di ELENA BORDIN – Ho sempre pensato che quando non ci saresti piu stato, avrei scritto un racconto sulla nostra vita insieme. Ebbene, quel momento è arrivato.
Dopo sedici lunghi anni e quattro mesi, te ne sei andato nel sonno, il 3 settembre 2018, il giorno dopo il mio compleanno, il giorno prima del mio rientro dalla Grecia.
Forse è stato meglio così, per me sarebbe stato troppo difficile affrontare la situazione e tu questo lo sapevi, come sapevi che avrei preferito che te ne andassi dolcemente, quando lo avessi deciso tu (d’altronde eri un beagle, poteva mai decidere qualcun’altro al posto tuo?).
E’ dura affrontare le giornate senza di te, ma è anche vero che l’ultimo anno è stato davvero molto impegnativo, sia per te, che per me; era proprio arrivato il momento di dirci addio, anche se sappiamo entrambi che è più un arrivederci, perchè tu sarai sempre con noi, la casa stessa parla di te (nel bene e nel male, visti i danni…).

Lasci un vuoto che nessun altro cane potrà mai colmare, perchè tu eri il mio Cane, quello con la C maiuscola.
Ci tengo però a far sapere come è iniziato tutto, così intanto la smetto di piangere e magari faccio sorridere qualcuno, come tu facevi ridere me, mio fratello, mia mamma e mio papà (ci facevi anche tanto incazzare, vabbè!).
Ero solo una bambina, quando ebbi la folgorazione e decisi che anch’io dovevo avere un cane a tutti i costi.
Mi ero innamorata del commissario Rex, di quel forte e meraviglioso Pastore Tedesco, così intelligente e ubbidiente. Da allora cominciai a chiedere con una certa insistenza ai miei genitori un cane, anzi una fotocopia di Rex (lo ammetto, ero diventata una vera stalker, ancora si devono riprendere dallo stress, poveri).
Nel 2002 finalmente ci trasferimmo in una casa più grande con un bel giardino (in quattro in appartamento cominciavamo a stare un po’ stretti) ed io non stavo più nella pelle. Un tranquillo sabato pomeriggio, senza nessun avvertimento nei giorni precedenti, mio papà esordì: “andiamo a prendere il cane?” ed io, forse per lo stupore misto ad incredulità, mista a gioia, mista ad agitazione, rimasi zitta, senza riuscire a parlare, annuendo solo con la testa.
Salimmo in macchina io, mio papà e mio fratello (che aveva sei anni all’epoca) e ci dirigemmo verso una struttura poco distante da casa, che vendeva cani di tutte le razze (lo so, lo so, sorvoliamo… Mio papà aveva anche cercato un cucciolo di bastardino al canile, ma senza esito positivo).
Una volta arrivati, chiedemmo al proprietario di farci vedere qualche cucciolo di taglia medio-piccola, che potesse andare bene per una bambina di undici anni (perchè il cane sarebbe stato mio e avrei dovuto occuparmene io, questi erano i patti). Chiaramente, escluso il mio amato Pastore Tedesco, il signore ci mostrò un Barboncino ed un Volpino, che tuttavia non ci convinsero (carini per carità, ma io partivo da standard ben diversi), allora mio papà, munito di libretto tascabile De Agostini sulle razze canine (perchè va bene ignoranti, ma non impreparati eh!) chiese se avevano un cucciolo di Beagle (conosciuto infatti per la facile gestione, specie per famiglie alle prime armi…) ed ecco che fece la sua comparsa questo piccolo Diavolo della Tazmania.
Neanche il tempo di riuscire a fargli una carezza, che lui aveva già: innaffiato un po’ ovunque la stanza, travolto gli altri due cagnolini, cercato di evadere dalla finestra e fatto cadere tutto ciò che c’era sopra al tavolino.
Era interessato a noi come può esserlo un Bulldog Inglese in un campo di agility.
Non so cosa ci colpì di questo terremoto indisciplinato, fatto sta che poco dopo ripartimmo verso casa Beagle muniti. Ancora non sapevamo di avere una bomba ad orologeria tra le mani, anzi tra i piedi, data la sua passione per tagliarti la strada in ogni momento.

