di DENIS FERRETTI – Proseguiamo la nostra “panoramica” di doodle & poo iniziata ieri.

Un mix barbone molto celebre e pertinente con l’argomento che stiamo trattando è invece il labradoodle, nato dall’incrocio tra labrador e barbone grande mole. Ci sono casi documentati di questo incrocio già negli anni 60, ma il grande evento che ha decretato la sua grande fortuna avvenne nel 1988, quando un veterinario australiano di nome Wally Conron incrociò le due razze per ottenere un cane adatto a fare il cane guida per una sua amica non vedente e allergica al pelo del cane.
Wally Conron sapeva del comportamento genetico del pelo senza muta del barbone e una volta appurato che questo tipo di pelo era tollerato dalla sua paziente, si pose l’obiettivo di inserire il pelo riccio nel labrador attraverso l’incrocio con il barbone. Il labrador è infatti la razza utilizzata in Australia dall’associazione che si occupa dell’addestramento dei cani per ciechi. Anche in questo caso il connubio tra i due fu particolarmente fortunato: il barbone è un cane molto duttile e intelligente, e gli incroci risultarono compatibili all’addestramento.

Insomma… fu un successo, tant’è che Conron fu appoggiato dalle istituzioni e incoraggiato a proseguire l’esperimento e a mettere in piedi un programma di allevamento volto a creare la razza labradoodle, che avrebbe dovuto diventare l’unico cane per ciechi anallergico.
E anche l’unica razza selezionata unicamente come cane guida, con una selezione che non fosse in competizione con quella richiesta dallo standard, come succede nel labrador, che fino a prova contraria resta un cane da caccia o nel pastore tedesco che è un cane poliziotto, selezionato anche per altri compiti che richiedono profili caratteriali diversi da quello necessario ai cani guida.

Il lavoro di selezione del labradoodle andò bene già dai primi anni e i buoni risultati arrivarono presto. Era un progetto ben studiato, che prevedeva l’affidamento dei cani solo a persone adatte ed essendo orientato al sociale (si dava la precedenza ai non vedenti e si affidavano i cani esclusi dalla selezione a famiglie), non aveva finalità di lucro.
Ma questo durò poco, perché andò a finire che il labradoodle ebbe un successo tale da essere molto richiesto anche come cane da compagnia e da famiglia e allevato anche al di fuori dal progetto ufficiale di Conron. Raggiunse gli Stati Uniti dove fu commercializzato, allevato in modo massiccio e non sempre ortodosso.
In poco tempo gli allevamenti si moltiplicarono, vennero coinvolti anche barboni di taglia media e piccola per avere varietà di mole più contenuta, più richiesti dalle famiglie e la situazione sfuggì un po’ di mano.
Wally Conron arrivò a dichiararsi pentito di aver ideato la razza, che in troppe occasioni finì nelle mani di allevatori senza scrupoli motivati solo al guadagno e ambita da proprietari inadatti, interessati ad avere “l’ultima novità”. Erano gli anni del fenomeno “Internet”, gli anni del proliferare, soprattutto in America, delle cosiddette “puppy mills”. Queste strutture promettevano cuccioli di tutte le razze, allevati “in batteria” su ordinazione e raccoglievano richieste da tutto il mondo con grandi investimenti pubblicitari, trattando il cane come bene di consumo.

Il successo del labradoodle e il consolidato successo del cockapoo ebbero l’effetto negativo di far partire il trend che ha portato alla moda di tutti, e dico *tutti*, i “doodle” e tutti i “poo”. Si parla sempre soprattutto degli Stati Uniti d’America.
Una volta capito che l’incrocio col barbone ha l’effetto di creare la “varietà senza muta”, furono pubblicizzati incroci con tutte le razze: lo shepapoo (pastore tedesco x barbone), il

poogle (barbone beagle), goldendoodle (cugino del labradoodle, con mantello più abbondante derivato dal golden retriever), chipoo (chihuahua x barbone toy), poodleman (dobermann x barbone gigante) il “pugapoo” (carlino x barbone)… e persino cani che non avrebbero bisogno dell’incrocio col barbone per non perdere pelo, come lo “schnoodle” (barbone x schnauzer) e il “maltipoo” (maltese x barbone). Né schnuazuer né maltese, se correttamente toelettati lasciano pelo in casa. Ed entrambi sono già ottimi cani da compagnia (e buoni avvisatori).
Qualcuno ha visto nella moda dei designer dog un motivo di facile guadagno e a seguito di campagne pubblicitarie ben studiate in cui si spiegava che l’incrocio tra due razze pure era il giusto compromesso tra cane di razza, spesso delicato e colpito da malattie ereditarie e meticcio, robusto, ma caratterialmente inaffidabile, iniziarono ad allevare un gran numero di incroci a “costo zero”.
Niente verifiche zootecniche, pedigree rilasciati da società prive di riconoscimenti ufficiali che facevano capo agli stessi allevatori… insomma, tutto guadagno, in stile grande sogno americano. Evidentemente si è andati oltre.

