque il pudelpointer è una parentesi a parte, quindi torniamo a noi e andiamo con ordine.

Il “poo” più conosciuto e secondo solo al pudelpointer come anzianità è sicuramente il cosiddetto “cockapoo”, che si è affermato in America negli anni cinquanta. Deriva dall’incrocio tra cocker (americano o inglese) e “barboncino” (nano o medio).
Non ha un creatore ufficiale… o forse ce l’ha, ma non è stato bravo a pubblicizzarsi e a “registrare il marchio”.
Probabilmente il primo incrocio è stato casuale e poi è stato ripetuto a seguito del grande consenso ottenuto dal pubblico. Erano gli anni in cui il cocker ha vissuto, negli Stati Uniti, i suoi momenti di gloria. Un cane di moda che piaceva tantissimo e che proprio in quegli anni, dopo l’uscita di “Lady and the tramp” (Lilli e il vagabondo) si diffuse anche tra i non cacciatori, come cane da compagnia, a grande giovamento degli allevatori improvvisati che potevano far fronte a tante richieste e con grande disappunto dei puristi che videro immettere nel pool genetico tanti cani non selezionati per la caccia.
Una storia che vedremo ripetersi numerose volte nell’arco dei successivi sessant’anni e che in seguito interesserà numerose altre razze.

L’incrocio cocker-barbone sicuramente beneficiò del fatto di presentarsi in un momento in cui il cocker era tra le razze più richieste e apprezzate e quindi facile da collocare. Beneficiò anche del fatto che la cultura cinofila non era ancora molto sviluppata e molti non avevano ben chiaro il significato di “razza pura”.
Ma beneficiò anche del fatto che fu un incrocio fortunato e particolarmente azzeccato per il ruolo che il cane doveva ricoprire. Il cockapoo (nome costruito dall’unione di cocker e “poodle”) piaceva più del barbone in quanto aveva un aspetto paffutello,  un musotto bello pieno e l’espressione umana da “Lilli” in linea con la moda del momento, ma il pelo riccio a crescita continua del barbone.
Anche il carattere era ovviamente smussato. Non più un cercatore puro indipendente con tanta voglia di cacciare, ma un cane che tra i suoi antenati aveva già tante generazioni di cani da divano e parchetto, campioni di tricks e veri gentledogs al guinzaglio.

Le persone che hanno visto entrare un cockapoo in famiglia se ne sono innamorate e in seguito hanno voluto un altro cockapoo… così come spesso succede con le razze tradizionali. E così, da incrocio casuale, il cockapoo diventò una razza vera e propria. Una razza volutamente allevata perché richiesta. E allevata non più semplicemente incrociando cocker x barbone, ma anche cockapoo x cockapoo. Si diffuse anche in Inghilterra e in misura minore nei paesi scandinavi. Nacquero club di appassionati e la sua presenza non può essere trascurata, tant’è che numerosi testi cinofili e studi veterinari sulle varie razze lo hanno incluso nell’elenco dei cani descritti e testati.
Si tratta comunque di una “razza” per modo di dire. Non c’è mai stato un riconoscimento da parte della cinofilia ufficiale, né uno standard “rigido”.
E’ una realtà nuova. Una via di mezzo tra il cane di razza e il meticcio. Certo non cane di razza, ma nemmeno assimilabile al meticcio, né come genetica, né come etica di allevamento.

I meticci solitamente derivano da accoppiamenti non voluti. Spesso avvenuti a seguito dell’incuria dei proprietari che lasciano i cani a se stessi e non si accorgono nemmeno dei calori. Frequentemente non vengono nemmeno vaccinati e sono a malapena nutriti con alimenti di scarsa qualità e ceduti gratuitamente il più presto possibile per mantenerli il meno tempo possibile. Oppure abbandonati quando sono un peso. Non è sempre così, ma è la situazione più frequente. Fortunatamente per loro, spesso sono poi adottati da persone che li desiderano solo per prendersene cura, persone che non pretendono niente da loro, che si fanno carico di arginare i loro traumi e che adeguano la propria vita alle esigenze e al carattere del cane.

I cockapoo, invece, tipicamente sono cani voluti in quanto tali e trattati bene. Si sono formati in un epoca in cui ancora non era esploso il fenomeno della puppy mills, del commercio senza scrupoli di cuccioli di tutte le razze al solo fine di lucro. Quello è arrivato dopo, ma nel frattempo si era sviluppata una rete di “amatori” composta da “normali proprietari”.
Magari c’era chi faceva cucciolate nate in casa e le cedeva ai negozi. In perfetta buonafede. Secondo una logica di altri tempi.

Le cucciolate nate in casa erano e sono comunque ben accudite, volute spesso perché si desidera un erede del proprio beniamino, regalando o cedendo a basso prezzo gli altri ad amici selezionati. Il profilo tipico dell’allevatore di cockapoo è stato (purtroppo devo parlare al passato) la classica “mrs Mary”, la versione anglosassone della sciuramaria.
Persone innamorate di quella tipologia di cane che lo trattano come un componente della propria famiglia. A volte lo bambinizzano un po’ e trasferiscono su di lui aspettative tipicamente umane, tra cui il desiderio di diventare “nonni”. Ma intorno a questa “razza” si è creato un universo parallelo: ci sono club, raduni, forum… l’allevamento è organizzato ormai da tanti anni.
Organizzato in modo insolito. L’allevatore di cockapoo non è certo il tipo che si preoccupa dell’inserimento dell’orecchio, della lunghezza dell’omero o dell’angolatura del posteriore. Ma dal punto di vista dell’etica di allevamento, delle cure apportate e del benessere dei riproduttori è spesso meglio di tanti allevatori di razze ufficialmente riconosciute, a parte le inevitabili eccezioni, oggi purtroppo sempre più frequenti.

Dopo tanti anni di selezione fatta dal “mercato”, il pelo de cockapoo oggi è praticamente sempre riccio, più o meno come quello del barbone. Non si trovano più peli da cocker riapparsi in seconda generazione dopo i primi accoppiamenti. Le altre caratteristiche, invece, hanno una variabilità più grande di quella che siamo abituati a vedere nelle razze ufficiali. Questo è dovuto sia al fatto che il barbone è disponibile in varie taglie, che al fatto che sono stati usati come capostipiti sia cocker inglesi che americani.

Ci sono cockapoo di taglia variabile da 25 a 40 cm, si trovano in tantissimi colori, hanno orecchie pendenti, ma di lunghezza variabile e la stessa variabilità la troviamo nei rapporti cranio muso e nei lineamenti, non essendoci uno standard condiviso, ma ampio spazio ai gusti individuali. Tuttavia, provenendo da sole due razze, la variabilità è pur sempre contenuta entro limiti precisi e ben lontana da quella che mediamente troviamo nei meticci. Chi sceglie un cockapoo di fatto sa che cosa si mette in casa. La garanzia più grande sembra proprio essere il carattere particolarmente “urbano”.

Seconda parentesi: un secondo mix di barbone che esula un po’ dall’argomento principale di questo articolo è il Puwo, derivato dall’incrocio tra lupo e barbone avvenuto negli anni 60 in Germania sotto la direzione del ricercatore Erik Zimen. L’incrocio è avvenuto per ragioni di studio e i Puwo, che pure avevano l’aspetto di grandi peluches neri,  non sono mai stati affidati a famiglie, ma sempre tenuti sotto osservazione, quasi come animali da laboratorio.

A domani per la seconda parte!

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