Ti chiamai Billy e da quel giorno la nostra vita non fu più la stessa (rido per non piangere).
Ne combinavi una nuova (anche di più in realtà) al giorno; d’altronde eri solo un cucciolo iperattivo e noi non avevamo nessuna esperienza (addestratore? educatore? cosa sono?).
Il giardino non aveva segreti per te, lo avevi rastrellato da cima a fondo. Mio papà ha esaurito le scorte di rete dal ferramenta, tanta ne ha dovuta comprare, visto che il tuo passatempo preferito era romperla a morsi per scappare alla ricerca di nuovi odori.
Adoravi anche scavare buche, di tutte le forme e dimensioni, meglio se grandi e profonde, rubare qualsiaisi cosa si trovasse alla tua portata (calzini, guanti, magliette, ecc), mangiare di tutto e di più e fare luuuunghe passeggiate (io un po’ meno, dato che tiravi come un cavallo da traino e le mie mani chiedevano il time-out dopo dieci minuti).
Durante una delle tue tante fughe, sei riuscito ad entrare perfino nella casa di riposo del paese, per la gioia dei vecchietti e degli infermieri e giusto per non farti mancare nulla, una volta sei stato pure investito da una macchina.
Per fortuna non ti eri fatto niente di grave; lussazione all’anca disse il veterinario, quindi ti hanno dovuto bendare la gamba per farla stare aderente al bacino.
Avresti dovuto fare riposo assoluto, ma chi ti teneva fermo per più di cinque minuti? Infatti, dopo circa due ore, hai deciso in autonomia che la fasciatura non serviva più, quindi l’hai strappata tutta per bene ed hai ripreso a gironzolare per la casa, come se nulla fosse successo (ed io a raccattare pezzetti di bende ovunque).

Eri sempre carico a mille, le tue batterie si autoricaricavano in continuazione. Quando avevi circa tre anni ed eri nel pieno delle forze, mi venne la geniale idea, prchè altrimenti non si può definire, di portarti a spasso sui pattini.
Sì esatto, sui pattini, perchè quando uno è masochista, lo è fino in fondo. Ed ecco che dopo due metri, ti sei girato, hai tirato indietro, ti si è sfilato il collare (lo dicevo io che la pettorina era meglio!) ed hai cominciato a correre come un pazzo, neanche fossi stato chiuso in un box un mese intero (ti avrebbe fatto bene un po’ di box a saperlo…).
Nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa era successo, che mi tolsi i pattini e cominciai ad inseguirti in calzini, che neanche durante gli ultimi giri della corsa campestre (fortuna che ero una ragazzina agile e nella corsa me la cavavo bene). Tu correvi talmente forte che levriero spostati che ti faccio fare brutta figura.
Mi ha salvata il fatto che non riuscivi a resistere alla tentazione di benedire ogni albero della via, per cui appena ti sei fermato per alzare la gamba, ti sono saltata letteralmente addosso. Trasportarti fino a casa è stato abbastanza complicato, visto che non eri proprio un peso piuma ed il collare e guinzaglio erano rimasti insieme ai pattini (mi ci è voluta una settimana per riprendermi dalla fatica).

Nonostante tutto, ti volevamo un gran bene, anche la mamma, che aveva sempre avuto paura dei cani, ma tu eri buono come il pane ed eri diventato parte della famiglia. Adoravi stare in nostra compagnia, a modo tuo, senza essere appiccicoso.
Se il papà tagliava la legna, tu prendevi tutti i pezzetti di legno e li seminavi per il giardino; se raccoglieva le foglie, correvi in mezzo ai mucchi appena fatti, buttando foglie dappertutto e se ti scappava la pipì, ancora meglio. Se mia mamma metteva gli stendini con i vestiti puliti ad asciugare, tu dovevi per forza passarci sotto, facendo cadere qualcosa.
Oltre a noi, ti ha sopportato anche la Chicca, santo cane, che sacrificava gran parte della sua pappa per darla a te (o forse eri tu che prepotentemente ti avvicinavi alla sua ciotola, facendola allontare, per mangiare il doppio della razione?).
La lasciavi dormire nella tua cuccia, purchè tu fossi il primo ad entrare; se si permetteva di farlo lei per prima, ti piazzavi davanti e cominciavi ad abbaiare finchè lei non usciva (santo cane). Però era bello vedervi giocare insieme e dormire vicini vicini. In cuccia non hai mai voluto niente. Abbiamo provato a mettere un vecchio asciugamano, un cuscino, ma tu come trovavi qualcosa di estraneo, lo portavi subito fuori e lo distruggevi. A te piaceva il legno duro e puro. Anche la tendina di plastica per ripararti dal vento non era di tuo gradimento e l’hai tirata talmente tanto per staccarla, che la cuccia è finita in mezzo al giardino.
Potrei raccontarne davvero tante di storie su di te, hai vissuto tutta la tua vita con entusiasmo fino all’ultimo giorno, non ci facevi mai annoiare.
Mi mancheranno le tue cotolette e la tua lunga coda, che chiamvamo pennacchio. Adesso c’è la Billa a tenerci compagnia, che per due anni e mezzo ti ha sopportato durante la tua vecchiaia.
Non sapevamo niente sui Beagle, ora posso dire che sono dei cani speciali, che Tu eri speciale ed io ti porterò sempre nel mio cuore.
Ciao Billy e grazie per questi sedici anni passati insieme.

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