Nonostante ciò che è successo negli Stati Uniti, personalmente non reputo che gli incroci col barbone siano concettualmente una cattiva idea.
Qui in Italia, quando si affronta l’argomento “doodle & poo” le reazioni più frequenti sono di rifiuto e di indignazione. Da una parte troviamo i puristi che ritengono disdicevole allevare volutamente incroci, che vedono come concorrenti, e temono immotivatamente il pregiudizio arrecato alle razze coinvolte.
Dall’altra parte ci sono i “meticcisti”, convinti che i cani non si scelgono e che l’amore vero si trova solo in canile, che non accettano il fatto che si pianifichino accoppiamenti per ottenere cani di un certo aspetto a noi congeniale.
E neppure che si accoppino volutamente cani, che dovrebbero invece essere tutti sterilizzati.

Il commento che arriva da entrambe le categorie sdegnate è sempre lo stesso: “perché lo fanno?”.
Di perché in realtà, come abbiamo visto, ce ne sarebbero diversi e tali da giustificare, non dico tutti i “doodle & poo”, ma buona parte di essi. In particolare quelli originati da razze da lavoro o nate per impieghi molto distanti da quelli che oggi più frequentemente li vedono impegnati.
Un mix beagle x barbone è, a mio parere, davvero più adatto di un vero beagle a fare una vita di città tra appartamento e area cani. Non solo perché non perde il pelo e crea meno problemi al padrone ma perché ha un carattere mediato… e a questo punto selezionabile nella direzione del nuovo impiego senza snaturare il vecchio.
Un bordoodle è sicuramente più adatto di un vero border collie a una vita cittadina in cui non c’è la possibilità di farlo lavorare sulle pecore. Un barbone vero sarebbe forse ancora più adatto, ma… dal momento che comunque il barbone vero non lo prendono, meglio un mix barbone che un cane completamente decontestualizzato.

I puristi non dovrebbero temere questi incroci che avrebbero invece il vantaggio di creare canali alternativi e far in modo che le vecchie razze non siano più “inquinate” da cani allevati per compagnia da chi segue solo i trend della moda. Le razze tradizionali potrebbero finalmente essere selezionate per le caratteristiche previste dallo standard e non più per quelle che le rendono più vendibili alla sciuramaria del terzo piano di via Mazzini.
A danneggiare l’husky non è tanto il siberpoo, quanto il siberian husky venduto dai negozi come animale esotico a persone che non lo porteranno mai sulla neve e che invece magari lo faranno riprodurre con l’husky del vicino, un po’ fuori taglia, ma che però ha gli occhi azzurri.
E questo per me vale come concetto generico… non solo riguardante i doodle & poo. Vale tutte le volte in cui un’esigenza di mercato si scontra con l’esigenza di rispettare lo standard di razza.
Se c’è l’esigenza del cane “da agility” e di una selezione orientata alle performance sportive anche a discapito delle doti naturali classiche, secondo me sarebbe sicuramente “meglio per tutti” creare il borderbelga e lavorare su quello anziché inquinare razze da gregge con cani testati solo per l’agility che non hanno dimostrato di essere bravi cani da pastore o sprecare energie nel testare cani in un’attività che in realtà non interessa.
I progetti “doodle & poo” quindi possono essere la salvezza contro un trend che invece va verso la selezione di 360 razze da compagnia da trattare nello stesso modo e diverse solo nell’aspetto fisico. Con nessuna di esse veramente adatta al contesto in cui la si impiega.
Se ci fosse a monte un progetto serio come quello messo in piedi da Conron per creare il labradoodle, molti doodle & poo sarebbero una manna dal cielo sia per i loro estimatori che per la sorte delle razze che li hanno generati.

Il problema è che non viviamo in un mondo perfetto e la pratica si discosta sempre dall’ideale teorico. Il mondo della cinofilia è ormai pieno di ciarlatani e incompetenti, motivati più al lucro e all’affermazione personale che alla passione pura per le razze di cui si occupano.
Nemmeno il progetto del labradoodle, partito con i migliori propositi e nel migliore dei modi in quanto a serietà e competenza è riuscito a rimanere su standard elevati. Oggi la fetta maggiore dell’allevamento di labradoodle (e anche di cockapoo) è in mano alle puppy mills americane che lavorano nell’ottica della massimizzazione del profitto. Cuccioli venduti in rete al maggior offerente, madri tenute perennemente in box, alimentate da dipendenti e accoppiate a ogni calore con selezione inesistente.
Per gli altri doodle & poo più recenti è anche peggio. Perché non c’è nemmeno un inizio strutturato. La moda è esplosa alle soglie degli anni duemila, amplificata da internet. E ciò che si trova sono solitamente incroci di prima di generazione, spesso nati da genitori di qualità scadente… tanto per fare un incrocio non serve un campione, basta il primo barbone e il primo cane da negozio. E il mercato è in mano a individui senza scrupoli, a volte camuffati da allevatori amatoriali, ma che troppo frequentemente tengono i cani stipati in condizioni vergognose.

E’ sfuggito anche di mano il vero motivo che potrebbe giustificare l’esistenza di questi incroci. La gente oggi li sceglie non più per trasferire il vantaggio del cane esente da muta alla propria razza preferita, ma semplicemente per avere il cane insolito, unico, stravagante e quasi irripetibile. Tant’è che la moda degli incroci oggi sempre più spesso coinvolge razze diverse dal barbone che vengono accoppiate tra loro. Li chiamano “Designer Dogs”. Tra le razze maggiormente interessate troviamo i chihuahua, usati per rimpicciolire e creare le versioni “tea cup” delle razze di piccola mole.
Ancora si utilizzano razze a zampe cortissime (bassotti, basset hound, corgi, ecc.) per creare bassetti di ogni forma. Gli husky e i catahoula passano gli occhi azzurri già in prima generazione. E sono altresì richiesti tutti i cani dai colori insoliti: merle, tigrati, blu… Tra gli obiettivi più ambiti, c’è anche quello di avere cani dell’aspetto di una razza nota, ma con un colore particolare e introvabile: labrador tigrati, bulldog blue merle, setter neri, rottweiler rossi… per questi spesso occorrono almeno due o tre generazioni, ma ci sono grandi vip e collezionisti che sono disposti a pagare cifre da capogiro per il “pezzo raro”.
E’ cambiato anche il target degli acquirenti: non più la Mrs Mary che rimediava sull’incrocio cocker-barbone, pagandolo un po’ meno di un cocker per poi scoprire che per le sue esigenze era meglio di un cocker, ma la star di Hollywood disposta a pagare 10.000,00 $ per un cucciolo di Bullhuahua. Non più progetti seri come quelli di Conron e di Walther per adattare razze a diverse esigenze, ma accoppiamenti improvvisati per soddisfare capricci di chi è interessato solo all’estetica e al nome della razza, che viene recepito come fosse la “marca” di un prodotto. Insomma, il peggio della cinofilia. Quello che davvero non vorremmo mai vedere.

Il problema principale che abbiamo oggi è che se mai ci fosse qualcuno veramente motivato a un miglioramento genetico e alla creazione di una razza che abbia davvero un perché e che risponda a una reale esigenza, dovrebbe combattere con un universo di pregiudizi, in quanto per l’opinione pubblica sarebbe accomunato a una maggioranza di trafficanti di cuccioli. Un vero peccato.

So che a molti sembra strano che oggi ci possa essere l’esigenza di nuove razze, ma in realtà non è un evento così strano. Succede così da sempre: le razze nascono, crescono si modificano e si estinguono quando non sono più funzionali.
Non dovrebbe scandalizzare la creazione di una nuova razza se tutto avviene in un contesto di etica e di benessere. Ciò che deve scandalizzare sono il mancato rispetto delle esigenze della specie, lo sfruttamento degli allevamenti in box, il maltrattamento, la mercificazione.
Cose che purtroppo non riguardano solo i doodle & poo, ma sono un problema trasversale. A me non importa che si tratti di razze ufficialmente riconosciute o di incroci sperimentali, di meticci o di campioni di bellezza: al primo posto dovrebbe esserci il rispetto e la cura degli esseri viventi di cui ci si occupa. Se queste condizioni sono rispettate, io sono aperto a tutti i punti di vista personali e alle diverse “filosofie di vita”.

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